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“25 luglio 1943”: dietro le quinte dell’epilogo del fascismo

Basandosi su documenti inediti, lo storico Emilio Gentile svela cosa accadde nell’ultima seduta del Gran Consiglio che sfiduciò Benito Mussolini e mise fine al suo regime


31/08/2020

di Giambattista Pepi


Alle 2,30 del mattino del 25 luglio 1943, dopo dieci ore di discussione, la maggioranza dei gerarchi del Gran Consiglio, organo supremo del regime fascista, votò la sfiducia nei confronti di Benito Mussolini, approvando un ordine del giorno presentato da due fedelissimi: Dino Grandi e Luigi Federzoni. Nel pomeriggio, alle 17,30, il duce venne arrestato dai carabinieri su ordine del Re Vittorio Emanuele III. 
Emilio Gentile, il più autorevole studioso italiano del fascismo, nel saggio 25 luglio 1943 (Laterza, pagg. 287, euro 18,00) ricostruisce il “dietro le quinte” di un giorno rivelatosi cruciale nella storia d’Italia. Sulla base di documenti recentemente rinvenuti e con una narrazione rigorosa e puntuale l’autore (professore emerito all’Università La Sapienza di Roma, socio dell’Accademia dei Lincei, autore di molte opere, tradotte nelle principali lingue, tra cui ricordiamo L’apocalisse della modernità. La Grande Guerra per l’uomo nuovo; Né Stato né Nazione. Italiani senza meta; Quando Mussolini non era il duce) prova a fugare i dubbi e a chiarire i retroscena che portarono la maggior parte dei gerarchi a voltare le spalle al loro duce e a rimuoverlo dal suo piedistallo mettendo fine al suo regime illiberale e dispotico. 
Molti sono stati gli interrogativi rimasti senza risposta: i gerarchi volevano veramente estromettere Mussolini dal potere? Volevano porre fine al regime per salvare la Patria? Oppure furono dei traditori? Se il duce considerava l’ordine del giorno presentato da Grandi “inammissibile e vile”, perché lo mise in votazione? Tutti i presenti rimasero stupiti dalla fiacca reazione del duce alle accuse che gli vennero rivolte durante la seduta. Era forse rassegnato a perdere? O addirittura voleva uscire di scena, come un attore che, dopo essere stato osannato per vent’anni, alla fine era stato fischiato per aver perso la guerra? Congiura di traditori? Audacia di patrioti? O l’eutanasia di un duce? E in questa vicenda quale ruolo ebbe il Re? Perché davanti al Paese allo sfacelo indugiò ad agire? Il sovrano era al corrente del colpo di Stato ordito dagli alti ufficiali delle forze armate che avrebbero messo fine al regime illiberale e ormai impopolare di Mussolini? 
È possibile adesso fare luce su quanto accadde prima, durante e dopo quella fatidica seduta del Gran Consiglio grazie a documenti inediti provenienti dall’archivio di Federzoni recentemente rinvenuti e acquisiti dalla Direzione Generale Archivi di Roma. Tra i quali otto pagine di appunti, molto concisi, che riportano il contenuto di quasi tutti gli interventi e il resoconto manoscritto compilato in forma di verbale a casa di Federzoni (probabilmente tra la fine di luglio e l’inizio di agosto) ai quali sono allegati i testi del proprio discorso e gli interventi di alcuni firmatari dell’ordine del giorno Grandi (Acerbo, Albini, Alfieri, Bastianini, Bignardi, De Stefani, De Marsico, De Vecchi, Federzoni, ma non quelli di Grandi che lo stesso inviò a Federzoni solo nel 1956). Completano i documenti acquisiti gli appunti di De Marsico, riprodotti in appendice del suo libro sul 25 luglio pubblicato nel 1983. 
Nelle memorie pubblicate sia nell’immediato, sia a distanza di decenni, il duce e i 19 gerarchi che lo sfiduciarono hanno fornito versioni contrastanti di quel che fu detto, come fu detto e perché fu detto. “Ma non c’è neppure una delle loro testimonianze - dice Gentile - che possa fornire un racconto sicuramente veritiero”. 
Molto probabilmente - pensa lo storico - perché furono resi di pubblico dominio soltanto dopo la catena di avvenimenti che seguirono l’arresto di Mussolini e il crollo del regime: dal colpo di Stato ordito dai militari con l’assenso del Re fino alla nascita della Repubblica sociale italiana e al processo di Verona (avvenuto dall’8 al 10 gennaio 1944 vide sul banco degli accusati sei membri su 19 del Gran Consiglio che avevano destituito Mussolini: Galeazzo Ciano - genero del duce -, Emilio De Bono, Luciano Gottardi, Giovanni Marinelli e Carlo Pareschi furono condannati a morte e fucilati da un plotone di 30 militi fascisti, mentre Tullio Cianetti fu condannato a 30 anni di carcere, ma scontò solo pochi mesi a causa della guerra; gli altri 13 membri furono anch’essi condannati a morte ma in contumacia: nessuno di loro, però, fu mai arrestato e tutti sopravvissero alla Seconda guerra mondiale)che certamente “influenzarono e condizionarono la rappresentazione e l’interpretazione dei fatti allora accaduti e il comportamento che i gerarchi ebbero”. 
Inoltre va detto che i diciannove firmatari dell’ordine del giorno Grandi non erano vincolati da un’intesa o da un patto come artefici di una congiura perché tra loro, ricorda l’autore, “nei vent’anni precedenti non c’erano mai state concordanza nella concezione del fascismo, solidarietà tra camerati, comunanza di propositi: piuttosto vi erano state discordanza, diffidenza, rivalità, antagonismo, gelosia, invidia”. 
Pur aderendo all’iniziativa del gerarca bolognese, erano divisi nelle motivazioni, nei propositi e negli obiettivi che intendevano perseguire. Ma sembra assodato che nessuno in realtà pensasse a voler destituire Mussolini e a decretare la fine del fascismo. E rimasero sconcertati e increduli della scelta compiuta dal Re di rimuovere Mussolini dall’incarico di Capo del Governo, farlo arrestare, nominare al suo posto Badoglio e avviare i contatti con le forze alleate per far uscire l’Italia dalla guerra ormai perduta. 
Per ricostruire fedelmente quanto avvenne, manca purtroppo quello che l’autore definisce il “testimone attendibile”: il verbale ufficiale della seduta svoltasi tra il 24 e il 25 luglio che non fu redatto. 
Per prassi consolidata e ammissione di diversi partecipanti delle riunioni del Gran Consiglio non si redigevano verbali,  né resoconti ed era perfino vietato prendere appunti (sembra come avrebbe poi ricordato Federzoni in un libro pubblicato nel 1967 “perché pur avendo creato il supremo organo della Rivoluzione, Mussolini non voleva che fosse e nemmeno apparisse libero di esprimere opinioni in contrasto con la volontà del dittatore”)  ma “veniva unicamente compilato un nudo comunicato stampa sugli argomenti trattati e le decisioni prese” annotò Giacomo Acerbo, membro storico dell’organismo anni dopo l’avvenimento. 
Sembra tuttavia che diversi partecipanti e lo stesso Mussolini avessero preso appunti. Ma Gaetano Polverelli, membro del Gran Consiglio, rievocando la seduta, dieci anni dopo scrisse: “Per la seduta del 24 luglio, Mussolini non volle stenografi. Fui solo io a prendere appunti su un taccuino, che conservai”. 
Manca dunque un documento ufficiale in grado di raccontare come andarono davvero le cose quel fatidico giorno le cui “prove generali” si svolsero il 16 luglio quando Mussolini, su richiesta del segretario del Partito nazionale fascista, Carlo Scorza, ricevette in udienza a Palazzo Venezia nove gerarchi: che avrebbero poi preso parte alla seduta delGran Consiglio, sei dei quali avrebbero votato l’ordine del giorno Grandi. Curiosamente, né Grandi, né Federzoni, furono presenti a quell’incontro. Per la cronaca il 24 luglio furono presentati altri due ordini del giorno, oltre quello di Grandi: uno firmato da Scorza e uno da Roberto Farinacci che non furono però messi ai voti. 
Com’è stato possibile allora agli storici raccontare quel fatidico giorno che segnò l’allontanamento di Mussolini dal potere? 
La lacuna della mancanza del verbale spiega Gentile “è stata colmata finora dagli storici confezionando una sorta di postumo verbale apocrifo, composto con le parti concordati delle differenti versioni ritenute più attendibili, attribuendo alla concordanza come tale un persuasivo grado di attendibilità, e scartando quelle che, con più evidenza, apparivano invenzioni o manipolazioni”. Ma per quanto lodevoli, questi tentativi – sottolinea lo storico – non riescono “a dare risultati persuasivi per la conoscenza e la comprensione di come andarono veramente le cose” quel giorno. 
Ciò che ha maggiormente colpito gli studiosi sono stati, in particolare, i contrasti stridenti fra le narrazioni di Dino Grandi e Luigi Federzoni, da una parte, e quelle di Alberto De Stefani e Giuseppe Bottai dall’altra, su quel che accadde nella sala del Pappagallo a Palazzo Venezia, dove avvenivano le riunioni del Gran Consiglio. Ognuno di loro ha raccontato la propria “versione” dell’evento, delle motivazioni, provando, a posteriori, a giustificare il proprio comportamento, davanti all’opinione pubblica e alla storia. 
“Le versioni di Grandi e di Federzoni sull’origine del 25 luglio e sul loro ruolo - scrive lo storico a conclusione del quinto capitolo intitolato I tirannicidi del 25 luglio - non corrispondono alla realtà effettuale degli eventi e neppure al ruolo che entrambi gli aspiranti tirannicidi, sia pure in senso esclusivamente metaforico, hanno raccontato di aver svolto nella notte del Gran Consiglio”. 
Ricorda ancora Gentile che a prendere l’iniziativa di convocare il Gran Consiglio “dopo tre anni e mezzo dall’ultima seduta… furono altri gerarchi”. “Solo quando il duce alla fine concesse la convocazione, Grandi, con l’amico fedele (Federzoni - ndr), decise di entrare in azione. Ma neppure allora ebbe veramente, come ha sostenuto invece nel libro sul 25 luglio, la visione chiara, chiare le difficoltà e le conseguenze”. 
Ma le “inesattezze, invenzioni e manipolazioni” non furono una prerogativa esclusiva di Grandi e Federzoni, ma anche “di altri attori del 25 luglio, a cominciare da Mussolini: pertanto i loro racconti possono essere considerati apocrifi d’autore, composti dopo il crollo del regime totalitario: spesso elaborati col senno del poi, miranti a dare una rappresentazione parziale, lacunosa o semplicemente falsa, essendo ognuno di essi impegnato unicamente a far risaltare la coerenza, la dignità, il coraggio e la consapevolezza del proprio comportamento. Salvo poi contraddirsi in successive versioni o smentirsi reciprocamente”.  
Ha destato sorpresa tra gli storici il contegno tenuto da Mussolini sia durante la seduta del Gran Consiglio, sia nel successivo colloquio con il Re. Nessuno riesce infatti a capacitarsi come mai il duce – forte del suo armamentario di strumenti con i quali aveva incantato e suggestionato le masse godendo di un consenso pressoché unanime in Italia e nelle cancellerie estere grazie al carisma, alla retorica, al linguaggio aulico e pieno di iperboli, allo sguardo magnetico, alla capacità persuasiva, alla volitività, alla cultura  – non avesse neppure provato a difendersi dalle critiche, a proporre soluzioni alternative che potessero convincere i più incerti o dubbiosi tra i gerarchi - e ce n’erano -  che esistesse una qualche via d’uscita che rendesse possibile salvare il Paese dalla rovina e il regime fascista da una fine ingloriosa. Invece il duce apparve remissivo, rinunciatario, abulico, rassegnato. 
Era consapevole che il suo destino stava per compiersi: che la sua destituzione come Capo del Governo avrebbe segnato ineluttabilmente la fine del regime fascista e del sogno di imperitura gloria e grandezza per l’Italia che aveva spinto milioni di italiane a idolatrarlo e a condividere per la più parte le decisioni più gravi come l’entrata in guerra con la Germania che avrebbe portato il Paese alla catastrofe. Egli ebbe a un certo punto la consapevolezza che il suo ciclo stava per concludersi, che la sua ora era giunta come scrisse in una lettera indirizzata all’amante Claretta Petacci. 
Al di là della verità storica, il 25 luglio 1943 è stato uno spartiacque, una cesura: sancì la fine del ventennio fascista, di una dittatura, dell’uomo solo al comando di una nazione e aprì un nuovo capitolo della storia d’Italia: non meno importante, e foriero di conseguenze faste e nefaste per il Paese. 
Infatti, dopo averlo ricevuto in udienza a Villa Savoia, e avergli comunicatole proprie decisioni di riprendere il comando delle forze armate e di sostituirlo come Capo del Governo affidando al maresciallo Pietro Badoglio la formazione di un nuovo Esecutivo con il mandato di far uscire l’Italia dalla guerra ormai perduta, il Re dispose l’arresto di Mussolini. 
Poche settimane più tardi venne firmato a Cassibile, nei pressi di Siracusa, l’armistizio e la resa incondizionata dell’Italia alle forze alleate. 
Sentitasi tradita dagli italiani, la Germania scatenò l’operazione Achse (volta al disarmo e alla deportazione delle truppe italiane) e occupò militarmente le regioni centro-settentrionali della penisola, compresa la capitale. 
La campagna d’Italia, condotta dagli anglo-americani con l’apporto della Resistenza si sarebbe conclusa nell’aprile1945 con la liberazione dei territori occupati, la capitolazione delle forze tedesche e la disgregazione della Repubblica Sociale Italiana: il governo collaborazionista organizzato e guidato da Mussolini dopo l’8 settembre su volere di Hitler. Il duce si diede alla fuga, avrebbe voluto riparare in Svizzera, ma viene catturato e ucciso dai partigiani a Giulino di Mezzegra, comune in provincia di Como, il 28 aprile 1945, assieme a Claretta Petacci. 
Una storia, quella della fine di Mussolini e del fascismo, oggi arricchita da questo fondamentale contributo, che 77 anni dopo quegli eventi tragici, continua a essere studiato, a far discutere e, almeno in parte, a dividere il nostro Paese.

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