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Vogliamo cambiare il Paese? Restituiamo una adeguata centralità al ruolo degli insegnanti

A sostenerlo, nel suo gradevole saggio Ultimo banco, è Giovanni Floris, quanto mai abile nell’addentrarsi fra le pieghe del fallimento della politica. Sostenendo che il pensiero è democratico. Semmai “il problema nasce quando pensiamo che la democrazia sia il diritto di non sapere”


23/07/2018

di Massimo Mistero


Giovanni Floris - giornalista, saggista, conduttore nonché scrittore di romanzi - può piacere o non piacere. Di sicuro non passa inosservato. Vuoi per quella sua aria sorniona e falsamente accomodante, vuoi per quella sua innata capacità di raffrontarsi, all’insegna di un buonismo di facciata, con personaggi da prima pagina. Spesso addentrandosi in approfondimenti che feriscono colpendo il bersaglio. Giocando naturalmente sulla simpatia o l’antipatia, in quanto al cuore e alle propensioni politiche difficilmente si comanda. Di certo, nel tempo, il suo modo di rapportarsi con il pubblico (e con le sue pulsioni chiaramente di parte) si è andato stemperando, lasciando spazio, in termini di prese di posizione, a un maggiore equilibrio. Della qual cosa ha certamente beneficiato, a partire dagli ascolti di un certo tipo di pubblico. 
Per la cronaca Floris, fermo restando il suo lavoro di inviato in mezzo mondo, si è proposto all’attenzione del grande pubblico con la conduzione del talk-show Ballarò, impostato su temi di attualità politica, economica e sociale e andato in onda per dodici anni su Rai 3. Un programma settimanale incentrato sul dibattito politico ed economico con eccellenti risultati di ascolto, in quanto aveva saputo intercettare l’interesse di un pubblico allargato, sempre all’insegna della serietà: vale a dire “affrontando i problemi con la logica, approfondendo i temi con rigore, onestà intellettuale e competenza, a volte con una buona dose di ironia”. Quell’ironia che lo accompagnava già in gioventù quando, ancora studente, si era dato da fare come animatore nei villaggi turistici. Lui che in seguito avrebbe anche interpretato una piccola parte nel film Questa notte è ancora nostra
Ma andiamo con ordine, addentrandoci - come da sue indicazioni - su un profilo ricco quanto variegato. “Sono nato a Roma il 27 dicembre 1967, città dove vivo con mia moglie Beatrice (Mariani) e i nostri due figli Valerio e Fabio. E sotto il Cupolone mi sono laureato in Scienze politiche nel 1991, con una tesi in Sociologia dal titolo “Capitale e lavoro: dallo scontro alla cooperazione conflittuale?”, tesi che vinse il premio Mondoperaio. Da qui la possibilità di collaborare con studiosi del settore come Gino Giugni e Luciano Pellicani, oltre a permettermi di scrivere per alcune riviste del settore. Beneficiando peraltro di una sostituzione maternità all’Avanti! Salvo aggiudicarmi il concorso, prima ancora che il contratto terminasse, per frequentare la Scuola di giornalismo radiotelevisivo di Perugia. La qual cosa mi consentì di diventare giornalista professionista”. 
A seguire, inframmezzato da diversi “contrattini” in Rai, il lavoro da precario all’Agenzia Italia. Sin quando, nel 1966, arrivò l’assunzione al Giornale Radio Rai con il ruolo di redattore economico, per poi guadagnarsi la qualifica di inviato, il che gli consentì di seguire avvenimenti in Indonesia, Giappone, Thailandia, Cina, Cile, Argentina, Brasile e in chissà quanto altri Paesi. Lavorando ad esempio sul processo di integrazione delle economie europee. 
Con un punto fermo rappresentato dal ruolo di corrispondente da New York, dove nel 2001 visse “il dramma degli attacchi alla due Torri gemelle a fronte di una esperienza umana drammatica e una professionale massacrante”. Infine l’approdo (ma sarebbe meglio parlare di un ritorno) alla conduzione di una trasmissione televisiva, con il “regalo” della prima serata. In altre parole Ballarò, trasmissione poi emigrata - in seguito al benservito ricevuto dalla Rai il 3 luglio 2014 - su La7 e intitolata Di martedì. Un programma che, nemmeno a dirlo, lo vede anche nelle vesti di autore e nel quale cerca di far capire ai telespettatori come stanno andando realmente le cose nel nostro beneamato Paese. Spesso facendo imbestialire - con quella faccia da bravo ragazzo che ancora si ritrova - molti suoi ospiti. 
Ma non è stato solo condito di televisione il percorso di Giovanni Floris. In quanto, da penna raffinata qual è, ha infatti firmato diversi saggi, tra cui Monopoli, Mal di Merito, il bestseller La Fabbrica degli Ignoranti, Separati in patria, Decapitati e Oggi è un altro giorno. Quindi il debutto nella narrativa con Il confine di Bonetti nel 2014. Un romanzo nel quale sembrava non volersi identificare, pur affondando le radici in un periodo a lui ben noto: quello di una generazione per certi versi fortunata, che si arrabattava in una vita politica senza grandi ideali. A seguire, due anni dopo, sarebbe stata la volta de La prima regola degli Shardana e Quella notte sono io, lavoro incentrato sul tema del bullismo e imbastito sul senso di responsabilità smarrito dai giovani. Una tematica e una storia peraltro “considerata degna di attenzione da parte di molti professori e studenti”. 
E ora, guarda caso, eccolo di nuovo sugli scaffali con Ultimo banco. Perché insegnanti e studenti possono salvare l’Italia (Solferino, pagg. 202, euro 15,00), un saggio (che si legge come un romanzo) arrivato a tre anni di distanza dall’ultimo, che per certi versi si rapporta proprio con questo suo recente percorso di narratore e che si propone come frutto delle esperienze maturate nell’ultimo anno. In altre parole gli incontri con ragazzi e docenti, che gli hanno consentito di “capire quale sia lo stato di salute della nostra nazione”. Un lavoro che, azzardiamo noi, potrebbe aver avuto a che fare con la sua biennale esperienza (2005-2006) come docente di comunicazione televisiva presso l’Università di Teramo. Cattedra che avrebbe lasciato in quanto non riusciva a seguire gli studenti “con l’impegno che avrebbero meritato”. 
Ed è appunto in Ultimo Banco che Giovanni Floris percorre - da giornalista, da genitore, da ex studente e da cittadino - “il filo che lega crisi ed eccellenze dell’istruzione, fino ad affrontare il nodo della sfida più importante: quella di ricostruire la scuola per ricostruire l’Italia”. Parlando di colpe e di meriti, di bullismo e di ignoranza, di illusioni e di disillusioni, di norme e di mele marce, di doveri e di eccessi genitoriali (tipo, mio figlio ha sempre ragione). Insomma, affondando il suo bisturi sui tanti mali legati al mondo dell’istruzione. 
Detto questo spazio alle note che supportano e sintetizzano al meglio questo lavoro: “È il primo banco e l’ultimo, è il banco di prova. È la scuola, che amiamo e vituperiamo a giorni alterni, sempre considerandola una sorta di mondo a parte, da celebrare in astratto o - troppo spesso - da riformare su basi ideologiche. Ma oggi sta succedendo qualcosa di più. La logica dell’emergenza e il culto del fenomeno, che stanno affossando il nostro Paese, rischiano di portare allo sfascio anche l’unica istituzione in grado di risollevarlo. Ed è tempo di correre ai ripari. Come? Innanzitutto rimettendo al centro gli insegnanti: il ruolo che rivestono, la professionalità che esprimono. Poi, responsabilizzando studenti e genitori. Solo così sarà possibile dare risposta al disagio che sentiamo crescere nell’universo dell’istruzione, e che rischia di tracimare dall’alveo degli ordinari disagi, producendo straordinarie tragedie”. 
Come accennato, è appunto in tale contesto che Floris riporta le testimonianze di dirigenti determinati, docenti resistenti, studenti speranzosi e genitori agguerriti che, attraverso le loro parole, “disegnano un percorso che può invertire la rotta, dalle aule scolastiche a quelle parlamentari, e ridare respiro alla politica”. 
Risultato? Una inchiesta-racconto che “coniuga la vividezza della narrazione con una gradita ricchezza di voci, storie, informazioni e ricordi”. Insomma, nonostante la materia tosta e ingombrante trattata, un saggio da non perdere.

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