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“Il dannato caso del signor Emme”. Ma chi è, o forse sarebbe meglio dire chi era stato, questo fantomatico signore?

Dopo aver bacchettato da par suo, con la matita rossa e blu, l’ignoranza degli italiani, l’eclettico romano Massimo Roscia torna al romanzo. Imbastendo una storia stralunata - certamente colta e divertente - che si dipana fra il vero, il verosimile e il falso


14/12/2020

di MAURO CASTELLI


Un gradito ritorno sugli scaffali: quello di Massimo Roscia, capace di voltare pagina con Il dannato caso del signor Emme (Exòrma, pagg. 322, euro 16,50) dopo averci deliziato con Peste e corna (una specie di guida alle ovvietà delle frasi fatte, delle espressioni idiomatiche, dei modi di dire, delle metafore logore e dell’invadente burocratese), con Di grammatica non si muore (come sopravvivere al virus della punteggiatura e allo sterminio dei verbi) nonché con La strage dei congiuntivi, un atto di accusa nei confronti dei tanti italiani che bistrattano e calpestano la nostra lingua (“Usare correttamente il congiuntivo è quasi diventato un gioco da sovversivi”). In effetti, ha tenuto a ironizzare, “visto che ci troviamo di fronte a un’ignoranza da matita rossa e blu mi ero proposto nei panni del giustiziere mascherato”. 
Insomma, una specie di salto di corsia con il suo nuovo lavoro. La qual cosa non deve sorprendere in quanto Roscia è anche autore di romanzi, saggi, ricerche e guide. A partire dalla sua prima volta sugli scaffali, nel 2006, con Uno strano morso (un originale noir sul rapporto cibo-nevrosi), sino ad arrivare, lo scorso anno, al teatro con lo spettacolo Grazie. Di fatto un autore capace di giocare a ruota libera insegnando comunicazione, tecniche di scrittura emozionale, editing, letteratura gastronomica e marketing territoriale. Lamentandosi peraltro del fatto che una famiglia italiana su dieci non possieda nemmeno un libro. 
Per la cronaca - repetita iuvant - Roscia è nato a Roma il 20 aprile 1970, città dove ha frequentato il liceo classico e si è laureato in Scienze politiche. Per poi iscriversi alla facoltà di Lettere e filosofia, salvo “mollare” a causa della sua passione per i viaggi mascherata dalla volontà di apprendere le lingue, con prolungati soggiorni in Inghilterra e Spagna. 
Lui che si professa “un giramondo orgogliosamente pigro” (quindi niente hobby e niente attività sportive); lui che nel 2001 si è sposato con Alessandra “dopo cinque anni di convivenza riscattabile”; lui che si propone attivo a 360 gradi giocando su più ruoli (“Pifferaio magico, mimo parlante, imbonitore, decente docente”); lui che si nutre di un carattere “socievole e solare”, oltre a proporsi ottimista in quanto adora la gente (“Non mi stanco di dare e ricevere, di prendere e apprendere, perché questo in fondo è il carburante della vita”); lui bulimico feticista della carta (“Leggo di tutto e di più, e quindi la mia casa trabocca di libri. Fortuna vuole che anche mia moglie viaggi sulla stessa lunghezza d’onda…”). 
Detto dell’autore, di cosa si nutre Il dannato caso del signor Emme, un romanzo stralunato e fuori dalle righe, strampalato quanto geniale, in ogni caso colto e divertente, impregnato di una valanga di metafore nonché supportato da una scrittura inconfondibile, oltre che dannatamente originale? Una scrittura peraltro “volutamente sgrammaticata e avara di punteggiatura”, dove Roscia fa “a brandelli il piano temporale, divertendosi a mescolare passato, presente e futuro”? 
Di una storia “grottesca e di grande fantasia” che sfugge a qualsiasi tentativo di incasellamento, il cui intento è quello di “restituire dignità, onorabilità e reputazione a una figura non trascurabile del Novecento italiano; una figura sferzante, raffinata, sensibile, ma a rischio oblio come tante altre vittime della damnatio memoriae”. Inserendo la ricerca di “un particolare ideale in una specie di matriosca storica”. 
A tenere la scena in questo “racconto non raccontabile”, che l’autore provocatoriamente invita a leggere, è Carla, una ex giornalista “specializzata in topografia della miseria e della disperazione perennemente votata al prossimo. Ma per farlo dovrà ricomporre la vita e le opere del fantomatico Signor Emme e mettere insieme un fascicolo da sottoporre al giudizio dell’oscura Congregazione dell’Indice delle vite cancellate e delle opere proibite”
Il contesto? “Un’Europa lacerata, mosaicizzata in una miriade di piccoli Stati, separati da dogane, muri e filo spinato in un tempo in cui passato, presente e futuro sono deliberatamente mescolati”. E in questo ambito, a bordo di un vecchio scuolabus (forse rubato), trasformato in camper e targato Zagabria, Carla si trova alle prese con un folle quanto curioso viaggio, che le regalerà incontri con più o meno noti personaggi, veri o in alcuni casi inventati. Ma non sono certo tutti quelli - andando a spanne diverse centinaia - che Roscia elenca in chiusura di testo. In quanto, ci tiene a precisare, si tratta di tutti coloro che a diverso titolo, in un modo o nell’altro, gli hanno fatto compagnia mentre scriveva questo libro. 
Altri protagonisti della storia sono invece i due figli gemelli di Carla, peraltro senza nome, in quanto per protesta non li ha voluto iscrivere all’anagrafe: il primo è un bambino prodigio “in grado di risolvere equazioni differenziali lineari omogenee del secondo ordine a coefficienti costanti o confutare il teorema di Fermat”; l’altro, nonostante lo stesso patrimonio genetico, è invece “candido e simpaticissimo, ha una sensibilità tutta sua di percepire il mondo ed è a suo modo geniale”. 
Ma non è tutto: insieme a loro viaggia anche lo zio Giordano, l’eretico autore del trattato filosofico De gli eroici furori (opera dedicata al molto illustre signor Filippo Sidneo, pubblicata a Londra nel 1585, nella quale esponeva la propria visione del rapporto uomo-conoscenza) che era stato… processato e arso vivo in piazza Campo de’ Fiori a Roma il 17 febbraio 1600. Nella realtà questo zio è un tipo strano e indefinibile, che già si capisce poco quando parla normale, figuriamoci quando parla napoletano. 
Insomma, giochi e ombre narrative - messi in scena su diversi piani temporali - che si rincorrono e si reggono su un interrogativo: chi è, o chi era stato, il fantomatico signor Emme? 
Come da note editoriali, peraltro confermate dall’interessato, prima della stesura di questa storia Roscia ha svolto un lungo lavoro di ricerca documentale/storiografica nel Fondo P.M. (Paolo Monelli è stato un importante giornalista e scrittore emiliano del Novecento), custodito presso la biblioteca statale Antonio Baldini di Roma, visionando un patrimonio archivistico vasto quanto eterogeneo. 
Avventurandosi - fra manoscritti, appunti stenografici, diari, ritagli di stampa, opere edite e inedite, fotografie, una fitta corrispondenza con direttori di giornali, editori e lettori, poesie e appunti di viaggio - nella robusta varietà di temi di cui il signor Emme (ah, ma allora è proprio lui…) si era occupato: le due guerre mondiali, la politica internazionale, la tutela ambientale, il turismo culturale, la lingua italiana, la gastronomia, l’enologia. 
Risultato? Un romanzo tra il vero, il verosimile e il falso, sicuramente colto e divertente, giocato con grande intelligenza (c’era da dubitarne?) fra “finzioni alla Borges e falsi alla Modigliani”. Insomma, un lavoro che non mancherà di incuriosire e intrigare il lettore. Con la possibilità, volendo, anche di mandare a quel paese l’autore…

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