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“Come ho conosciuto la vita indagando la morte”. Perché i morti non mentono

Richard Shepherd, il più noto medico legale a livello mondiale, si racconta attingendo dai casi più eclatanti delle sue 23mila e oltre autopsie


16/03/2020

di Valentina Zirpoli


Di sicuro nessuno dei suoi 23mila “pazienti” ha avuto la possibilità di lamentarsi. Anche perché le sue attenzioni sono sempre state rivolte a persone defunte. Fermo restando che il suo bisturi ha avuto a che fare con personaggi di diversa estrazione sociale: teste coronate, vittime di incidenti, morti ammazzati, serial killer. Con lo scopo magari di appurare verità scomode, perché “i morti non possono mentire e nemmeno nascondere la verità. E possono quindi dire tantissime cose”. 
Di chi stiamo parlando? Dell’inglese Richard Shepherd, nato a Londra e cresciuto a Watford, che nel libro Per cause innaturali (Longanesi, pagg. 396, euro 22,00, traduzione di Matteo Camporesi) ci trasporta, con mano leggera (e scientifica), nel “luogo più tenuto dai vivi e più amato dalle serie televisive”. Shepherd che non è solo il più celebre medico legale del mondo, ma anche un detective a pieno titolo. Su di lui è infatti spesso ricaduto il compito di risolvere i misteri celati dietro alcune delle morti più inspiegabili. Sta di fatto che grazie alle sue capacità, all’impegno e all’intuito, ha offerto la soluzione alla domanda più pressante che si presenta in certe tragiche circostanze: com’è morta quella persona? 
Questo è infatti il compito di un patologo forense: eseguire procedure per determinare la causa del decesso, studiando i tessuti e i risultati di laboratorio. In tal modo spesso è possibile determinare come un uomo o una donna sia finita nell’aldilà e fornire prove in tribunale sulla causa e sull’ora della morte. 
Di fatto Shepherd si è trovato a confrontarsi con alcuni dei casi mediatici più noti di ogni tempo, tra cui il massacro di Hungerford (dove un folle armato come Rambo uccise 14 persone), le vittime inglesi dell’11 settembre a New York, i misteri e gli intrighi che si celavano dietro morti eccellenti, come quelle di Michael Jackson e del cantante e attore australiano Michael Hutchence. E soprattutto sulla fine della principessa Diana e del suo amante Dodi Al Fayed, morti in un sottopasso della capitale francese il 31 agosto 1997. Arrivando alla conclusione che sarebbe bastato che avessero indossato le cinture di sicurezza per salvarsi dall’incidente causato dal loro autista che guidava ubriaco. 
Lui che ha affrontato serial killer, disastri naturali, delitti perfetti e tragici incidenti, riuscendo spesso a fornire prove in grado di assicurare alla giustizia efferati assassini, scagionare innocenti e ribaltare l’esito di indagini apparentemente semplici. Ma tutto questo - è bene sottolinearlo - ha però comportato pesanti costi personali in termini di stress. 
Per farla breve: in questo lavoro Shepherd racconta la storia dei casi che ha incrociato e che più hanno segnato la sua memoria, ma indaga anche e soprattutto sul vero significato di una vita trascorsa in compagnia della morte, affrontando gli angoli più bui della mente umana. E per farlo - tiene a precisare - “quando arrivi sulla scena di un crimine violento bisogna estraniarsi da quanto è successo, dalle persone coinvolte, da coloro che le circondano”. Anche se risulta più facile a dirsi che a farsi, con le emozioni a rincorrersi. 
Fortuna ha voluto “che abbia avuto la fortuna di praticare per tutta la mia carriera una professione che mi ha affascinato sin dal giorno in cui ne ho scoperto l’esistenza, ma è solo guardandomi indietro oggi, trascorsi quaranta, rapidissimi anni, che mi rendo conto quanto sia stato fondamentale il contributo di familiari, amici e colleghi”. Come dire che, anche - o forse soprattutto - chi è a contatto ogni giorno con la morte ha bisogno di rapporti umani importanti. A partire dalla “meravigliosa moglie” Linda (“Che mi ha insegnato a prendermi cura del nostro giardino”) nonché i figli e i nipoti. 
Shepherd, si diceva, che negli anni del ginnasio si era imbattuto in un libro che lo aveva iniziato al fascino e ai misteri della medicina legale, inaugurando una ricerca durata tutta la vita. Lui che aveva studiato Medicina presso la St George’s Hospital Medical School per poi entrare nel prestigioso dipartimento di medicina legale del Guy’s Hospital. Insomma, un concentrato di capacità e competenze, ora che si sta avviando verso la fine dei suoi primi sessant’anni, richieste in tutto il mondo quando c’è un dubbione a tenere banco.  
Detto questo, come si propone la lettura di Per cause naturali entrato nel 2018 fra i libri dell’anno nella graduatoria stilata da The Times? Un lavoro intimo e duro, affascinante e inquietante, schietto e agghiacciante, straordinariamente profondo e al tempo stesso compassionevole, capace di coinvolgere e di indurre alla riflessione. “Indagando anche e soprattutto il vero significato di una vita trascorsa in compagnia della morte, affrontando peraltro gli angoli più bui della mente umana”.

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