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Uno strano suicidio e il sostituto procuratore Italo Agrò indaga. Perché in ballo ci sono davvero troppi interessi

Dalla penna graffiante di Domenico Cacopardo, già consigliere di Stato e magistrato di alto livello, un romanzo in bilico fra responsabilità penali e morali, nel quale l’autore gioca a rimpiattino con la verità a fronte di una vicenda dai risvolti inaspettati


24/06/2019

di Mauro Castelli


Torna sugli scaffali, per i tipi della Marsilio, Domenico Cacopardo (una penna “razionale” e analitica” che graffia e che sa viaggiare controcorrente) riproponendo il sostituto procuratore Italo Agrò, un collaudato personaggio che strada facendo ha conquistato fiumi di lettori. Il titolo del libro? Agrò e i segreti di Giusto (pagg. 396, euro18,00), un lavoro frutto della fantasia dell’autore, ma che “si fonda su un presupposto geopolitico reale, dal quale il racconto si sviluppa liberamente”. 
E via a raccontare, in una ben documentata postfazione, gli impensati sviluppi che ebbero le relazioni internazionali Est-Ovest dopo la caduta del Muro di Berlino del 9 novembre 1989. Quando Roma si trovò alle prese con uno scenario nuovo: quello di poter annoverare i Balcani, la Romania e l’Ungheria come area di propria specifica influenza, sottraendo quei Paesi alle pressioni della Germania riunificata. Un contesto che avrebbe portato a definire un patto di cooperazione pentagonale (peraltro di breve vita) fra Italia, Austria, Cecoslovacchia, Ungheria e Polonia. Lasciando comunque in eredità l’idea di una iniziativa internazionale votata alla realizzazione di una ferrovia ad alta capacità di collegamento fra Trieste, Lubiana, Zagabria e Budapest… 
Curiosamente, però, l’impostazione iniziale tirava in ballo la nostra Alta velocità, quella fra Milano e Napoli. “Ma alla Marsilio - annota Cacopardo - si preoccuparono e non poco per i possibili riflessi che ne sarebbero potuti derivare, con trenta pagine di osservazioni stilate dai loro legali. A quel punto, per il quieto vivere, dirottai la trama altrove…”.  
Detto questo, consigliamo ai lettori di questa testata di non lasciarsi fuorviare dalle citate considerazione, peraltro colte e documentate, che finiscono per pesare solo marginalmente sulla storia. Storia che si tinge di giallo dall’inizio alla fine, pronta a regalare suspense e colpi di scena a fronte di raffinate argomentazioni, in abbinata a valutazioni allargate al campo morale sulle responsabilità dei protagonisti. 
Il tutto sotto l’occhio vigile di Italo Agrò, il personaggio vincente (un uomo malinconico e pessimista, distaccato e romantico, sensuale e onesto) che era entrato in scena per la prima volta nel 2001 per poi concedersi alle librerie altre sei volte. 
Ma facciamo un passo indietro, per richiamare l’attenzione sui primi lavori firmati da Cacopardo. Il quale non ha mancato di raccontarci quello che accadde nella vecchia casa piena di libri che era stata di suo nonno, un magistrato borbonico. “Successe che curiosando qua e là, l’allora fidanzato di mia figlia, un giornalista, scoprisse un plico legato con lo spago che conteneva dei miei scritti e, in particolare, il romanzo Il caso Chillè. Mi chiese di leggerlo e, rimanendone impressionato, insistette perché lo proponessi a degli editori. Lo inviai a un paio di case, con risposte positive. Scartai quella che parlava di due anni di tempo per la pubblicazione e accettai invece quella di Marsilio, che in breve l’avrebbe dato alle stampe”. 
Era il 1999 e questo romanzo gli avrebbe regalato l’attenzione della critica e del grande pubblico, a fronte di una trama ambientata a Messina e i cui eventi si snodavano a cavallo fra la commedia e la tragedia (“E dire che non credevo di avere scritto un libro giallo; avevo solo raccontato fatti veri accaduti prima e dopo la Prima guerra mondiale con protagonisti reali, appartenenti anche alla mia famiglia…”). 
Tematica, quest’ultima, che si rifà alla migliore tradizione del giallo siciliano, peraltro ripresa ne L’endiadi del dottor Agrò, un romanzo uscito nel 2001 nel quale Cacopardo aveva dato voce appunto al sostituto procuratore Italo Agrò, una specie di suo alter ego, che avrebbe rimesso in scena, ad esempio, in Agrò e la deliziosa vedova Carpino, Agrò e la scomparsa di Omber, Agrò e il maresciallo la Ronda, oltre a proporlo per alcuni anni in un programma (Il taccuino del dottor Agrò) andato in onda settimanalmente su Radio 24 “sin quando non arrivò al vertice dell’emittente Gianfranco Fabi…”. E chi vuole intendere intenda. 
Detto questo briciole di trama della sua ultima fatica narrativa, ovvero Agrò e i segreti di Giusto. Dove il nostro sostituto procuratore viene incaricato di occuparsi del presunto suicidio di Giusto Giarmana, rendendosi subito conto di diverse incongruenze. La qual cosa porterà a una riapertura delle indagini. A richiedere un nuovo intervento da parte dell’autorità giudiziaria è l’avvocato Olga Semmelweis Zalanji, femme fatale nonché giovane amante di Giarmana. Una liaison che aveva mandato in bestia moglie e figlie, preoccupate di perdere l’eredità. 
In buona sostanza questo ingegnere era il responsabile del progetto di fattibilità (e dei relativi costi) di una linea ferroviaria ad alta velocità fra Trieste e Budapest. Ma le sue valutazioni, guarda caso, non sarebbero risultate gradite ai vertici proprio delle società private che lo avevano ingaggiato. 
Sta di fatto che la pista investigativa porterà Agrò - animato dal solito presupposto secondo il quale è la vittima a condurre all’assassino - a scoperchiare uno scrigno di segreti e macchinazioni, menzogne e mezze verità, che ruotavano intorno alla realizzazione dell’opera. 
Con l’aiuto del commissario Lanfranco Scuto e di Adamantino Armillato, caposquadra della Scientifica, ma anche grazie alle carte e ai diari lasciati dal defunto ingegnere - dove le memorie private si alternano a congetture e svelamenti legati al suo lavoro -, Agrò muoverà i propri passi in una realtà nella quale si mescolano affari, sentimenti, complicità, omertà, potere politico e imprenditoriale”. Nel tentativo di gettar luce sulle vere cause che hanno portato alla morte di Giusto Giarmana, Agrò, esercitando il suo famoso “metodo”, riuscirà a far emergere ragioni e torti, ma soprattutto le responsabilità, tanto penali quanto morali. 
Che dire: un lavoro ben orchestrato che si nutre di una cinquantina di personaggi (peraltro annotati uno per uno a beneficio del lettore come “persone della storia”), a fronte di una vicenda dagli imprevedibili risvolti. Una vicenda peraltro raccontata con mano leggera quanto accattivante, pronta a giocare a rimpiattino con la verità in maniera astuta e smaliziata. A fronte di una storia fuori dal coro che cattura, intriga e soprattutto induce alla riflessione. 
Per la cronaca - repetita iuvant con aggiunte al seguito - Domenico Cacopardo (in pensione dal 2008) è nato “per caso” il 25 aprile 1936 a Rivoli, in provincia di Torino. Nel senso che “mia madre, di origine emiliana (era nata nel Comune piacentino di Monticelli d’Ongina), per il parto era tornata dai suoi genitori, appunto a Rivoli, per poi riaccasarsi dopo due o tre mesi in Sicilia dove abitava, in quanto mio padre era originario di Letojanni”, un paesino in provincia di Messina che fa parte del comprensorio turistico di Taormina. Un centro balneare che viene tirato in ballo anche nel suo penultimo romanzo, Amori e altri soprusi. “E lì avrei vissuto le mie prime undici primavere, salvo tornarci ogni anno sino al 2006, quando ho venduto la casa di famiglia. Giudicavo infatti invivibile il luogo - tanto per essere chiari - soprattutto dal punto di vista delle relazioni umane”. 
Lui che frequentando l’Università a Bologna e a Napoli (“Papà era un funzionario dello Stato”) si era laureato in Giurisprudenza arrivando in seguito a un passo da una seconda laurea in Storia e filosofia (“Lasciai perdere in quanto avevo litigato con una professoressa”), oltre a frequentare la facoltà di Economia e commercio sotto “l’occhio vigile di Epicarmo Corbino”, l’esponente del Partito liberale che era stato ministro dell’Industria durante il governo Badoglio, ministro del Tesoro con Alcide De Gasperi nonché membro della Consulta nazionale e dell’Assemblea costituente... 
A seguire, “dopo aver allargato i miei orizzonti con uno stage in un collegio di Londra, avrei vinto un concorso per l’accesso nella Pubblica amministrazione, che mi avrebbe portato ad abbracciare la professione giudiziaria fra Viterbo e Bologna, Napoli e Roma (la città che di gran lunga amo di più), Venezia e infine Parma”, dove si sarebbe accasato nel 2005 in quanto lì si era sposata e abitava sua figlia. A fronte peraltro di una carriera importante, che lo avrebbe visto diventare consigliere di Stato, nonché braccio destro di diversi ministri, come Lauricella, De Michelis e Scognamiglio, seguendo per “un certo periodo dossier importanti”. Senza dimenticarci del suo ruolo di Magistrato per il Po a Parma e di quello di Magistrato alle Acque nella città lagunare, oltre che a proporsi come uno dei soci fondatori dell’Aspen Institute Italia. 
Lui che non le manda a dire, arrivando a criticare “l’indifferenza sia della classe politica, di qualsiasi colore essa sia, che di quella imprenditoriale, pronta a vendersi l’anima al primo cinese o arabo di passaggio. Complice l’assenza di qualsivoglia empito morale, di qualsiasi spinta a fare di più e di meglio”. Lui schietto quanto brutalmente onesto, tosto quanto determinato, nemico giurato dei compromessi (“Anche gli uomini più importanti sono permeabili all’adulazione. Io sono invece esattamente il contrario”). 
E ancora: un uomo dalla schiena diritta che si reputa anche fortunato. “È successo che alcuni anni fa, nella mia casa di campagna in Umbria, sia caduto e nel corso del ricovero in ospedale abbiano scoperto che ero affetto da un tumore. Così mi è andata bene. In ogni caso le malattie le affronto a viso aperto, alla stregua dei saltafossi della vita. In quanto intendo lasciare un buon ricordo ai miei nipoti…”. 
Lui pronto a bacchettare gli italiani come “tremendamente provinciali”, incapaci di osservare ciò che succede a due passi da loro. Fortuna vuole che ci siano sempre più giovani che vanno a studiare e a lavorare all’estero. In questo modo, almeno lo spero, aiuteranno ad aprire la mente di coloro che vivacchiano nel nostro Bel Paese”. 
Che altro? Una certa antipatia per Andrea Camilleri (fra i due strada facendo c’era stato motivo di ruggine per certe avventate dichiarazioni - da parte del papà del commissario Motalbano -  sulla sua scrittura); un debole dichiarato per autori come Philip Roth, Kent Haruf (“Per la delicatezza narrativa”), Oran Pamuk, Michel Houellebeq, Gianrico Carofiglio (“Ma solo per un certo periodo”), Leonardo Sciascia, Vincenzo Consolo (“Che conosco a memoria”), Elio Vittorini e il geniale Jean Paul Sartre; un passato da cinofilo, con il piacevole ricordo di una impagabile setterina irlandese, ma anche con il magone ancora vivo per un border collie “acquistato da un canile trovato su Internet”. Scoprendo subito dopo che aveva la rogna e la tigna. “Mi lamentai e un veterinario lo venne a prendere per curarlo. Risultato? Non avrei più rivisto né il cane né i quattrini che avevo sborsato”. 
Infine quello che non ti aspetti: fatte salve le monografie di carattere giuridico, una passione di vecchia data (oltre che per la saggistica) per la poesia (al suo attivo figurano quattro raccolte, l’ultima delle quali - Il verso dell’innocenza - data alle stampe tre anni fa con Bonanno, ma “mal distribuita”). Per non parlare delle attuali collaborazioni con Italia Oggi (“Testata per la quale scrivo cinque pezzi a settimana”) e con lo storico quotidiano La Gazzetta di Parma (“Dove curo una rubrica intitolata Giri di Vita e scrivo spesso degli editoriali”). 
E per quanto riguarda il futuro narrativo di Cacopardo? “Mi piace portarmi avanti, così ho già consegnato alla Marsilio il prossimo romanzo che, orfano di Agrò, uscirà nel 2020. Il titolo provvisorio? Ingannevoli esistenze, una piacevolezza presa in prestito da una frase di Thomas Mann…”.

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