Share |

“Il mio Ignazio da Toledo torna in pista per risolvere un enigma poco storico, ma certamente molto umano”

L’autore, nel raccontarci il suo ultimo intrigante romanzo (Il segreto del mercante di libri), tiene a precisare come non sia stato facile - nel periodo di quarantena da Coronavirus - districare una delle matasse più complicate della sua vita e di quella del suo protagonista. “Ma ci sono riuscito affidandomi alla voce del cuore…”


21/09/2020

di MARCELLO SIMONI


Diciamolo pure: avere a che fare con i personaggi seriali è una bella gatta da pelare. Basti pensare a Conan Doyle, che dopo aver dedicato tre romanzi e innumerevoli racconti a Sherlock Holmes dovette “resuscitarlo” - dopo averlo fatto precipitare nelle cascate di Reichenbach - per scrivere Il mastino dei Baskerville (Newton Compton, pagg. 346, euro 9,90). Non che mi sia dispiaciuto, sia ben inteso, tornare a vestire i panni di Ignazio da Toledo, ma ritrovarmi immerso in dinamiche avventuroso-familiari lasciate in sospeso sette anni or sono è stato un po’ come ospitare a casa un vecchio amico che non si vedeva da tanto. Forse da troppo. E i vecchi amici, si sa, quando irrompono d’un tratto nelle nostre vite portano sempre qualche scottante sorpresa. 
La prima delle quali, riguardo il mercante di reliquie, è stato trovarmi in un Duecento molto diverso da come l’avevo lasciato. Prima di tutto la famiglia di Ignazio è andata dispersa, chi in prigione, chi rinchiuso in un convento. In secondo luogo, la casa e le proprietà di Ignazio gli sono state sottratte per un ordine del re di Castiglia che puzza di complotto. Per giunta, dietro le quinte sembrerebbe muoversi una delle logge più pericolose del Medioevo: il Tribunale Segreto della Saint-Vehme. 
Capirete perciò che scrivere questo romanzo non è stato come si suol dire una passeggiata. Il destino del Mercante preme a me, e ancor più ai miei lettori, ragion per cui mi sono incaponito a districare una delle matasse più complicate della mia (e della sua) vita non solo nel tentativo di salvare tutti i personaggi a me più cari, ma anche di dare un senso alla storia. Un senso, intendo dire, che non riguardasse soltanto un intreccio di destini finiti letteralmente sotto le mie dita, ma anche un significato più alto, o meglio un simbolo, per usare un termine caro agli uomini dei “secoli bui”. 
Ebbene, questo simbolo mi è caduto tra le mani all’improvviso, come una mela da un albero. Un simbolo che riguarda la fugacità della vita e ciò che vogliamo fare di noi stessi nel breve tempo che ci è concesso. In altre parole, meglio sopravvivere allo scorrere dei secoli sprofondati in un sonno mistico o invecchiare accanto alle nostre persone amate? Meglio assecondare la curiositas e le tentazioni dell’intelletto, o l’affetto per chi ci vuole bene? 
È un enigma poco “storico” e molto umano quello che dovrà risolvere, stavolta, Ignazio da Toledo. Un enigma dal quale i giramondo e i fratelli di Ulisse vengono sempre colti impreparati, perché non può essere risolto da nessuna astuzia o ragionamento, ma solo col cuore. 
Lo stesso modo in cui si scrivono i romanzi: con il cuore. 
Soprattutto questo, per quel che mi riguarda, dal momento che mi ha accompagnato in uno dei periodi più ombrosi degli ultimi anni: il periodo della quarantena. Un periodo in cui, per fortuna, è tornato a trovarmi Ignazio da Toledo!

(riproduzione riservata)