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Uno spaccato di vita, fra riscatto e condanna, nelle parole di un dodicenne

Che a sua volta si rifà all’amara storia di condivisione raccontatagli dalla nonna. Complice la travolgente narrazione di Daniel Woodrell


25/03/2019

di Arne Lilliput


Fantasioso, travolgente. Una corsa narrativa che viaggia sul filo dei cento all’ora. Un vestito buono per andare a ballare. Pennellate di colore che rendono indimenticabili i quindici personaggi che reggono la scena. A fronte di una storia che fa rivivere il passato all’insegna di un presente che seduce e incanta. Sia pure - anche se chi occupa un posto di peso nell’Olimpo dei grandi non andrebbe scomodato per certe quisquiglie - con un peccatuccio veniale al seguito: quello di imbastire chilometrici capoversi (ce ne sono alcuni, ad esempio, a ridosso delle tre pagine), che l’editore, la casa milanese Nne, ha cercato intelligentemente di rimediare regalando respiro alle interlinee, ovvero gli spazi che separano una riga dall’altra. Questo per consentire al lettore le necessarie pause per riprendere fiato. 
In realtà a Daniel Woodrell, considerato uno dei maggiori scrittori americani viventi, si finisce per perdonare tutto. In quanto il suo modo di raccontare cattura e intriga, lascia a bocca aperta, addirittura ti fa venire l’ansia da prestazione (anche chi legge ne soffre, non solo chi scrive). 
Tutto questo e molto altro ne La versione della cameriera (pagg. 190, euro 18,00), primo capitolo della trilogia di West Table, uscito per la prima volta nel 2013, che si avvale della raffinata traduzione di Guido Calza il quale, “dopo un’incauta deviazione in ambito economico, è tornato ad attività più consone alla sua indole e più vicine alle sue passioni”. 
Un lavoro definito dal suo autore come un country noir, anche se in realtà “ha il passo - riprendiamo da quanto è stato scritto - di una ballata, di una storia raccontata attorno al fuoco di una casa di campagna, di un dramma shakespeariano recitato da gente comune, pieno di verità e di poesia”. 
Di fatto un romanzo corale a tinte gialle che, come da note editoriali, “parla di condivisione e di comunità, di un passato che si avvolge al presente, ora come una condanna, ora come un riscatto, in cui tutti si ritrovano colpevoli e al tempo stesso innocenti”. 
Ma veniamo alla trama. Il dodicenne Alek Dunahew, voce narrante della storia, trascorre l’estate a West Table, nel Missouri, presso la nonna Alma DeGeer Dunahew. “Il grande cuore rosso - annota il ragazzo - della nostra famiglia, il cuore vero, quello che teniamo nascosto e ci sorregge”. 
Vecchia, eccentrica e orgogliosa, la donna (dai capelli lunghissimi come le sua storia, che se non li avesse raccolti in folte trecce e fissati intorno alla testa con degli spilloni non avrebbe potuto camminare) ha lavorato per cinquant’anni come cameriera per le famiglie più ricche della città, allevando tre figli e soppor­tando un marito troppo sempre assente. 
In effetti Alma di storie ne conosce molte, ma quella che più la ossessiona è l’esplosione della sala da ballo che nel 1929 causò la morte di qua­rantadue persone, tra cui l’amatissima sorella Ruby. Nessuno ha mai scoperto com’era andata, né mai era stato trovato il responsabile. Alma è però convinta di sapere la verità. E la racconta ad Alek, per rendere giustizia alle vittime e donare pace a se stessa. 
Che dire: un romanzo da non perdere, in attesa che arrivino sugli scaffali, sempre per i tipi della NNe, i due lavori che completano la trilogia, ovvero The Death of Sweet Mister e Tomato Red
Per la cronaca il pluripremiato Daniel Woodrell è nato a Springfield, nell’angolo sud-occidentale dello Stato del Missouri, il 4 marzo 1953. Dopo aver abbandonato gli studi per arruolarsi nei Marines, al suo ritorno alla vita civile avrebbe conseguito una laurea in abbinata a un master in scrittura creativa. Oltre a incassare un dottorato onorario dall’Università del Missouri di Kansas City il 17 dicembre 2016. 
Sposato con la scrittrice Katie Estill, Woodrell si propone come un autore di culto. Capace di dare voce, come pochi altri, a personaggi che vivono ai margini, segnati dalla violenza e dalla disperazione, ma che toccano il lettore per la loro tragica e drammatica grandezza. Ne è un esempio la diciassettenne Ree Dolly, protagonista di Un gelido inverno, il romanzo dal quale è stato tratto l’omonimo film diretto nel 2010 da Debra Granik e interpretato da Jennifer Lawrence e John Hawkes, candidato a quattro premi Oscar.

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