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Viaggio nelle viscere di Napoli alla ricerca di miti e leggende

Maurizio Ponticello penetra gli aspetti più profondi e sottili della realtà partenopea: un ordito a volte impalpabile e persistente a ogni sollecitazione


19/11/2018

di Tancredi Re


Una tra le città più importanti della Magna Grecia. Ducato autonomo indipendente dell’Impero bizantino. Capitale del Regno delle Due Sicilie. Sede della Federico II e dell’Orientale, le più antiche università dell’Europa, la prima, e degli studi sinologici e dell’oriente del Vecchio Continente, la seconda, nonché della Nunziatella, la più antica accademia militare del mondo. Centro della filosofia naturalistica e del Rinascimento. Riferimento imprescindibile della musica classica, e dell’opera attraverso la Scuola musicale napoletana. Città dall’imponente tradizione nel campo delle arti figurative, che affonda le proprie radici nell’età classica con i movimenti architettonici e pittorici originali: il Rinascimento napoletano, il Barocco napoletano, il Caravaggismo ed il Liberty. Le porcellane di Capodimonte, il Presepe e la Pizza. 
Sono alcuni dei primati di Napoli: villaggio, città e metropoli a un tempo tra le più conosciute al mondo. Un melting pot del Mediterraneo, crogiolo di etnie, crocevia di culture, ponte tra Occidente ed Oriente. 
È questa città, unica ed impareggiabile, che Maurizio Ponticello ci invita a scoprire nel suo libro Napoli velata e sconosciuta (Newton Compton, pagg. 384, euro 11,18), proseguendo un’opera di ricerca ed approfondimento delle radici storiche, intessute di miti, leggende, storie, misteri, dèi, feste, di questa grande e nobile città. 
Non esiste, infatti, un altro insediamento urbano al mondo che abbia fatto parlare di sé. Eppure sottraendo uno a uno i veli che vestono Napoli è possibile scorgere ancora dell’altro, e quel che si scopre è sempre più avvincente. Circa tre millenni dopo la sua fondazione la capitale del Sud nasconde altri misteri? Qual è il segreto della sua nascita ed il suo significato? In che modo la tipica struttura a scacchiera di Neapolis (l’antico toponimo di Napoli) lega il maestro Pitagora a Vitruvio e a Leonardo da Vinci, tanto da farne il prototipo ideale della città perfetta? E quale fu il vero ruolo di Virgilio il Mago fino a tutto il XIV secolo, quando lo sconosciuto San Gennaro gli si avvicendò come paladino? 
“All’origine di questa incursione nella Napoli velata – scrive l’autore nell’introduzione - c’è l’interpretazione di certi miti incarnati nella realtà partenopea. Più che raccontare, rispolverare e restituire nella loro integrità originaria le vicende dimenticate del popolo partenopeo, il nostro interesse e stato tentare di andarvi dietro per ottenere un’altra prospettiva, e conoscere la loro faccia nascosta che svela le motivazioni di una cronaca o di un racconto epico. Oltre ad esporre i “fatti”, quindi, abbiamo indagato sul come e, innanzitutto, sul perché”. 
Napoli, dunque, come un’icona mondiale e polimorfa, ma, alla fine, si concentra su pochi elementi, sempre gli stessi: se non c’è la pizza, suona il mandolino, e se manca Pulcinella c’è comunque il Vesuvio. E i napoletani? Quelli non possono mancare: un esercito di demoni vomitato dalle profondità più buie degli Inferi insieme a topi e a lazzari. Ma la ragione vera che ha spinto Ponticello a cimentarsi in questo viaggio, a distanza di dodici anni dalla sua prima fatica, è offrire di Napoli “un volto differente, un aspetto solare dimenticato da evocare e rivalutare per combattere le forze delle ombre in marcia”. 
Per molto tempo, troppo tempo, Napoli è stata identificata con la camorra, ed è stato un tragico errore, perché ha messo in ombra tutte le sue magnificenze, tutto il suo spirito creativo, tutte le identità culturali, tutti i suoi notevoli giacimenti culturali. Ed oggi? Cos’è cambiato oggi?  “Oggi, la camorra e sempre li a mordere – scrive l’autore – ma, a volte, sembra auto-confinata in un ghetto, mentre si combatte per gestire al meglio il turismo che è tornato, e fa presagire fasti da moderno Grand Tour; e, per quanto il centro storico appaia sempre più come un bazar fuori controllo, i reperti archeologici - una delle componenti ricche di Napoli - quasi non fungono più da mensole per ambulanti. Sebbene certi aspetti non siano mutati per nulla, e alcuni modelli d’infamità siano diventati di celluloide, una nuova coscienza si aggira tra le nostre pietre che parlano e cantano, un’attenzione tutta differente che fa auspicare un futuro diverso”.

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