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Uno strumento di sviluppo: capitali di ventura per sostenere la crescita

Nel suo ultimo saggio, Gabriele Grecchi propone di trasformare in un fenomeno strutturale la grande ondata di imprenditorialità attraverso il finanziamento delle startup, evitando così gli errori e i fallimenti del passato


27/08/2018

di Tancredi Re


L’industria finanziaria del capitale di rischio è nata negli Stati Uniti e sono state proprie le aziende americane a sperimentarlo con successo. La prima (ma purtroppo ebbe vita breve) fu l’American Research & Development Corporation (Ard) fondata nel 1946 dal professore Georges Doriot della Harward Business School. Ma i precursori del capitalismo di ventura furono nel XVIII secolo gli spedizionieri marittimi e, quindi, gli armatori e i loro equipaggi, nonché l’industria delle baleniere. L’industria marittima, infatti, era forse l’unica attività in grado di gestire in modo ottimale l’assenza (per quei tempi) di sistemi di informazione evoluti e di norme che garantissero la responsabilità limitata degli azionisti (oggi possibile).
In seguito la “scommessa” si sarebbe spostata sulle società ferroviarie inglesi negli anni Quaranta del XVIII secolo e nella prima metà del XX secolo si sarebbe allargata alle imprese che operavano nel campo degli asset tangibili (trasporto ferroviario, prima, e telecomunicazioni, dopo) e del commercio al dettaglio (come le società che vendevano sigari). 
Dal pionierismo degli armatori si sarebbe arrivati alcuni decenni dopo al capitalismo finanziario e all’investimento in equity, come viene definito dagli anglosassoni: “cioè a dire la partecipazione agli utili e alle perdite di imprese da parte di soggetti che ne sono azionisti e non più semplici detentori di titoli di credito”. 
Solo recentemente è diventato uno strumento di sviluppo economico in numerosi Paesi in via di sviluppo. In molti di essi, con settori finanziari meno sviluppati, il capitale di rischio ha avuto ed ha tutt’ora un ruolo nel facilitare l’accesso ai finanziamenti per le piccole e medie imprese, che nella maggior parte dei casi non sarebbero ammissibili per ricevere prestiti bancari. 
Le differenze geografiche possono essere significative. Ad esempio nel Regno Unito, il 4% degli investimenti britannici va al capitale di rischio, rispetto a circa il 33% negli Stati Uniti. Giusto per farsi un’idea di cosa stiamo parlando in termini di cifre, nel 2016 negli Stati Uniti e in Europa, l’industria del venture capital ha raccolto circa 51,6 miliardi di dollari di nuovo capitale. I fondi di private equity hanno contemporaneamente raccolto cinque volte la somma di venture capital e i fondi hedge hanno registrato nel 2016 masse in gestione per circa 3mila miliardi. Secondo uno studio della Stanford Graduate School of Business, il 42% di tutte le aziende americane fondate dal 1974 al 2014 è stato finanziato dal venture capital. Queste società ora danno lavoro a tre milioni di persone e rappresentano circa il 58% della capitalizzazione totale del mercato borsistico americano e pesano per l’85% di tutta la spesa in ricerca e sviluppo degli Stati Uniti. 
Date queste dimensioni, il venture capital non può più essere considerato un fenomeno contenuto. Nel libro Capitali di ventura. I segreti dell’industria dell’innovazione (Egea, 186 pagine, 25,00 euro), Gabriele Grecchi (ex investment manager e oggi CEO di Silk Biomaterials, una startup medtech), raccoglie e sintetizza quindici anni di lavoro, appunti e esperienze, conversazioni, vittorie e sconfitte in materia di venture capital, che – come i cenni storici e i numeri sopra ricordati confermano – è oggi uno degli strumenti fondamentali per la creazione d’impresa “per garantire quella crescita di cui i nostri sistemi economici hanno tanto bisogno”. 
Questo volume racconta di un’industria – quella degli investimenti in imprese e innovazioni ad alto contenuto tecnologico – che ha già avuto e avrà ancora numerosi impatti sulle nostre vite, capace di superare in velocità e dimensioni la old economy e di instaurare nuovi paradigmi, nuovi stili di consumo, nuove enormi ricchezze.   
Stefano Caselli (prorettore agli affari internazionali e docente di economia degli intermediari finanziari all’Università Bocconi di Milano) nella prefazione scrive che “oggi il dibattito in Europa è rivolto a comprendere quali siano gli elementi discriminanti perché la grande ondata di imprenditorialità e creazione d’impresa possa evolvere da moda passeggera a fenomeno strutturale”. 
Il rischio della prima ondata di startup (anni Ottanta) è consistito nella mancanza di uno “strato” sottostante di progetti credibili; quello della seconda (inizio del terzo millennio) ha riguardato la mancanza di buon senso e della capacità di lettura dei fenomeni da parte degli investitori (si ricordi in proposito i fallimenti delle società della New economy dopo il lancio dei progetti di sottoscrizione in vista della quotazione in borsa sui quali, sovente al buio, i risparmiatori investivano a mani basse parte dei loro risparmi spesso mandandoli in fumo), mentre quello della terza generazione (quella degli ultimi dieci anni)  consiste nella reale possibilità di incidere concretamente sulla crescita e di affermarsi come fenomeno strutturale e non passeggero, pronto a scomparire, in attesa di una nuova, quarta ondata. 
A differenza del passato, e forse verrebbe di pensare, avendo riflettuto sugli errori delle prime due generazioni, gli startupper di oggi sono nativi digitali, con una forte prospettiva internazionale, capaci di muoversi e di realizzare “joint venture” generazionali con compagni di viaggio più anziani ma dotati di know- how e competenze che interagiscono con l’anima digitale dei più giovani. E’ cambiato il contesto e l’economia, “perché – dice Caselli – la dimensione tecnologica, fatta di digitale e di big data, non è più un’opzione possibile o un’area di sperimentazione, come qualche lustro addietro, ma una condizione di esistenza ed è il reale fattore di trasformazione delle industrie”. 
Esiste pur non di meno il timore che il sistema delle startup possa incidere poco dal punto di vista strutturale sullo sviluppo. “Il fallimento di molte imprese e l’insuccesso delle operazioni di finanziamento sono quindi elementi che rischiano di vanificare il grande sforzo prodotto in fase di avvio”. 
Il vero problema che si trovano davanti oggi le startup è l’elevata incidenza della mortalità: Andrea Dusi, startupper di successo ed esperto di consulenza direzionale, in un suo recente saggio Come far fallire una startup ed essere felici (Bompiani) ricorda che “nel mondo reale il 90% delle startup fallisce nei primi tre anni di vita, fare soldi facili e veloci è un miraggio e anche quando si riesce finalmente a guadagnare qualcosa spesso si spende altrettanto”. 
Quella di ridurre la mortalità delle nuove imprese è una sfida da far tremare i polsi. E nonostante questo si può fare molto. Per prima cosa attraverso l’attore pubblico sia con l’intervento statale (con la Cassa Depositi e Prestiti), sia mediante nuove regole e incentivi fiscali. Poi con le piccole e medie imprese che possono crescere di dimensione attraverso acquisizioni, investimenti e aggregazioni. E, infine, con le banche. Le quali, con poche ancorché buone eccezioni, non sono ancora in grado di costituire fondi di venture capital perché ciò richiede un insieme di competenze troppo distanti dal mondo bancario. Ma non è detto che, mutuandola dall’esperienza anglosassone, ciò non possa avvenire anche da noi, mettendo insieme la matrice finanziaria con quella imprenditoriale.  

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