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“Di cosa si nutrono le storie del mio commissario? Di emozioni, di pensieri e di ricordi. Perché molti dei miei noir sono intrecciati alla mia vita”

La prolifica autrice di Mariani e le giuste scelte regala a nostri lettori uno spaccato inedito del suo modo di rapportarsi con la scrittura. Parlandoci anche di come è nato e di cosa tratta il suo ultimo lavoro, una storia in bilico fra “il peso del corpo e la lievità della musica”


11/12/2019

di Maria Masella


Maria Masella

Scrivere è costruire un mondo. Quali strumenti ha lo scrittore? Si mette comodo davanti allo specchio, si guarda. Apre la finestra, lancia occhiate fuori, ascolta voci e suoni. Gli arrivano odori. Lo scrittore è una spugna capace di assorbire, una spugna incapace di selezionare ciò che assorbe; uno scrittore non dice “questo no, è brutto, è sgradevole; questo no, non mi serve”, spesso non è neppure consapevole di aver preso e conservato. Assorbe e conserva. Spesso in modo ignaro. 
Quando la spugna viene strizzata, rilascia ciò che aveva assorbito, ma lo rende diverso. Tutto si è intrecciato, confuso, modificato, come il vino che cambia a seconda della botte in cui viene conservato. 
Chi scrive da alcuni anni è ormai consapevole di questi tre movimenti: assorbire, modificare, rilasciare. Ed è purtroppo consapevole di avere poche possibilità di padroneggiare il percorso e scegliere cosa lasciar filtrare dalla spugna e cosa tenere riservato. 
Quando ho cominciato a pubblicare le mie capacità di controllo sui miei scritti erano più efficienti, ma ormai sono nei guai. Rileggendomi ritrovo frammenti della mia vita e alcuni miei amici che mi conoscono leggono dettagli rivelatori. 
Imbarazzante? Sì, anche se scrivo noir non ho scheletri nell’armadio. Ma alcune emozioni, alcuni pensieri dovrebbero restare nostri. E invece scopri che sono diventati pubblici. Molti dei miei noir sono intrecciati alla mia vita, vita abbastanza banale. È strano e per me incomprensibile che fatti di poco conto siano stati lo spunto per storie complesse. 
Il ciclo Mariani è cominciato vent’anni fa. E sono venti romanzi, più un volume di racconti organizzati in ordine cronologico e una storia scritta a quattro mano con un collega. 
Il primo scritto, pubblicato nel 2001, è stato Morte a domicilio: ho cercato di tenere sotto controllo la mia vita, ma qualche riferimento c’è. E mi sono anche rappresentata in una paziente del Monoblocco. Ne ho scritti altri, sempre cercando di non “dirmi”, poi è arrivato Primo ed è cominciata la seconda fase del ciclo Mariani. 
Mi erano state poste domande sul passato di Antonio. Ho deciso di rompere la sequenza cronologica, fino a quel momento rigorosa, e ho scritto il prequel. Ho lasciato che la mia vita (pensieri, emozioni, ricordi) filtrassero, uscissero dalla spugna: dove comincia Primo se non dove sono nata e ho vissuto per vent’anni? A Sampierdarena. Sotto un archivolto della ferrovia, da via del tram. Non è bella, oggi, ma è ancora luogo dell’anima. Di fronte a casa mia c’era una sede dell’ANPI, il funerale dell’ex partigiano è ricordo mio. E Pietro Gambaro? I miei sono al cimitero della Castagna. Una lapide ricorda un medico di nome Pietro. Ed è da quello stesso cimitero che, molti romanzi dopo, inizia la terza fase Mariani, con Celtique
Antonio scende dalla Castagna percorrendo sul bus vie che conosco curva dopo curva e quando nel medesimo romanzo la risalirà, bendato, riconoscerà curva dopo curva. 
Celtique è la seconda svolta: ormai sento di riuscire a dominare abbastanza bene la costruzione del giallo e quindi di poter dire altro. Ad alcuni colleghi interessa la sociologia, l’economia, la politica. Interessano anche a me, ma li lascio sempre sullo sfondo: in primo piano ci sono gli esseri umani. Nessuno catalogabile. 
Io sono Antonio Mariani, io li guardo, li ascolto, li annuso. Voglio parlare di verità e menzogna, colpa e responsabilità, avidità e grettezza, sogni perduti e silenzi ostinati. Voglio parlare di corpi non amati.


Mariani e le giuste scelte (Fratelli Frilli, pagg. 236, euro 14,90)
- Tu non capisci, Antonio. 
- Prova a spiegarmi. 
- Da quando ero ragazzino, io ero quello goffo e sovrappeso. Da adolescente ero quello che le ragazze non guardavano mai due volte. Avrei voluto essere diverso. Sempre a dirmi che non era quello l’importante quando diete e palestra non servivano. Tu non puoi capire. 
Almeno in questo ha ragione. Sono sempre stato abbastanza soddisfatto dell’aspetto fisico che avevo avuto in sorte. 
- Esaminavo quel corpo e sentivo il suo tormento. Lo so, molto più lacerante del mio, ma della stessa razza. Come me era prigioniero in un involucro odioso. 
Poso una mano sulla sua. In tanti anni non avevo mai immaginato che si sentisse così. Come amico ho mancato? Probabile. 
Sì, continuando mentre diventa più semplice la costruzione dell’intreccio giallo (in fondo lo scrittore è dio del suo mondo e può modificare i tempi e i luoghi come più gli conviene), è sempre più importante il non-giallo. 
L’ultimo Mariani è una storia fra due estremi: il peso del corpo e la lievità della musica. 
Un essere umano nato maschio e impegnato nel transito per diventare femmina perché in quel corpo non si riconosce. E prova anche il terrore di non riconoscersi in quello che avrà. Il suo corpo distrutto dal mare e dai gabbiani. Questo essere umano convive con due passioni: la musica e l’informatica. 
Tutta la storia è costruita fra due estremi, le alluvioni che nel 2014 hanno flagellato Genova. La vera difficoltà tecnica è stata ben dosare gli eventi. E rispettare il meteo! Se ho scritto “pioggia”, pioveva. 
Ora devo aprire una parentesi. Quando all’inizio del 2019 avevo comunicato all’editore che avrei iniziato un Mariani, mi aveva proposto di ambientarlo dopo il crollo del viadotto sul Polcevera (mai sentito uno del Ponente di Genova, come me, chiamarlo Ponte Morandi) ho rifiutato perché la vicenda di Antonio era arrivata al 2014. Ma soprattutto perché mi sarebbe sembrata un’operazione commerciale. Eppure conosco benissimo la zona… Il Liceo l’ho frequentato al Campasso e i piloni erano parte del paesaggio. Quindi niente crollo, ma una città ferita, una “Città di assassina bellezza”. Fine parentesi. 
Siamo all’inizio del 2019 e devo camminare per combattere il mal di schiena, quindi scendo al mare e da Sturla vado a Levante, verso il Monte (di Portofino), a volte arrivo a Nervi, ma spesso mi fermo prima, a Quinto Bagnara (dove abita Marco Ardini). Comunque, una sosta allo scoglio dei Mille è d’obbligo perché è un punto bellissimo: a Levante il Monte e a Ponente Capo Mele. 
Mi siedo su una panca, guardando il tramonto, e vedo gli archi fra scogli e carreggiata. Qualcuno è seduto a godersi gli ultimi raggi di sole. Un uomo con un cuculo e un’incerata tiene noncurante una canna da pesca fra le mani. C’è la fermata del 15. 
E vedo un povero essere umano. Poco per volta capisco il suo dolore. Sì, perché io sono Antonio. Mariani indaga, Antonio vuole capire. All’improvviso sento musica da un’auto di passaggio. Non ho orecchio, riconosco pochissime melodie. 
Ma sento che la musica sarà una delle chiavi di volta del romanzo. Non ho dubbi sulla scelta: sarà quella che mi ha tallonato per anni. Ho studiato francese al Liceo, ero negata per la conversation, ma traducevo francese-italiano molto bene. L’antologia me l’ero letta e riletta con piacere, non solo le pagine assegnate. Mérimée, brani della Carmen. Ovvio che questa protagonista libera e audace incuriosisca una liceale (ante 1968). Indago e scopro l’esistenza di un’opera con la stessa protagonista. Trascorrono anni. 1985: Carmen Story, film di Carlos Saura. Me ne innamoro. La scena delle sigaraie. E la musica. L’aria dell’Habanera è corporea. Corpo che diventa musica. Il mio personaggio vuole suonare perché sedotto dall’aria dell’Habanera. 
Ma torniamo su Genova. Ho usato i caruggi. Ho usato il Centro Storico. Ma ancora di più il Levante, le valli, il Ponente. Per un’amica che è amministratrice di un blog e una Mariani-dipendente, ho descritto alcuni percorsi di Antonio legando luoghi e romanzi con foto amatoriali (sono una pessima fotografa, i miei schizzi a china sono migliori delle mie foto). Perché i luoghi sono importanti. Sarò manierista ma apro Mariani e le giuste scelte a Levante e lo chiudo a Ponente con Antonio che guarda il mare da due posizioni eccezionalmente belle. Fra due alluvioni. 
Città di assassina bellezza. 
Sì, ho raccontato Genova in ventisei romanzi noir. Il mio esordio è stato con un racconto pubblicato nel 1986 e ambientato a Genova. Gli anni seguenti ne ho scritti altri, premiati al Mystfest, e pubblicati su Segretissimo. Per sapere la verità, il mio primo noir pubblicato nel 1999 e ripubblicato nel 2012 da Fratelli Frilli Editori, è ambientato a Genova, anche se allora i gialli regionali non avevano mercato, salvo poche eccezioni. Ma ho insistito e ho scritto i Mariani. 
Anche la trilogia Maritano ribadisce l’ambientazione. Tea vede la piazza esattamente come è, infatti il suo bar è quello di un’amica (altra Mariani-dipendente). Perché è andando da lei che ho trovato la location corretta per quella storia che cercava casa. In tutta la trilogia Maritano come negli ultimi Mariani la corrispondenza fra luoghi reali e luoghi descritti è maniacale. 
Mariani e le parole taciute
E ha voluto anche indicarmi come trovare il portone a colpo sicuro, precisando che è nella parte bassa di Corso Carbonara, di fronte ai giardini della Don Milani e poco prima dell’Albergo dei Poveri. Meglio di un navigatore satellitare. 
Le porte della notte
Trovare un posto, dove abita, in piena estate e di giorno sarà un’impresa: già a colpo d’occhio vedo che anche i posti vietati, passi carrabili e fermate del bus, sono occupati. Lui si infila in uno dei box del palazzo di fronte. 
- L’ho affittato, ma lo uso solo quando non trovo fuori. 
Una lettrice mi ha fatto notare che le copertine degli ultimi due Mariani rappresentano la medesima piazza (De Ferrari). È voluto perché non sono due romanzi, ma uno solo, con il breve intermezzo di quello scritto a quattro mani. Sì, sono manierista. In Mariani e le parole taciute, il commissario comincia a capire mentre è sotto i portici dell’Accademia e quindi vede il Palazzo della Borsa, mentre in Mariani e le giuste scelte il nodo si scioglie al Carlo Felice. 
Alla mia città ho dedicato anche quasi tutti i romance storici e alcuni contemporanei. 
So che la quantità non equivale alla qualità, ma non so se altri hanno dedicato così tante storie a Genova.Alle sue vie tormentate e ai forti, al suo mare. Alla sua pioggia, ripetuta come un ritornello nell’ultimo Mariani, Mariani e le giuste scelte
Si cerca di tornare alla normalità, ci rialzeremo ancora una volta, ma la pioggia che ha flagellato la città facendo esondare Bisagno, Sturla e Fereggiano ci ha lasciato con danni. E con vittime. 
Dopo giorni di cielo più scuro dell’ardesia, cielo di pece, oggi è un brillio che brucia come sale sulle ferite. 
Città di assassina bellezza.

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