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Uno strano condominio, una stanza chiusa e una misteriosa scomparsa

Brilla di intelligenza narrativa il secondo romanzo dell’ispettrice milanese Deborah Brizzi. Pronto ad attingere dal suo ruolo di donna in divisa in quel di Milano


14/05/2018

di Massimo Mistero


Bastano poche righe, rubate a un prologo di nemmeno mezza pagina, per invogliare alla lettura de La stanza chiusa (Mondadori, pagg. 451, euro 17,90), secondo romanzo uscito dalla penna di Deborah (Flavia) Brizzi: "Calme, signore, calme. Tutto si risolverà. Da anni il giuramento del condominio viene onorato. Facciamo le cose con ordine e vedrete che non avremo brutte sorprese. Ora, forza! Aiutatemi a spostare il corpo”. 
Il tutto all’insegna di un noir intelligente giocato su vecchi conti in sospeso. Con l’autrice a precisare: “Qualcuno pensa che la vendetta sia un credito da riscuotere, ma talvolta passa così tanto tempo dai torti subiti che gli interessi maturati dall’orrore non sono né; quantificabili né esigibili. In ogni caso per me la vendetta è ristabilire la verità, condividere il peso del male con chi l’ha generato. Ed è ciò che ho cercato di fare in questo romanzo”. 
Già, “ristabilire la verità”. La qual cosa non deve stupire in quanto Deborah Brizzi (“Sono nata a Rho, nell’hinterland milanese, il 3 gennaio 1973, da una famiglia miscuglio: nel senso che mamma era una donna veneta di origini austro-ungariche e papà di estrazione napoletana”) avrebbe conosciuto le notti di Milano, e i suoi angoli più malfamati e violenti, sulle auto della polizia. In quanto nel 1999 aveva deciso di indossare la divisa (“Quando vinsi il concorso mio padre ironizzò: ma guarda un po’ se mi dovevo trovare uno sbirro in casa, salvo poi vantarsi dei miei encomi appesi a una parete…”), svolgendo per anni servizio operativo nell’ambito della Squadra Volante della Questura del capoluogo lombardo. 
In altre parole abbracciando un mestiere - “Un ritorno di fiamma forse condizionato da una foto di quand’ero piccola che mi vedeva seduta proprio su una Volante, fermo restando che in famiglia non abbiamo mai avuto poliziotti” - considerato appannaggio degli uomini. “Ma noi donne facciamo in fretta a imparare, a renderci conto che in strada non si fanno differenze. Perché non le fanno le persone con cui entriamo in contatto e non le fanno i colleghi con cui lavoriamo. D’altra parte hai talmente poco tempo a disposizione per decidere cosa fare che non c’è spazio per pensare alla discriminazione sessuale”. 
Una scelta, la sua, peraltro dettata da un profondo senso della giustizia, che aveva sorpreso e non poco la famiglia. A partire - come già detto - dal padre, che comunque non l’avrebbe mai intralciata, giudicata, respinta. “Semmai mi ha insegnato ad aggiustare le cose. Lui che avrebbe preferito che mi dedicassi, anziché ai thriller, a scrivere libri di ricette”. Lei che oggi si occupa di stalking e maltrattamenti presso la Questura milanese, dopo essersi impegnata, per la Procura, in indagini relative a reati contro la Pubblica amministrazione. “Un lavoro che spero di poter riprendere al più presto”. Desiderio, guarda caso, esaudito a tambur battente con il ritorno (dal 14 maggio) all’Ufficio Prevenzione Generale. 
E per quanto riguarda il privato di Deborah Flavia Brizzi? Una donna a suo dire ostinata, dal carattere prepotente (“Almeno così dicono i miei colleghi, anche se personalmente mi ritengo soltanto schietta”), che ama rilassarsi cucinando (“Mi ci dedico come se praticassi una scienza”), che ha frequentato a Rho una scuola professionale (“Ero brava in storia e italiano, ma pessima in matematica”) e che ora sta cercando di recuperare. Nel senso che si è iscritta, con l’intenzione di laurearsi in fretta, alla facoltà di Scienze umanistiche presso l’Università Statale di Milano”. 
Lei che è stata la prima a fare coming out fra le donne in divisa; lei che ironicamente ricorda come Deborah sia stato il retaggio di una canzone di Mina durante il suo concepimento (“Lo decise papà, che lavorava alla costruzione di impianti petroliferi, in uno dei suoi poco frequenti rientri a casa”), mentre Flavia “lo aveva voluto mia madre, innamorata dei nomi romani”. Lei, infine, pronta a sbandierare la sua predilezione per i classici, a partire da Marcel Proust, il suo preferito, in abbinata a Dostojewski e Leopardi. Sino ad arrivare al presente con Michela Murgia. E per quanto riguarda la narrativa di settore? “Per me si è trattato di una specie di scorciatoia: non avevo mai scritto prima e il mio lavoro ha rappresentato una specie di rassicurante cornice per condividere storie e pensieri”. 
Che altro? Un’autrice che considera la scrittura come una disciplina, in ogni caso un lavoro bellissimo, al quale dedica tutti i ritagli di tempo in abbinata alle full immersion legate ai giorni di ferie. Così, per non farsi mancare nulla, ha già scritto i primi tre capitoli di un nuovo romanzo (“Ho tratto ispirazione da un sogno”), sempre con protagonista Norma Gigli, anche se non è detto che nel corso della storia “riesca a sopravvivere”. E, come se non bastasse, si dice intenzionata “a puntare, in quarta battuta, su un libro storico: un progetto certamente difficile, peraltro legato a un robusto lavoro di documentazione”. 
Ma torniamo al dunque, ovvero a La stanza chiusa, secondo appuntamento con l’ispettrice Norma Gigli e un nuovo, intricato caso da risolvere. Una poliziotta tosta e decisa che molto ha da spartire con la sua creatrice, la quale non manca di affermare: “Lei fa il mio lavoro, beve il mio amaro preferito, ama il jazz dolce e si propone sfegatata tifosa dell’Inter. Poteva essere diversamente, visto che mio fratello mi aveva messo la bandiera nerazzurra quand’ero ancora in una culla?”. 
Di fatto una donna complessa Norma - che strada facendo ha però preso la sua strada - condizionata dalla solitudine e dai drammi di chi ha una gran voglia di vivere e sopravvivere; che ritiene normale un turno di lavoro con risse, sopraluoghi e arresti; che è in perenne conflitto con un mestiere che ama e odia allo stesso tempo; che la porta ad avere a che fare con gli istinti più bassi dell’umanità. “Per non parlare - aggiunge l’autrice rifacendosi al personale - della marea di matti da legare con i quali ho avuto a che fare, spesso autentici quanto tenerissimi, in ogni caso quasi mai pericolosi”. 
Sì, perché mentre Milano di giorno è rumore, operosità e fatica, di notte la città rallenta e si trasforma concedendosi al silenzio e alla malavita (con la paura spesso in agguato). E il buio magari si popola di figure femminili senza peccato che lasciano il segno. “Io ne ho infatti conosciute tante, come la tassista che, avendo perso prematuramente il marito, di giorno preferiva occuparsi del figlio; come le volontarie delle ambulanze, con le quali scambiavo due chiacchiere e una sigaretta; come quella transessuale di Piacenza che mi dava consigli sulle creme anti-rughe…”. 
E per quanto riguarda la trama de La stanza chiusa? Come detto, a tenere la scena è Norma Gigli che, lasciata momentaneamente la Squadra Volante, si trova coinvolta in un’indagine complessa che prende spunto da quel che succede in un condominio milanese, la cui proprietaria - l’uruguaiana Edda Vargas, “una figura funzionale alla storia, anche se il cattivo vero è un altro” - regge saldamente i destini di tutti i suoi inquilini. Di tutti, tranne uno. Fermo restando un collante universale: quello rappresentato dalla vendetta. 
Ovviamente c’è anche il “caso”: ovvero la sparizione del medico Antonio Guareschi, attorno al quale “si dipanano le vicende del condominio e di chi lo abita. Da sempre o solo per caso. Fermo restando che il cuore di Milano e la sua periferia straniante fanno da cornice alla storia, offrendo insoliti scorci: luoghi della meraviglia e al tempo stesso del terrore, all’insegna di diversi di interrogativi: cosa si nasconde dietro la tranquilla quotidianità del dottor Guareschi? Quale terribile patto lega Edda agli inquilini del condominio di via Marsala? Quali inconfessabili segreti vi si celano? E, infine, chi ha le chiavi della stanza chiusa dalla quale provengono inspiegabili grida? 
Nemmeno a dirlo Norma Gigli indaga, instancabile e lucida, provando a dare una risposta a tutte queste domande. Avendo a che fare con “storie di droga e di sesso, efferatezze e delitti, meschinità e follie”. A fronte di una vicenda che la porta a riflettere anche “sul suo ruolo di poliziotta e di donna, nonché sul drammatico tema della violenza di genere. Ed è in questo ambito, dove gli abissi umani incontrano e si mescolano con i sentimenti, che l’autrice mette nudo i suoi personaggi e ne svela con precisione chirurgica il reale disagio interiore”. 
Che dire: una storia che sorprende e intriga, che si legge che è un piacere all’insegna di una scrittura mai sopra le righe, pronta a nutrirsi di protagonisti veri, spesso credibili e altre volte un po’ meno. Di certo una variegata umanità che induce alla riflessione.

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