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“Fate come se non ci fossi, ma per sparire bisogna esserci”

Con tono ironico e dissacrante Marco Presta - prima guida con Antonello Dose de Il ruggito del coniglio, storica trasmissione di Radio 2 - torna sugli scaffali con un lavoro caratterizzato da personaggi fuori dal mondo, o forse no, che inducono alla riflessione. Raccontandoci il perché e il percome di una vita “disordinatamente ordinata”


27/01/2020

di Mauro Castelli


Irriverente, ironico, a volte cinico, ma anche - a suo dire - caratterialmente abitudinario, chiuso e ripetitivo, generoso sebbene non facile alle amicizie (“Ma se creo una tribù cerco di mantenerla”), oltre che… geometrico (“Sono un tipo disordinatamente ordinato, che cerca di far quadrare le cose”); un numero uno che, strada facendo, ha saputo proporsi come attore, autore di testi teatrali, sceneggiatore, scrittore, conduttore radiofonico di successo (“È il mestiere - quest’ultimo - che più mi si confà, in quanto mi diverto nel giocare all’insegna del sorriso e della riflessione attraverso un mezzo un po’ timido che mi dà la possibilità, restando nell’ombra, di instaurare un rapporto di quasi-parentela con gli ascoltatori”). 
Che altro? Un debole dichiarato per la lettura (Mi piace diversificare, fermi restando alcuni punti di riferimento, come Fëdor Dostoevskij, Saul Bellow, Italo Calvino e Dino Buzzati, ma anche Ennio Flaiano e Marcello Marchesi, capaci di raccontare la tragedia attraverso la commedia”); un mai sopito ricordo per i fumetti di una volta, di quelli avari di violenza e capaci di far scatenare la fantasia (“Ne conservo peraltro ancora diverse copie”); un carattere difficile che a volte lo porta a scontrarsi con i direttori di rete, “quando invece sarebbe meglio il dialogo supportato dall’autocontrollo. Ma che ci posso fare se sono fatto così?”. Eppure quando è in onda è capace di farsi montagne di seguaci stuzzicando e blandendo, ma anche graffiando senza quasi darlo a vedere… 
In effetti Marco Presta - nato a Roma l’11 novembre 1961 (liceo classico “senza mai studiare troppo, spesso mimetizzandomi o utilizzando l’arma dell’affabulazione”, e poi l’Accademia nazionale d’arte drammatica Silvio d’Amico “a nemmeno 19 anni perché nebulosamente volevo lavorare nel mondo dello spettacolo”) - è un personaggio con una marcia in più; lui che dal 1995, ogni mattina su Radio 2, dà voce, in coppia con Antonello Dose, alla pluripremiata trasmissione Il ruggito del coniglio (“Con Antonello ci conosciamo dai tempi dell’oratorio in una parrocchia di Roma Sud, dove avevamo iniziato a giocare agli attori, per poi far diventare un mestiere la presa in giro. In fondo siamo sempre gli stessi, siamo solo peggiorati caratterialmente”). 
Programma, Il ruggito, nel quale la nostra premiata ditta dà voce all’italiano medio puntando sul sorriso. Perché “la radio - assicura - è l’unico social in grado di parlare al cuore delle persone”. 
Sposato con Marina e padre di due figli (“Caterina di 22 anni e Giacomo di 20, entrambi studenti universitari”, ai quali non ha mai fatto mancare la sua presenza) Presta si dice convinto che l’altra metà del cielo rappresenti il perno della società, salvo poi lamentarsi della quotidianità casalinga, a partire dei faticosi riti familiari (“Ogni sera, al momento di sparecchiare, i nostri figli svaniscono nel nulla. E allora, secondo voi, a chi tocca?”). Lui pronto ad assicurare, e non è da tutti, che la diversità rappresenta la chiave di salvezza dell’umanità (“Si tratta infatti - ha avuto modo di affermare - di un arricchimento e al tempo stesso di una minaccia. Basterebbe farlo capire a un centinaio di capi di Stato e il problema sarebbe risolto”). 
Lui che a 15-16 anni faticava a “rapportarsi con gli altri” e quindi preferiva restare sulle sue; lui affetto “da fobie e da una certa timidezza sulle quali aveva avuto un effetto terapeutico la frequenza triennale dell’Accademia”; lui che strada facendo avrebbe lavorato con Luca Ronconi (“Un grande quanto non facile uomo di teatro”), Andrea Camilleri (“Un simpatico signore che fumava 400 sigarette al giorno e non si faceva mancare i superalcolici”) e Aldo Trionfo, con il quale ha forse ancora un conto in sospeso. 
“In effetti - ricorda con amarezza - nei miei confronti non si comportò bene pur essendo un uomo di talento. A quei tempi era il mio direttore e mi aveva concesso una piccola parte in un suo spettacolo. E quando questa commedia venne ripresa e alcuni colleghi che recitavano in ruoli più importanti del mio decisero di lasciare, io gliene chiesi uno. Lui rifiutò. E io a mia volta decisi di ritirarmi incappando nelle sue ire. In altre parole mi trattò malissimo, minacciando di far sapere in giro che ero stato scorretto e che, in buona sostanza, mi avrebbe stroncato la carriera”. Come dire, anche i grandi a volte non lo sono o quanto meno non meritano di esserlo. 
Che dire ancora di Presta? Che è un tifoso di calcio, con un debole dichiarato per la Roma (“Evidentemente sono nato per soffrire, visto cosa è successo negli ultimi 25 anni”); che è soddisfatto di farsi carico, ogni tanto, dell’epiteto popolare meneghino, non volgare quanto efficace, di pirla (“Se non sbaglio lo usa con soddisfazione anche la Litizzetto”); che si dice orgoglioso di un complimento che si è proposto ripetitivo nel corso delle presentazioni dei suoi libri: “Mi sembra di conoscerti da sempre, come se fra noi ci fosse stata intimità”. Lui che “pigramente” scrive (“La radio è una betoniera spietata che ti mastica ogni giorno e ti toglie energie”) aspettando la chiamata alle armi della sua casa editrice. “E lo faccio preferibilmente nel primo pomeriggio, in tarda serata o al sabato e alla domenica per la soddisfazione di mia moglie”. 
Come si sarà capito l’abbiamo presa alla larga per arrivare al Marco Presta che, smessi i panni di conduttore radiofonico, travasa la sua vena ironica e paradossale nei romanzi. Per la cronaca - dopo aver debuttato nel 2009 con l’antologia di racconti Il paradosso terrestre edita da Aliberti - ne ha già scritti cinque, e precisamente: Un calcio in bocca fa miracoli, Il piantagrane, L’allegria degli angoli, Accendimi e ora, sempre per i tipi della Einaudi, Fate come se non ci fossi (pagg. 180, euro 16,00), visto che per… sparire bisogna esserci
Un lavoro per certi versi strampalato, seppure mai fuori dalle righe; un mosaico di riflessioni e di racconti di vita vissuta all’insegna della quotidianità nel quale l’autore dà voce a personaggi disperati e tragicomici che faticano a vivere, sopravvivere e a relazionarsi con gli altri. E il perché l’autore sembra chiederselo a ogni piè sospinto. Ma non avendo una risposta certa si affida all’ironia, al sorriso. Come quando nel finale dà voce a Manograssa, il meccanico-filosofo del suo quartiere che, a una sua domanda su cosa si dovesse fare per non sbagliare, lui pacatamente gli aveva risposto che “non doveva fare un cazzo”. 
Di fatto una collana di acquerelli emotivi che catturano nel segno della leggerezza e al tempo stesso della profondità, imbastiti su protagonisti nei quali ognuno di noi si può facilmente riconoscere. Figure alle prese con spaccati di vita di facilissima quanto piacevole interpretazione. Non per niente Presta è davvero bravo nell’affondare il bisturi nel nostro quotidiano, sviscerandone - senza mai farlo pesare - vizi e virtù, colpe ed errori, meriti e demeriti, vezzi e malvezzi, angosce e ossessioni. 
Tutto ruota, in Fate come se non ci fossi, su una scritta (Margherita… perché?) apparsa - “realmente” e a un certo punto cancellata - su un muro di Roma. “Una città - tiene a precisare l’autore - incattivita, imbruttita. È come una donna bellissima, purtroppo trascurata e disamorata dai cittadini”. Ma torniamo alla citata scritta, che “fa nascere un serrato dibattito. Lungi dal pensare che si tratti di un dubbio amletico sulla scelta della pizza, tutti indagano infatti su quel grido inascoltato, chiedendosi quale disperazione sentimentale possa mai celare”. 
Così, ad esempio, Piero vive nell’attesa spasmodica di fare la battuta giusta (Vuole renderti felice fino ad ammazzarti) mentre Alfonso si presenta ogni giorno in uno studio radiofonico, siede al suo posto, accende il microfono e comincia a parlare. Peccato che non vada più in onda da anni. Sino al giorno in cui “qualcosa accade per davvero, scardina tutto e accende la risata, la malinconia e quella maledetta voglia di vivere che si percepisce pagina dopo pagina”. 
Il tutto arricchito da considerazioni al limite (Non so se avete mai mandato a morìammazzato un Direttore: è una esperienza spaventosa e bellissima); da un contesto sociale che fa acqua da tutte le parti (Ogni mattina esco dal portone del mio stabile alle sei e un quarto e arranco verso il garage, mentre mia moglie controlla dalla finestra se qualcuno mi aggredisce. È importante iniziare la giornata con ottimismo); da considerazioni amare (Gli esseri umani sono come le figurine di un album per bambini: dopo un po’ di pacchetti, cominciano a ripetersi), ma anche da rilievi sulle difficoltà nel doversi guadagnare la pagnotta (Sono andato a trovare il mio amico Mauro, che ha una ditta di costruzioni: faceva il manovale e s’è messo in proprio, il che significa che fatica molto lo stesso ma, in compenso, ha tutte le preoccupazioni di un piccolo imprenditore). 
Insomma, come da note editoriali condivise, lo sguardo caustico e perplesso, profondamente partecipe, di Marco Presta si tuffa tra la gente “con un triplo salto carpiato restituendoci un’umanità che ci fa sorridere e pensare”. Senza dare giudizi, ma anche senza regalare facili vie di fuga. 
“E nel susseguirsi di episodi esilaranti, pensieri gradassi, storie e idee di storie, riflessioni ironiche, dinamitarde, luminose, viene fuori il libro di un misantropo gentile, di un uomo che si è buttato nel mondo a modo suo, per raccontarcelo”. Sta di fatto che questo mondo “somiglia in maniera sorprendente al nostro, ma fa molto più ridere”. E certamente anche riflettere.

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