Share |

William Shomali: "Purtroppo l'Islam non cerca di integrarsi ma punta a integrare gli altri"

In una intervista esclusiva europea concessa a Economia Italiana.it l’alto prelato palestinese, fra l’altro vicario patriarcale per la Giordania e cancelliere del Patriarcato latino di Gerusalemme, si addentra nelle tematiche calde dell’immigrazione. Sostenendo come in Italia l’islamismo si stia incuneando all’interno del cristianesimo


06/11/2017

di Giuseppe Marasti


Il tema caldo dell’immigrazione; il difficile rapporto fra i migranti e la popolazione accogliente; il rischio che l’Islam non cerchi l’integrazione, semmai punti a integrare gli altri. Da qui un suggerimento alla prudenza, a livello europeo, nell’accoglienza di milioni di persone. Paventando peraltro il rischio che in Italia l’Islam si stia “incuneando all’interno del cristianesimo”. Di questo e molto altro ci ha parlato, in una intervista esclusiva a livello europeo rilasciata a Economia Italiana.it, William Hanna Shomali (nato il 15 maggio 1950 a Beit Sahour), vescovo ausiliare del Patriarcato latino di Gerusalemme, nonché nuovo vicario patriarcale per la Giordania. 
Entrato nel seminario di Beit Jala nel 1961, dopo aver completato gli studi in Filosofia e Teologia Shomali aveva ricevuto - era il 1972 - l’ordinazione sacerdotale. Nel 1980, una volta conseguita la laurea in Letteratura inglese presso l’Università Yarmouk, era diventato prima docente e quindi direttore del Seminario Minore di Beit Jala. Nel 1989, completato un dottorato in studi liturgici presso l’Ateneo Pontificio di St. Anselm Studies di Roma, aveva insegnato Liturgia, per poi occupare la carica di vicerettore presso la Facoltà di Filosofia e Teologia del Seminario maggiore di Beit Jala. Che altro? La nomina nel 1998 ad Amministratore generale ed Economista del Patriarcato Latino di Gerusalemme, seguita nel 2005 da quella a rettore del Seminario del Patriarcato Latino a Beit Jala. Nel 2009, infine, sarebbe diventato cancelliere del Patriarcato latino di Gerusalemme.

Eccellenza, lei è nato a Beit Sahour, nota per essere il luogo dove, secondo il Nuovo Testamento, un angelo annunciò la nascita di Gesù ai pastori. Si trova a “pochi passi” da Betlemme. Che effetto le fa essere nato proprio lì? 
Quando ho aperto gli occhi, ho scoperto la grazia di vivere nei luoghi piu santi della cristianità. All’inizio era una cosa data per scontata. Ma il fatto d’incontrare migliaia di pellegrini che vengono con grande fede a vedere questi luoghi e pregare almeno una volta nella loro vita mi ha fatto riscoprire la grandezza del dono ricevuto e spesso vado in adorazione a pregare nella Grotta di Betlemme. Il fatto di essere nato a Betlemme mi ha consentito di essere stato accolto bene durante il periodo vissuto in Italia e in Europa. Il popolo italiano ha grande stima della mia Terra, chiamata semplicemente Terra Santa.

Lei è vescovo del Patriarcato latino di Gerusalemme che comprende Cipro, Israele, Giordania e la Palestina. Compito piuttosto complesso il suo... 
Sì, la situazione della mia diocesi è complessa. È una diocesi che comprende quattro Stati diversi politicamente, linguisticamente, culturalmente ed economicamente. Il problema israelo-palestinese fa soffrire milioni di persone senza trovare soluzione. La circolazione fra uno Stato e l’altro è complessa. Anche se Gaza fa parte della mia diocesi, ho avuto sempre difficoltà a visitarla come vescovo. Occorrono permessi speciali. Gerusalemme è la citta la più santa del mondo, ma anche la città più disputata. È una grazia e disgrazia nello stesso tempo abitare a Gerusalemme come ho fatto per sette anni prima della mia nomina in Giordania nel marzo scorso.

La Giordania si stima abbia circa 10 milioni di abitanti. Al momento ospita due milioni e 7mila rifugiati. Come viene gestita una tale moltitudine di persone? 
Una gran parte della popolazione siriana si trova in campi profughi, allestiti dall’Onu e dalla Comunità Europea. Tante Ong ci lavorano. La nostra Caritas giordana è molto attiva in questo senso. Una gran parte dei profughi iracheni sono cristiani. Dobbiamo occuparci di loro come chiesa per la loro istruzione, abitazione, lavoro. È un lavoro complesso in cui le nostre parrocchie sono coinvolte. Con il sostegno della Caritas 20 delle scuole cristiane aprono le porte agli studenti siriani per dare loro educazione. Questo si fa a partire delle 3.30 del pomeriggio, finita la prima fase di lezioni del mattino. Praticamente le nostre scuole sono aperte a tempo pieno per accogliere prima i nostri studenti e poi i siriani.

Ciò ha danneggiato parecchio l’economia giordana? 
Sì, perché l’aiuto che viene dato alla Giordania non basta. La Giordania è un paese del Terzo Mondo e non può più ospitare un gran numero di persone. Occorre anche dire che la guerra tra Siria e Iraq è stata piu lunga di quanto si pensava. E i donatori sono stanchi di continuare a donare...

Come si vive la coesistenza di popoli tanto differenti per cultura e religione? 
In Giordania la maggioranza dei profughi è musulmana. Ciò aiuta la loro integrazione. D’altronde, il rispetto dell’altro è un obbligo. Il re e il governo ci tengono molto.

Il 92% della popolazione è islamica, il 2% cristiana. Sono difficili i rapporti tra musulmani e cristiani? 
Le relazioni sono migliori rispetto ad altri Paesi come l’Egitto o l’Arabia Saudita. In Giordania c’e una libertà religiosa completa, ma la libertà di coscienza non esiste. Occorre molto tempo prima che i Paesi arabi facciano un progresso in questo senso. Anche se i governi vogliono cambiare, la mentalità islamica popolare resiste al cambiamento come sta accadendo in Arabia Saudita.

È sostanzialmente impossibile in Giordania che un musulmano possa diventare cristiano? 
La conversione al cristianesimo in Giordania è proibita non solo dalla società ma anche indirettamente dallo Stato. Nei registri ufficiali un musulmano convertito rimane musulmano lui e anche i suoi figli. Questo fatto ha impatto sul lato sociale: il matrimonio dei figli eredita l’insegnamento della religione nelle scuole...

Quali sono le iniziative cristiane che si portano avanti? 
Abbiamo 50 scuole cristiane in Giordania, una Università, una Caritas molto dinamica e parrocchie vibranti di fede.

La Chiesa, lei dice, non fa proselitismo: scusi l’impertinenza, ma allora cosa ci sta a fare? 
Non facciamo proselitismo diretto con le persone. Ma accettiamo quelli che il Signore ci manda per chiedere più informazioni sulla nostra fede. Le nostre scuole accettano studenti musulmani, ora numerosi come i nostri. L’evangelizzazione con l’esempio è più forte che con la parola. Se siamo convinti della buona volontà di qualcuno che cerca la conversione non possiamo rifiutare, usando sempre la prudenza e la saggezza necessarie.

La Giordania confina con 5 Paesi: Siria, Iraq, Arabia Saudita, Israele e Cisgiordania. Tutte aree “tranquille” Come mai l’Isis qui non si è espansa, non ha attecchito? Perché viene considerata un’isola di pace? Merito anche del re? 
Il re gode della fedeltà dell’esercito, dei capi delle tribù giordane, dei cristiani ma anche dei palestinesi che si sentono accolti bene fin dal 1948. Il re è amato. Tutti gli sono grati per l’atmosfera di pace che fa bene a tutti. La polizia segreta della Giordana fa un buon lavoro e scopre sempre velocemente le cellule dell’Isis quando nascono e quando si muovono. L’Isis ha timore a operare in Giordania. Non ha molte chances.

Parliamo di Italia e di Europa. L’immigrazione è un problema molto serio. In Italia fino ad ora pare vi siano quasi sette milioni di immigrati. Lei crede che il musulmano possa realmente integrarsi? 
Ci sono diversi gradi nell’integrazione. Certo un musulmano radicalizzato non ha alcuna possibilità di integrarsi. Ma un musulmano non praticante, che ha acquisito una mentalità occidentale grazie all’università o al lavoro, ha più possibilità. L’integrazione rimane comunque molto difficile specialmente per quei musulmani che vivono isolati in quartieri appartenenti a loro soltanto. Il problema non è solo la lingua, ma anche la mentalità e la cristianophobia che molti hanno imparato nelle scuole delle loro rispettive nazioni. Un modo efficace di integrazione è la conversione. Ma rimane finora un fenomeno raro.

Papa Francesco, molto frequentemente, esorta all’accoglienza. Ma qualcuno, oltre a seri problemi di spazi e di carattere economico, non s’è ancora accorto che si sta incuneando l’Islam all’interno del cristianesimo? 
Occorreva utilizzare tanta prudenza nell’accogliere migliaia e milioni di stranieri in Europa. Bisogna distinguere fra quelli che vengono per motivi economici dal Nord Africa e quelli che fuggono da persecuzioni religiose. Questa distinzione non è stata fatta. L’Europa si è risvegliata un po’ tardi. Papa Francesco ha fatto parlare il suo cuore di pastore.

Su questo argomento la Chiesa spesso non è capita. Esiste secondo lei un progetto che non conosciamo? O si continua a dire accogliamo, accogliamo... senza alcun calcolo? Lei sa che nel mondo ci sono oltre 3 miliardi di persone che vivono con meno di 2 dollari al giorno. Chi si accoglie? E con quali criteri? 
Non penso esista un progetto eccetto quello della cancelliera tedesca Merkel. Lei pensa di compensare con i profughi la debole natalità in Germania. Questa nazione europea ha così giovani e nuove generazioni, altrimenti si spegnerebbe poco a poco. Ma è veramente la vera soluzione accogliere indistintamente?

Si controlla poco o niente chi entra. In una intervista Paul Jacob Bhatti, che è stato ministro per le minoranze in Pakistan, ha detto: “È fondamentale - per la tutela dei cittadini del Paese accogliente - che riforme, regole e controlli molto approfonditi su chi arriva siano assolutamente fatti, in modo tale che queste persone non diventino, oltre che un peso, anche un pericolo per la società”. Lei condivide? 
Ha ragione al 100 per cento.

Mi ripeto. L’islamico è integrabile? 
Ritengo che l’Islam come religione non cerchi di integrarsi, ma cerchi di integrare gli altri. D’altronde, penso ai siriani che sono fuggiti dal campo di battaglia. Una parte di loro accetterebbe di integrarsi se venisse aiutata. Rimane una piccola luce. Una parte dei musulmani sta aprendo gli occhi ripensando alla propria relazione con la fede.

(riproduzione riservata)