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Vita, morte e misteri di Ottavio Bottecchia, che sui Pirenei aveva costruito la propria "chanson de geste"

La intrigante storia di un rude guerriero delle due ruote raccontata da una mano calda del giornalismo, quella del trentino Claudio Gregori


24/07/2017

Tutti, più o meno, se la cavano a raccontare la storia di un personaggio. Pochi, anzi, pochissimi hanno il dono di proporla in modo accattivante, leggibile e fuori dagli schemi. Giocando sulle curiosità, certo, ma riuscendo a regalare spessore e vivacità alla vita di un campione, un grande campione (del ciclismo, nel nostro caso), che si è persa nelle nebbie del tempo.
Così Claudio Gregori ha ridato voce, e ricordo, a un corridore che ha lasciato il segno nella storia delle due ruote; un protagonista di imprese straordinarie la cui morte è ancora avvolta nel mistero. In che modo? Facendoci partecipi della sua grandezza e rendendolo vivo e attuale attraverso pochi, quanto incisivi, tratti di penna: «Bottecchia è difeso dalla solitudine, come il guardiano del faro. Non viene da una vita educata, ma dalla terra. È solido, elementare, primitivo, naïf. Un blocco di granito a spigoli vivi. La corrente del Tour non lo trascina via, non lo arrotonda. Lo sfiora soltanto con le sue acque vorticose. Bottecchia non conosce la Francia ma, da cacciatore, osserva».
Claudio Gregori è nato a Trento il primo giugno 1945, ha studiato presso l’Almo Collegio Borromeo di Pavia, ha trascorsi di vecchia data sui campi di calcio (ha giocato nella formazione del Bolzano negli anni Sessanta), si è guadagnato una laurea in Matematica, insegnata poi al liceo in abbinata a Fisica. Ma soprattutto ha sempre avuto una passione per il giornalismo che l’ha portato, nel 1974, a Roma per svolgere il periodo di praticantato. Risultato? Una penna, la sua, messa al servizio della Gazzetta dello Sport, del Giornale di Montanelli, del Tempo e del Messaggero. Per i quali ha seguito dodici Olimpiadi, ventotto Giri d’Italia e tre Tour, ma anche una lunga serie di mondiali nel campo del calcio, del ciclismo, ovviamente, dello sci, dell’atletica, della scherma e della ginnastica.
Insomma, un numero uno che ha realizzato reportage in tutti i Continenti, spaziando dalla caduta del Muro di Berlino al doping cinese. Lui archeologo e ricercatore nel campo dello sport; lui che ha scritto per la Treccani la storia del ciclismo nonché gli inserti sul doping e sul cronometraggio; lui che ha dato alle stampe diversi altri, apprezzati, lavori.
Ma veniamo alla sua ultima fatica, ovvero Il corno di Orlando. Vita, morte e misteri di Ottavio Bottecchia (66thand2nd, pagg. 533, euro 22,00), dove incontriamo e facciamo conoscenza con un personaggio fuori dalle righe, un corridore veneto protagonista di gesta straordinarie e imprese epiche, un grande atleta che è anche stato per quattro anni un bersagliere ciclista eroe di guerra, insignito della medaglia di bronzo al valore (imprigionato, riuscirà ad evadere per ben tre volte, incapace di sottostare al nemico, di rinunciare alla sua libertà). Insomma, di questa sua vita ce n’era da raccontare. E Gregori lo ha fatto, a novant’anni dalla morte, ricavandone un romanzo più che una biografia. Per far sì che il suo mito non sprofondi nell’oblio: «Se tendi l’orecchio, senti il rumore lieve del suo respiro. Dai monti rimbalzano gli echi del suo corno, l’olifante di Orlando».
Nato nel 1894 a San Martino di Colle Umberto (Treviso), Bottecchia divenne professionista tardi, a 27 anni, dopo aver fatto il ciabattino, il contadino, il muratore e il carrettiere. Per poi diventare imprenditore. Caratterialmente Ottavio era un uomo di poche parole, per certi versi diffidente e scorbutico, ma generoso e legato alla famiglia, in ogni caso cordiale con gli amici. E questa è la sua fotografia privata. Diversa invece quella dell’atleta, che impariamo a conoscere al Tour de France, dove si propose come uno dei più grandi dell’epoca. Nell’edizione del 1924, ad esempio, tenne la maglia gialla per 34 giorni consecutivi.
Anche perché in quegli anni la Grande Boucle si proponeva alla stregua di «un mondo rovesciato, abitato da un popolo di insonni che amava le brasserie e la strada. Dove si partiva col favore della notte. Dove corridori, avventurieri, spacconi, bugiardi, erano fantasmi variopinti che avanzavano nel buio, tra bagliori di fiaccole e fanali, prima di diventare cavalieri del sole, inzaccherati di fango, e affrontare le montagne inerpicandosi per ghiaioni e nevai».
Proprio lì, nel più impervio e inatteso degli scenari, «un veneto dal naso affilato, senza neanche una vittoria tra i professionisti, avrebbe trovato l’habitat ideale. Costruendosi sui Pirenei la propria chanson de geste, come Orlando a Roncisvalle. I francesi lo chiamavano, storpiandogli il nome, Botescià. Lui primo italiano a trionfare al Tour, primo atleta a vestire la maglia gialla dalla prima all’ultima tappa».
Ma Bottecchia è stato soprattutto un mistero, sia come corridore, con quel palmarès sfolgorante e imperfetto, sia come uomo: eroe di guerra, ignorato e spiato dal regime, scomparso all’'improvviso una mattina di giugno durante un allenamento solitario. E lo avevano trovato agonizzante, con diverse fratture alla testa, vicino a Gemona del Friuli. Sarebbe morto dodici giorni dopo, il 15 giugno 1927, a soli trentatré anni. Un incidente, quasi certamente. Un delitto, meno probabile… anche se ci furono diversi mitomani pronti a farsene carico.
«Tante le ipotesi, mai confermate. Una caduta, un agguato politico, un delitto passionale, una storia di scommesse?». Le fantasiose ricostruzioni si sono moltiplicate nel tempo, e Claudio Gregori se ne è fatto carico, attingendo da una mole di documenti senza precedenti, «per riscrivere la storia definitiva di uno dei più grandi campioni del pedale, un Cyrano sgraziato con gli occhiali da aviatore e il tubolare a tracolla, capace però di dominare il Tour più di Bartali e Coppi».

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