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“Il passato non esiste, è solo una parola, una scusa. Il passato non è passato se è ancora qua, a rubarci il respiro”

In fondo cadere - lascia intendere Fabio Genovesi nel suo ultimo intrigante lavoro - può aiutare a rialzarsi e a diventare più forti. Come successe al grande Pantani, il “pirata”, e come lascia intendere Fabio, il suo protagonista, al quale sembra regalare molte connotazioni personali


02/03/2020

di Lucio Malresta


Un autore deliziosamente intrigante - dietro quella sua bugiarda maschera da duro - quando si mette a raccontare di ciclismo (uno sport che lo coinvolge in maniera quasi sensuale), ma soprattutto quando si mette a scrivere con la finta innocenza di un bambino. Puntando sulla semplicità e sui sogni, giocando a rimpiattino con le parole e i sentimenti, inventandosi luoghi e fatti che fanno comunque parte del nostro vissuto. Fermo restando che “il passato non esiste, è solo una parola, una scusa. Il passato non è passato se è ancora qua, a rubarci il respiro”. 
Insomma, così lascia intendere Fabio Genovesi, nel suo raccontarsi per interposta persona, in Cadrò, sognando di volare (Mondadori, pagg. 302, euro 19,00), titolo preso in prestito dal poeta Alfonso Gatto, che seguiva e spiegava ai tifosi (guarda caso come ha fatto lo scorso anno il nostro autore per la Rai, incantando con i suoi deliziosi interventi su uno sport “fatto di grandi imprese e di grandi solitudini”) il Giro d’Italia. 
Il quale Gatto beneficiò, quando venne a galla che curiosamente non sapeva andare in bicicletta, del supporto di uno straordinario maestro: Fausto Coppi, il Campionissimo, che “un mattino, reggendolo per la sella, gli iniziò a dare consigli e incoraggiamenti. Poi con una spinta dolce lo lanciò a pedalare da solo”. Fu così che quel favoloso “bimbo di quarant’anni ci provò, e nei pochi attimi prima dell’inevitabile, rovinoso epilogo, riuscì a trovare una libertà esaltante e queste magnifiche parole: Cadrò, cadrò sempre fino all’ultimo giorno della mia vita, ma sognando di volare”.  Oltre tutto, tiene a precisare Genovesi, nato a Forte dei Marmi nel 1974, “cadere fa bene, perché il dolore ti insegna…”. 
E a far sognare è anche la sua scrittura per certi versi unica, dolce e avvolgente, divagante quanto stralunata, “che ci travolge e ci emoziona come un’onda impetuosa, ci fa commuovere, sorridere e poi ridere fino alle lacrime. E ci racconta cosa vuol dire credere in qualcosa. Qualsiasi cosa. Che sia però magica, e ci accenda, spingendoci avanti o da qualsiasi parte, senza progetti o direzioni già tracciate. Certo, si rischia di cadere, ma quando alla radio passeranno la canzone della nostra adolescenza allora, cantandola a squarciagola con i finestrini abbassati, di sicuro voleremo”. 
Una penna, la sua, capace di spiegare la vita attraverso le svolte e le giravolte di Fabio, un bambino fuori dalle righe (“Le persone un po’ strane sono quelle con le quali vado più d’accordo”) che si racconta in prima persona. Regalandoci, sin dalle prime pagine, le sue marachelle (“Stavo rubando le ciliege ai merli e sono caduto da un albero rompendomi una gamba visto che non avevo le ali”). E così addio ciliegie e addio estate 1982. Salvo poi recuperarla, la sua estate, il 10 dicembre successivo grazie alla briosa fantasia dei genitori, che si erano fatti trovare in costume, in una casa scaldata a 35 gradi. Facendogli anche saltare la scuola proprio come se fosse in vacanza. 
E quando era tornato sui banchi e la maestra gli aveva chiesto di raccontare la loro estate, lui l’aveva accontentata, ma lei non gli aveva creduto. “Ma non era colpa sua. È che lei non c’era, quando i miei genitori avevano spostato il confine”. E oltre quel confine ci sta tutto un rincorrersi di emozioni, una scarica capace di far tabula rasa delle regole, delle abitudini, dei sentieri scavati nella roccia… 
Detto questo un salto in avanti nel tempo, e siamo nell’estate del 1998, quando “se arrivava una cartolina era ancora normale. Mentre oggi se le chiedi a un negoziante ti guardano strano”. Sin quando sarebbe arrivata una ben altra cartolina, quella per il servizio militare, che allora era ancora obbligatorio. 
È il 1998, si diceva, tre anni prima che il grande Pantani fosse investito da una macchina e in tanti ritenevano che la sua carriera fosse finita. Eppure quell’estate lo vide vincere il Giro d’Italia e il Tour de France. Un modo, per l’autore, per raccontare una generazione capace di cadere e di rialzarsi. A patto che si abbia la forza di non arrendersi. 
Ma torniamo al dunque. Nel 1998 Fabio ha 24 anni e studia Giurisprudenza, “una materia che non lo entusiasma per niente, ma una serie di circostanze lo ha condotto lì, e lui non ha avuto la forza di opporsi”. Perciò procede stancamente, fin quando, per evitare la naia opta per il servizio civile e viene spedito in un ospizio per preti in cima ai monti. Dove si trova ad avere a che fare con il direttore Don Basagni, un ex missionario ottantenne ruvido e lunatico, che non esce dalla sua stanza perché non gli interessa più nulla, e tratta male tutti tranne Gina, una ragazza che si crede una gallina. 
Diversi come sono, qualcosa in comune i due però ce l’hanno: la passione per il ciclismo. Così iniziano a guardare insieme il Giro d’Italia, e trovano in Marco Pantani, il pirata, l’incarnazione di un sogno. Un uomo coraggioso, tormentato e solo, che si confronta con altri campioni che hanno il loro punto di forza nella prudenza e nel controllo della corsa. 
Pantani invece non fa calcoli, lui dà retta all’istinto e compie sforzi immani che gli permettono (a sua volta) di spostare il confine, “il terribile confine tra il possibile e l’impossibile, tra quel che vorremmo fare e quel che si può realmente fare”. E appunto grazie a questa meravigliosa follia, Fabio e Don Basagni “troveranno un’audacia sepolta, mettendo in discussione l’esistenza solida e affidabile che ormai erano abituati a sopportare”. 
Per la cronaca Fabio Genovesi - che nella vita si è proposto anche come sceneggiatore, oltre a collaborare con il Corriere della Sera e il suo settimanale La Lettura - aveva debuttato sugli scaffali nel 2007 con Il bricco dei vermi e altri racconti (una raccolta ancora acerba di pezzi autobiografici, ma già ricca dei suoi temi portanti). Antologia seguita l’anno dopo da Versilia Rock City, che sarebbe stato riproposto da Mondadori nel 2012, preceduto da Esche vive
Tuttavia per lui le vere luci della ribalta si sarebbero accese nel 2015 con Chi manda le onde, premio Strega giovani. Un successo bissato due stagioni dopo con Il mare dove non si tocca (Premio Viareggio ex aequo con Giuseppe Lupo, oltre che libro finalista allo Strega). Che altro? I saggi Morte dei Marmi e Tutti primi sul traguardo del mio cuore, la biografia Prima o poi casco scritta a quattro mani con Katia Beni, la sceneggiatura di Dopodomani di Duccio Chiarini e il libro per ragazzi Rolando del camposanto.

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