Share |

Viaggio dentro il fenomeno degli ultrà del calcio in Italia

L’inglese Tobias Jones si addentra negli angoli oscuri della tifoseria radicale: la passione e il fanatismo, la violenza nelle curve e i legami segreti con le organizzazioni mafiose


21/09/2020

di Giambattista Pepi


“Tra le tantissime tipologie di tifosi si possono distinguere due macro-categorie: quelli che guardano il campo e quelli che guardano la curva. I secondi sono quelli che già si potrebbero definire ultrà”. Così Tonino Cagnuzzi, nel saggio Il mare di Roma (2009), si cimenta nel tentativo di forgiare una definizione di chi siano gli ultrà. 
Si intravede nelle parole dello scrittore, ma chi assiste alle partite di calcio negli stadi o in TV (benché il fenomeno sia presente anche negli altri sporti di squadra. Rugby, pallacanestro, pallavolo, hockey) sa bene che gli ultrà non sono tifosi qualsiasi. No. Sono speciali. Speciali in tutto quello che fanno. Sono organizzati, l’abbiamo già detto, hanno una qualche forma di strutturazione gerarchica come “capi” o “portavoce” riconosciuti per una sorta di carisma o di supremazia. Sono oltremodo accesi e spettacolari nell’organizzazione del tifo e non disdegnano (anzi a volte cercano lo “scontro” e usano dei pretesti per provocare incidenti) di usare la violenza nei confronti di altre tifoserie. Hanno talora la pretesa di voler indirizzare, condizionandole, le scelte delle società e dei loro manager, nonché degli allenatori, degli stessi giocatori in campo e talora fuori del rettangolo di gioco. 
Chi muove queste frange del tifo organizzato? Chi li finanzia? Quali rapporti intrattengono con la criminalità organizzata? O con gruppi o associazioni politiche estremistiche? 
Il giornalista inglese Tobias Jones scandaglia questo fenomeno nel suo libro-inchiesta Ultrà. Il volto nascosto delle tifoserie di calcio in Italia (Newton Compton, pagg. 384, euro 9,90, traduzione di Paolo Ippolito e Chiara Gualandrini) da pochi giorni in libreria. 
Un fenomeno - è appena il caso di ricordarlo - che ha indotto gli organismi sportivi e le autorità preposte alla tutela dell’ordine pubblico a dovere adottare provvedimenti disciplinari sempre più severi: come la chiusura delle curve, il divieto di partecipare a eventi sportivi (D.A.SPO.), sanzioni pecuniarie a carico delle società calcistiche e di singoli dirigenti che ammettono o tollerano atteggiamenti e comportamenti che istigano alla violenza verbale o materiale. 
Laureato in Storia moderna all’Università di Oxford, collaboratore di diversi quotidiani (l’Independent, il Guardian, il Financial Times e Vogue), con all’attivo il bestseller Il cuore oscuro dell’Italia e la conduzione di diversi programmi televisivi su RaiTre, Jones crea un ritratto controverso e vivace della società italiana e, più in particolare, del mondo delle curve calcistiche. 
Attraverso l’analisi delle tifoserie di tanti club sportivi, dai più conosciuti a quelli militanti nelle serie minori, esamina i lati sinistri, ma anche quelli ammirevoli, di questa sottocultura con tutte le sue contraddizioni: dalla passione alla violenza, dal senso di appartenenza all’estremismo politico. 
Il termine? Deriva dal francese ultra-royaliste, che in italiano significa ultra-realista. Gli ultra-realisti costituivano la forza politica preponderante ai tempi della Seconda Restaurazione francese, il governo politico che governò la Francia dal 1815 al 1830 con il ritorno sul trono del Re Luigi XVIII dopo la parentesi di Napoleone Bonaparte. 
Nel nostro Paese possiamo rintracciare le prime forme organizzate della tifoseria negli anni Trenta del Novecento con la nascita della prima tifoseria della Lazio: il 23 ottobre 1932 in occasione del derby con la Roma, un gruppo organizzato denominato “Paranza Aquilotti” inscenò infatti una scenografia allo Stadio del Partito Nazionale Fascista nella Capitale. Poi negli anni Cinquanta a Roma (nelle squadre di calcio della Lazio e della Roma) e a Torino nacquero gruppi di tifosi. 
Il fenomeno esplode, ma non ha niente a che vedere con i gruppi attivi in Gran Bretagna e in Olanda, i cui appartenenti vengono chiamati hooligans, che non sono organizzati ma spontanei. 
Lo sviluppo dei gruppi ultras negli anni Settanta coincide con un periodo piuttosto tempestoso della società italiana, toccata a più riprese da episodi di violenza e terrorismo. Cosicché gli ultras, risentendo del clima di generale violenza, prima, durante e dopo la partita, specie in occasione degli incontri “più caldi”, si abbandonano a veri e propri atti di guerriglia urbana. 
Negli anni 2000 hanno continuato a rappresentare ancora una delle componenti più importanti del mondo del calcio, avendo a loro disposizione sedi e diffondendo le loro comunicazioni attraverso siti web, libri, riviste autoprodotte (fanzine) e con i social network
In risposta alla radicale trasfigurazione commerciale del mondo del calcio iniziata nei primi anni 90 e che ha portato allo stravolgimento degli abituali orari delle partite in base alle esigenze delle pay-tve al forte aumento del costo dei biglietti dello stadio, gran parte del movimento ultras nazionale ha dato vita a una serie di iniziative di protesta. 
Un fenomeno come quello degli ultrà in Italia non ha eguali nel resto d’Europa, ricorda l’autore. Organizzati e violenti, molti di questi gruppi si sono trasformati negli anni in vere e proprie bande criminali, coinvolte in episodi di bagarinaggio, spaccio di droga e omicidi. Come accade per gli hooligans in Inghilterra e i club di motociclisti americani, dove spesso la criminalità organizzata o l’ultradestra si sovrappongono agli ultrà. 
A queste critiche i tifosi rispondono che la loro è una nobile lotta contro una forma di stato di polizia e contro il calcio moderno. Solo in curva, dicono, sarebbe possibile trovare valori apparentemente scomparsi nella nostra società, come senso di comunità, lealtà e fratellanza.

(riproduzione riservata)