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Vittorio Feltri, il bastian contrario, si racconta lasciando a spasso la provocazione. O forse no

Non una vera e propria autobiografia, la sua, ma ci va vicino. Mettendo in fila una serie di aneddoti e di episodi inediti di gradevolissima lettura. A fronte di una scusa che non regge: “Volevo non andassero smarriti”


22/10/2018

di Massimo Mistero


Chi non conosce Vittorio Feltri, il più provocatore fra i giornalisti, opinionisti e saggisti su piazza? Una penna senza peli sulla lingua che, invecchiando, anziché darsi una regolata ha accentuato il suo ruolo di spina nel fianco delle istituzioni, della politica e di chi gli capita sotto tiro. Complice una capacità non comune di saper andare dritto al segno, in maniera irriverente quanto dannatamente concreta. Magari concedendosi degli eccessi, quegli stessi che lo hanno recentemente portato alla ribalta di Striscia la Notizia, con Ezio Greggio a martellarlo ogni sera, con un fiasco o una damigiana di vino a portata di labbra e gli occhiali sghimbesci sulla faccia, rendendolo, se mai ce ne fosse stato bisogno, ancora più personaggio. 
Lui che questa volta ha tirato il freno a mano delle polemiche, decidendo di dare voce a un intrigante libretto dal titolo Il borghese. La mia vita e i miei incontri da cronista spettinato (Mondadori, pagg. 98, euro 17,00), che già dal sottotitolo traspira l’ironia di un eterno ragazzo (anche se è nato il 25 giugno 1943 a Bergamo), dal momento che i suoi capelli, cascasse il mondo, sono sempre stati in ordine. Alla stregua, peraltro, del suo raffinato modo di vestire: aspetto da viveur, giacche dal taglio sartoriale, cravatte di buon gusto su camicie bene e spesso a scacchi. 
In ogni caso non ci troviamo di fronte a una vera e propria autobiografia (non parla infatti delle sue tre grandi passioni: i cavalli, i gatti e i bei vestiti), semmai a una specie di cameo impreziosito da quello stile diretto e implacabile, sempre in bilico tra cinismo e ironia, che lo ha reso per certi versi unico. Dando voce, come ama definirla lui stesso, a “una collezione di ricordi che non voleva andassero perduti”, incentrata su politici, amici e colleghi. Graffiati o adulati, ci mancherebbe, come si deve. 
In effetti, la sua, è una genialità comunicativa che intriga e cattura anche chi non la pensa come lui e che si è andata affinando strada facendo. Una strada peraltro segnata da un percorso per certi versi unico, che lo ha visto partire da zero (anzi, da sottozero) sino ad arrivare a occupare le poltrone di prima guida di Bergamo Oggi, dell’Europeo e dell’Indipendente (trasformato, fra il 1992 e il 1994, da una testata in crisi in una di successo), quindi de Il Giornale e del Quotidiano Nazionale (la “terna” rappresentata da Il Resto del Carlino, La Nazione e Il Giorno). Per non parlare del quotidiano Libero, che ha fondato nel 2000, per poi lasciarlo e tornarne al timone in altre due occasioni, l’ultima delle quali nel 2016. Quando, dopo aver invitato Silvio Berlusconi a fare un passo indietro in politica, aveva rimpiazzato sulla tolda di comando Maurizio Belpietro, il quale se n’era e andato a causa di divergenze con l’editore Antonio Angelucci. 
Feltri, si diceva. Un collezionista di denunce (in questo crediamo non abbia avuto rivali) che, nonostante tutto, ha saputo reggere alle buriane della professione. A dispetto della sua irriverente penna. E chi l’avrebbe mai detto, alla fine degli anni Cinquanta, che “quell’adolescente taciturno e magro come un chiodo”, rimasto orfano prestissimo - questo libro è dedicato ai suoi genitori putativi, monsignor Angelo Meli (colui che gli impartì le prime lezioni private di storia e letteratura) e zia Tina (che lo protesse e gli insegnò a leggere e scrivere a soli quattro anni) - sarebbe arrivato ai vertici del giornalismo nostrano? 
Probabilmente nessuno, nemmeno lui “abituato a rintanarsi in biblioteca dopo aver sgobbato tutto il giorno per dare una mano alla famiglia”, pur non avendo mai smesso “di inseguire con passione, tenacia e un pizzico d’incoscienza il sogno di entrare nel mondo della carta stampata, un mondo che fin da piccolo, quando riusciva a malapena a compitare qualche parola, lo aveva incuriosito”. Lui che giovanissimo aveva iniziato a consegnare il latte porta a porta, poi si era dato da fare come commesso, quindi come vetrinista e infine come impiegato alla Provincia di Bergamo. Collaborando anche, nei ritagli di tempo, prima con l’Eco di Bergamo (occupandosi di cinema, sport e cronaca) e poi con La Notte di Milano diretta da Nino Nutrizio, il quale lo assunse - ma sarà poi vero? - con un irrispettoso biglietto da visita: “Ho il sospetto che lei sia un cretino”. 
Un falso cretino che avrebbe attraversato (giocandosi le sue prime carte importanti al Corriere d’informazione, altro giornale del pomeriggio di Milano, fucina di future grandi firme, prima del passaggio al “Corrierone” su chiamata di Walter Tobagi) oltre cinquant’anni di storia italiana, sempre commentandone gli snodi cruciali dal suo punto di vista di cronista scapigliato, originalissimo e irriverente. E quella che racconta ne Il borghese è una vita costellata di soddisfazioni professionali, ma anche di memorabili incontri con grandi nomi del giornalismo e protagonisti del panorama politico, di ciascuno dei quali ricorda pregi e difetti, schizzandone ritratti ricchi di aneddoti gustosi. 
Così si va dalle incursioni di Oriana Fallaci, “dea e tiranna” capace di mettere a soqquadro la redazione di via Solferino (chiamando Cosino il malcapitato Sandrino Rizzo, caposervizio degli Esteri), alle bizzarre esibizioni canore di Eugenio Montale (“Era come un usignolo, se aveva voglia di cantare se ne infischiava di tutto e tutti”), dalle passioni culinarie di Enzo Biagi (“Mangiava come un assassino di pasta asciutta”) a quelle di Amintore Fanfani (“Cucinava meglio di uno chef stellato”). 
Storie raccontate con il tono di una chiacchierata fra amici. Ma poiché, come sostiene lui stesso, chi possiede personalità di solito ce l’ha pessima, non manca di ricordare - ad esempio -  i suoi rapporti burrascosi con Indro Montanelli e con Giorgio Bocca, che al momento della morte salutò, lasciando trapelare un po’ di malinconia, come il suo miglior nemico
Lui che si addentra con piacevole amarezza nel suo privato, mettendosi a nudo. Come quando ricorda di essere rimasto vedovo a 21 anni della bella quanto sfortunata Maria Luisa, con due gemelle cui badare, Laura e Saba, ma anche del matrimonio con Enoe dalle belle gambe, la donna che lo soccorse, gli salvò la vita e dalla quale ha avuto Mattia, pure lui giornalista capace, e Fiorenza. 
Figli sui quali ama ironizzare annotando l’ovvio: che cioè crescono, se ne vanno e diventano estranei, ma conservano il diritto di accesso “al tuo frigorifero” in quanto, pur avendo una casa loro, rientrano nella tua come se ancora ne facessero parte. “Mentre io, se li vado a trovare, devo chiedere il permesso persino di andare in bagno”.

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