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“Favole da incubo”: dieci storie (più una) di sconvolgenti femminicidi targate made in Italy

A raccontarli, per impedire che accadano ancora, Roberta Bruzzone, psicologa e criminologa forense, ed Emanuela Valente, esperta di comunicazione


14/12/2020

di CATONE ASSORI


In un periodo caratterizzato da una robusta quanto deprecabile escalation della violenza contro le donne, alimentata peraltro dal clima familiare esasperato dalle restrizioni adottate dal Governo per tenere sotto controllo il nuovo dilagare della pandemia da Covid-19, arriva a fagiolo nelle nostre librerie - alla stregua di un monito - Favole da incubo. Dieci (più una) storie di femminicidi da raccontare per impedire che accadano ancora (DeAgostini, pagg. 304, euro 15,90) - un graffiante lavoro firmato a quattro mani da Roberta Bruzzone ed Emanuela Valente
Per la cronaca Roberta Bruzzone, se non andiamo errati alla sua ottava presenza sugli scaffali, è una nota criminologa e psicologa forense, oltre che consulente tecnico nell’ambito di procedimenti penali, civili e minorili, nonché conduttrice, opinionista e spalla scientifica di numerosi programmi televisivi che si occupano di cronaca e di attualità. Nata a Finale Ligure il primo luglio 1973, laureata in Psicologia clinica presso l’Università degli Studi di Torino, si era ritagliata un posto al sole grazie al suo coinvolgimento nelle indagini sulla strage di Erba e, soprattutto, sul delitto di Avetrana, quando le fu affidato il ruolo di consulente della difesa di Michele Misseri. 
Nominata nel 2012 ambasciatrice nel mondo dell’associazione Telefono Rosa, il suo impegno è stato riconosciuto nell’agosto del 2014 con il Premio Filottete mentre l’anno successivo è stata la volta del Pericle d’oro per le sue competenze in ambito investigativo e la sua formazione specialistica. Lei portatrice di una passione non proprio femminile, quella per le moto, sbocciata per “colpa” del padre quando aveva solo otto anni. Fermo restando che la sua prima due ruote sarebbe stata una Fantik 125 del 1985, mentre adesso possiede una Harley Davidson Fat Boy 114 dal “gran bel motore”. Lei che ama i film horror e, per contro, odia i reality che la vorrebbero una volta sì e l’altra pure (“A queste trasmissioni non parteciperei nemmeno sotto tortura”). 
A sua volta Emanuela Valente si propone come giornalista esperta di comunicazione e blogger, collaboratrice di diverse testate, nonché creatrice del sito In Quanto Donna, il primo e più completo osservatorio online sul femminicidio in Italia. La qual cosa non deve sorprendere dal momento che lei, da sempre verrebbe da dire, si propone in prima linea contro la violenza sulle donne. 
Risultato della collaborazione fra queste due figure impegnate sullo stesso fronte? Un’analisi lucida e graffiante degli stereotipi di genere che hanno provocato tante tragedie annunciate. Analisi volta a valutarli e soprattutto “sconfiggerli una volta per tutte”. Passando da quelli sessisti delle favole (molte delle quali, infatti, contribuiscono a riprodurre modelli sociali tradizionali falsati. Insomma, c’erano una volta, ma ci sono ancora oggi) ai femminicidi della realtà. Stereotipi e pregiudizi cui hanno obbedito un po’ tutti: vittime, assassini, opinione pubblica e persino i media. 
Detto questo, spazio ad alcuni preconcetti fra i più presenti nella nostra cultura. Ad esempio: i maschi sono intelligenti, le femmine sono utili; i maschi sono progettati per comandare, le femmine per accudire; gli uomini devono provvedere economicamente alla famiglia e realizzarsi nel lavoro, le donne devono stare a casa. Pensate che siano in gran parte retaggi di un passato ormai superato? Questo libro ci dice che non è affatto così. Tali stereotipi sono ancora tra noi, ogni giorno. E no, non sono affatto innocui, come molti sembrano considerarli. 
Per farla breve, attraverso la ricostruzione di dieci casi (più uno, quello del bambino che ha visto il papà uccidere la mamma) tra i più sconvolgenti degli ultimi anni, Roberta Bruzzone ed Emanuela Valente si addentrano fra le principali convinzioni culturali e sociali che hanno tenuto banco in queste vicende inconcepibili. Preconcetti, pregiudizi e tabù ai quali hanno obbedito un po’ tutti: le vittime, gli assassini, l’opinione pubblica e persino i media che ne hanno parlato. E il quadro che ne emerge non è consolatorio: le idee sessiste sono ancora molto radicate, in ognuno di noi, senza distinzione di condizione sociale, economica e culturale. 
“Lungi dal voler giudicare”, ma con lucidità e senza fare sconti ad alcuno, Favole da incubo intende aiutarci a prendere coscienza di quelle voci che parlano dentro di noi, spingendoci ancora, nostro malgrado, a fare distinzioni di genere nella vita di ogni giorno. Perché la presa di coscienza è il primo, necessario passo per cominciare a scardinare certi schemi mentali e fare in modo che crimini tanto orribili non trovino più un terreno fertile in cui mettere radici, crescere e riprodursi. “Intervenire in tempo per fermare l’escalation è possibile, e soprattutto è possibile innescare quel profondo cambiamento culturale che può mettere fine una volta per tutte alla violenza sulle donne”.

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