Share |

“Il mio nome è Nikka. Mi hanno uccisa. Ma questo è solo l’inizio”

Da un maestro del brivido, il tedesco Wulf Dorn, un nuovo angosciante viaggio nel mistero. Perché nel tunnel buio della morte può succedere che il cervello continui a funzionare…


07/01/2020

di Massimo Mistero


Lo ha spiegato bene durante la sua partecipazione all’ultima edizione di Pordenonelegge, complici le stimolanti domande di Luca Crovi: le strade del mistero sono infinite, bisogna soltanto saperle gestire, addentrandosi nei meandri più oscuri della mente umana, trascinando il lettore in uno status di non ritorno condito di suspense, tensione, paura e colpi di scena. Insomma, un mix capace di trascinare all’inferno e al tempo stesso emozionare il lettore dall’inizio alla fine. Giocando a rimpiattino, guarda caso, con l’aldilà. 
La qual cosa non deve sorprendere più di tanto in quanto questo autore, nato il 20 aprile 1969 a Ichenhausen e residente a Hulm con la moglie Anita e un gatto (una passione, per i felini, che abbina a quella per i viaggi, vista la sua buona conoscenza delle lingue), ha lavorato a lungo come logopedista per la riabilitazione del linguaggio in pazienti psichiatrici, confrontandosi quindi con soggetti alle prese con gravi disturbi mentali. 
Una penna peraltro legata al nostro Paese, dove ha venduto una barcata di copie, tanto da precisare: “L’Italia è nel mio Dna. Non a caso la via dove sono nato si trova su un’antica strada romana e non è detto - ironizza - che, andando a ritroso fra i miei antenati, non si possa trovare un legionario arrivato dalla Città eterna…”. 
Lui che aveva cominciato a scrivere racconti quando aveva soltanto dodici anni, per poi maturare strada facendo sino a guadagnarsi la pubblicazione di racconti su antologie e riviste. Ferma restando la sua prima volta sugli scaffali il 5 gennaio 2009 con La psichiatra, un romanzo diventato un caso editoriale in Germania attraverso il passaparola, per poi essere tradotto in diverse lingue. 
E sul filone degli psicothriller - ne abbiamo già accennato - avrebbe imbastito la sua carriera e il suo appeal narrativo a livello internazionale. Dando voce a storie adrenaliniche e agghiaccianti che finiscono per regalare pericolose immersioni nei lati più oscuri della mente. Oltre tutto giocando a rimpiattino, in maniera provocatoria, su insoliti incubi. 
Così, dopo La psichiatra, avrebbe rafforzato la sua notorietà con Il superstite, Follia profonda, Il mio cuore cattivo, Phobia, Incubo e Gli eredi: una serie di lavori oscuri, inquietanti, angosciosi. Sempre puntando sul ritmo provocatorio dei suoi canovacci, che finiscono per indurre il lettore a profonde riflessioni. 
E ora eccolo di nuovo nelle nostre librerie con Presenza oscura (Corbaccio, pagg. 432, euro 19,50, traduzione di Alessandra Petrelli), un thriller che, lo ammettiamo, proponiamo con colpevole ritardo. Ma un buon romanzo resta tale anche a distanza di alcuni mesi. 
Questo intrigante lavoro, a detta dell’autore, avrebbe dovuto chiamarsi 21, perché la sua protagonista muore per 21 minuti prima di essere rianimata. Ma non se ne fece nulla. “Di fatto la materia trattata per certi versi si rifà a quel che mi successe quando avevo soltanto sei anni e in un incidente stradale, proprio sotto le finestre della nostra casa, perse la vita una persona. E io all’epoca vidi tutto e cercai di immaginare cosa si può provare a essere morti. Ma ancora oggi, a cinquant’anni suonati, continuo a non riuscirci”. 
In realtà, finisce per ammettere, le cose sarebbero cambiate, almeno in parte, nell’estate del 2012, “quando io stesso sfuggii per un pelo alla morte. Successe infatti che, dopo un’operazione al menisco, mi si formasse un trombo nella vena poplitea, trombo che sarebbe entrato in circolazione, viaggiando verso il cuore. Fortuna volle che il mio medico si accorgesse in tempo di quel pericoloso grumo di sangue…”. Risultato? Quel brutto episodio lo avrebbe portato a occuparsi più approfonditamente del tema della morte. 
In effetti “ognuno di noi, prima o poi, finisce per domandarsi che cosa si prova a morire e se dopo esista qualcosa di smile a una vita.  Un tema delicato - spiega - che ho potuto trattare grazie a un accurato lavoro di documentazione, oltre al sostegno di persone a me vicine, come mio fratello che fa il rianimatore, nonché analizzando i racconti di cinque persone che hanno accettato di parlarmi delle loro esperienze di quasi morte. E gran parte di ciò che vive la mia protagonista (Il mio nome è Nikka. Mi hanno quasi uccisa. Ma questo è solo l’inizio) e le teorie che tratto si ispirano a loro”. 
Detto questo spazio a briciole di trama di Presenza oscura, un lavoro angosciante che strizza maliziosamente l’occhio al mondo giovanile. 
“Quando Nikka, sedici anni, si risveglia dal coma in ospedale fatica a ricordare cosa le sia successo. Era a una festa di Halloween, la festa degli spiriti malvagi, questo lo ricorda, insieme alla sua amica Zoe. Ma poi? Poi, improvvisamente un blackout. Nikka ha provato l’esperienza della morte: per ventuno terribili minuti il suo cuore ha cessato di battere, ma il suo cervello ha continuato a funzionare. E Nikka ricorda un tunnel buio in cui si intravedeva una luce e ricorda che anche Zoe era con lei. E quindi rimane scioccata alla notizia che l’amica è scomparsa proprio durante la festa e che da allora manca da casa. Che sia stata uccisa? Nikka è convinta di no e appena si trova in condizione di poterlo fare incomincia a cercarla… Ma fin dove sarà disposta a spingersi per salvare la sua migliore amica?”.

(riproduzione riservata)