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“C’è una sola via, costellata di sofferenze, che può farci superare la pandemia”

Le riflessioni sul difficile momento di un magistrato in pensione, già procuratore capo della Repubblica di Pavia


02/11/2020

di GUSTAVO CIOPPPA*


Appare verosimilmente paradossale che una immane catastrofe collettiva mondiale possa essere rimessa, in quanto a soluzione, al singolo, a ciascun singolo individuo. Non mi riferisco ai medici, ai ricercatori scientifici e agli addetti ai lavori. Mi riferisco a tutti gli altri, a ciascuno di noi. La pandemia sta infuriando su tutto il globo e non sono pochi i sintomi di scoramento, rassegnazione, fatalismo paralizzatore. Se una simile atmosfera si diffondesse, crescesse, si impadronisse delle menti, quanta umanità sarebbe, alfine, perduta. Da qui la necessità di una forte presa di coscienza singola, per far fronte all’immagine del contagio. 
La convinzione di non poter far nulla, da soli, contro il virus è del tutto sbagliata: è vero l’esatto contrario. Se ciascuno adotta - e aiuta gli altri a far lo stesso - tutte le misure di prevenzione che vengono continuamente rammentate e spiegate, ci porremo, senza indugio, sulla via della soluzione. Non ci sono scorciatoie né lampi di genio che tengano: c’è solo una via, costellata di sofferenze - fisiche, economiche, mentali - che ci può portare a salvamento. Il convitato di pietra delle riflessioni che precedono è il crollo della economia. Che questo ci sarà, non vi è dubbio. 
Il problema è l’entità, cui si dovrà far fronte a seconda delle varie realtà. Ci vorranno certo capitale umano cospicuo, lavoro, capacità e voglia di soffrire. E però, se una nave sta affondando, si pensa a salvarsi o a cercare di portar con sé le risorse che serviranno dopo?  In che modo gioverà ad una umanità   devastata - diciamo pure a un povero morto - dalla pandemia, l’aver trovato, a malapena in piedi, una economia traballante? Certamente, anche in questa fase, non si devono trascurare, a livello globale, l’economia e le sue complesse problematiche. 
C’è, tuttavia una questione di priorità. Primum vivere, deinde philosophari. La storia non ci mostra intere, grandi civiltà morte e sepolte per via della fame. Viceversa ce ne mostra di distrutte dalle armi e dalle pestilenze. E, peraltro, anche in oeconomics, ciascuno, nel suo piccolo può fare la sua utile parte, onerandosi di qualche sacrificio in alcune comodità, sul versante del lavoro e su quello della quotidianità. A conclusione delle riflessioni che precedono, mi preme richiamare l’attenzione su un fattore pericolosissimo della nostra traversata del deserto: la paura. Essa ha distrutto imperi e modificato infinite volte il corso della storia. E la vulgata non ci ricorda, quando ne ha modo, che un tale è morto di paura? Fuor di metafora, di paura si può morire. E la vita non è vita se vissuta in preda costante della paura. 
Di più: decisioni importanti contro il contagio, adottate in preda alla paura, possono rivelarsi esiziali per lo stato di diritto e per la democrazia stessa su cui esso si fonda. Quanti regimi democratici si son lasciati uccidere dalla paura, che ha lasciato il posto a una callida tirannide alimentata dal grande caos incombente sulla politica e sulla Cosa pubblica?

*Già procuratore capo della Repubblica di Pavia e sottosegretario alla presidenza della Regione Lombardia

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