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“Il potere non è mai assoluto, perché c’è sempre qualcuno pronto a togliertelo”

Torna Dennis Lehane con una struggente storia di sangue, passione, vendetta. In gran spolvero anche Francesco Recami e Cocco & Magella


25/11/2019

di Mauro Castelli


Un nome che non ha bisogno di presentazioni: quello di Dennis Lehane - scrittore, sceneggiatore, produttore cinematografico e televisivo nonché accademico - considerato a ragion veduta uno delle penne a stelle e strisce di maggior talento. Di origini irlandesi, nato a Dorchester il 4 agosto 1965, Lehane si era laureato a 23 anni in Scrittura creativa presso l’Eckerd College di St. Petersburg, con successiva specializzazione alla Florida International University. In seguito, dopo aver vissuto a lungo a Boston, la sua città, si sarebbe accasato con la moglie Angie e i figli in California. 
Collezionista di premi (un Nero Wolfe, due Barry e due Dilys, oltre che vincitore dell’Anthony e dell’Edgard Award), corteggiato dal grande cinema (è stato infatti celebrato da registi del calibro di Clint Eastwood, Martin Scorsese e Ben Affleck), autore di tredici romanzi tradotti in una trentina di lingue (sei dei quali “interpretati” da Patrick Kenzie ed Angela Gennaro), Lehane si propone alla stregua di una penna in bilico fra realtà e morale (anche se la verità viene a galla, come è giusto che sia, c’è sempre un qualcosa di irrisolto a tenere la scena). Oltre che portatore di una originalità narrativa che non lascia vie di fuga al lettore e che lo porta a dare voce a modo suo all’America, presente o passata poco importa, alle prese la disperazione di chi non ce la fa a tirare avanti mentre la malavita prospera senza guardare in faccia a nessuno. 
Fermo restando un occhio di riguardo all’infanzia violata (sarà perché a 23 anni era stato colpito dalla sindrome di Todd, rischiando di rimanere paralizzato e senza parola?), bene e spesso dando voce ai diseredati e ai poveracci. Forse memore di quando, per tirare a campare avendo abbracciato giovanissimo la strada della scrittura, si era adattato a fare di tutto: educatore per bambini affetti da handicap o vittime di abusi, cameriere, parcheggiatore, autista di limousine, libraio, scaricatore di camion, sino a ricoprire il ruolo - a lui più consono - di docente di scrittura creativa avanzata presso l’Università di Harvard. 
Lui portatore di una scrittura veloce quanto efficace, abilmente scandita da frasi brevi e taglienti. Frutto degli insegnamenti, per sua stessa ammissione, legati alla lettura di maestri del calibro di Elmore Leonard, Richard Price e James Ellroy. Scrittura che ha avuto modo di prestare anche al mondo degli sceneggiati, firmando le serie televisive The Wire e Boardwalk Empire, nonché a quello del teatro con Coronado
Lui che aveva debuttato nel 1999 con Un drink prima di uccidere, per poi incassare la definitiva consacrazione due anni dopo con il romanzo Mystic River (La morte non dimentica nella versione italiana), rimasto a lungo ai vertici delle classifiche americane e dal quale Clint Eastwood ha tratto l’omonimo film vincitore di due premi Oscar. 
Lui che ora torna sugli scaffali con Tutti i miei errori (Longanesi, pagg. 336, euro 18,60, traduzione di Mirko Zilahy, al quale vanno le nostre più sentite congratulazioni), un lavoro peraltro benedetto da un certo Stephen King come “il migl+ior crime dai tempi del Padrino, una storia magnifica dal finale sconvolgente”. Mentre il nostro Donato Carrisi, geniale portavoce del mistero (arrivato in questi giorni sul grande schermo, nei panni inediti di regista, con L’uomo del labirinto, interpretato da Toni Servillo e Dustin Hoffman), lo ha etichettato come “un vero e grandissimo narratore”. 
A tenere banco nel suo ultimo romanzo - amaro e struggente, oltre che condito di sangue, passioni e vendette - è una graffiante considerazione che in molti dovrebbero tenere a mente, soprattutto i politici: “Quello che nessuno dice sul potere è che non è mai assoluto. Nell’istante esatto in cui ce l’hai, c’è già qualcuno pronto a togliertelo”. 
Una storia che si rifà a partire dal dicembre del 1942 in quel di Tampa. Un’epoca storica magistralmente ricostruita, pur nella sua complessità, all’insegna della suspense. Come pochi altri sanno fare. Facendo rivivere il passato in maniera garbata e intrigante. E a Tampa, mentre il mondo è alle prese con la Seconda guerra mondiale, la mafia americana sta vivendo un periodo d’oro. Ed è nel giro degli affari sporchi che l’ex boss Joe Coughlin lavora come consigliere per la famiglia dei Bartolo: in altre parole gestisce i loro interessi in Florida, a Bo­ston e a Cuba, oltre a fare da intermediario tra la criminalità organizzata e l’alta società. Tra morti ammazzati e… fruscii di abiti da sera. 
Un uomo, Joe, che sa comunque sempre cadere in piedi. Alcuni anni dopo la tragica scomparsa della moglie, uccisa in un agguato, lo ritroviamo infatti risollevato e ai vertici. Si è costruito una nuova vita insieme al figlio e ha tutto: soldi, potere, una bellissima amante, la garanzia dell’anonimato. Ma il successo non può da solo cancellare i suoi tanti peccati: qualcuno lo vuole morto, e lui avrà poche settimane di tempo per capire chi e perché lo ha preso di mira, prima che sia troppo tardi. 
Che dire: un thriller brillante che si legge d’un fiato, arricchito da bordate di tensione e di paura, frasi che lasciano il segno, inaspettate giravolte narrative, personaggi che a distanza di poche pagine sembrano tenere banco, nell’immaginario del lettore, già da chissà quanto. Cosa chiedere di più a uno scrittore? 


Proseguiamo. Di tutt’altra farina risulta impastato l’ultimo romanzo di Francesco Recami, una delle firme di punta di casa Sellerio, capace di dare voce a storie fresche, ironiche e al tempo stesso intriganti, giocando a rimpiattino con tematiche infarcite di equivoci, sospetti, maldicenze e disagio sociale (anche se, a guardar bene, quasi sempre finiscono per mancare briciole di solidarietà). 
Recami, si diceva. Nato a Firenze nel 1956, laureato in Filosofia antica, portatore di un carattere a suo dire “fumino e al tempo tesso pacioccone”, il cui lavoro è scivolato strada facendo dal ruolo di editor scientifico a quello di scrittore “a tempo pieno o quasi”, sebbene inizialmente, assicura, “non avrei mai immaginato di poterlo fare”. 
Anche se, con la narrativa di settore, l’avrebbe presa da lontano. In altre parole imbastendo testi divulgativi e guide di montagna (“Ho avuto sempre una grande passione per le scalate - complici le origini friulane della mia famiglia paterna - sin quando alcuni problemi alla schiena mi hanno costretto a lasciar perdere”), per poi dare voce a due romanzi per bambini. E da lì sarebbe approdato alla letteratura per adulti con L’errore di Platini nel 2006, lavoro peraltro ripubblicato nel 2017. 
“In realtà questo libro - come ha avuto modo di precisarci tempo addietro - lo avevo scritto diciannove anni prima, intitolandolo La totale assenza di fondamento nei ragionamenti degli architetti. Titolo improponibile, me ne rendo conto. Logico quindi che a rispondermi picche fossero stati diversi editori. Sellerio compreso, che mi inviò una lettera nella quale si precisava che l’argomento trattato poteva interessare, ma che in quel momento non rientrava nei loro piani editoriali. Lo ritenni un rifiuto. Le cose, anche per via di una serie di fraintendimenti, non stavano invece realmente così…”. 
Tanto è vero che la Sellerio sarebbe diventata la sua editrice di riferimento, con la quale avrebbe dato alle stampe Il correttore di bozze, Il superstizioso, Il ragazzo che leggeva Maigret, Prenditi cura di me (Premio Castiglioncello e Premio Capalbio), Gli scheletri nell’armadio, Il segreto di Angela, L'uomo con la valigia, Il caso Kakoiannis-Sforza, la raccolta di racconti Piccola enciclopedia delle ossessioni (Premio Chiara), nonché la quasi-saga legata ai romanzi della “Casa di ringhiera”, uno spazio vitale rappresentato da un luogo, narrativamente parlando, che consente a chi legge di sbirciare nei diversi appartamenti come se non esistessero le pareti, nonché di spettegolare, di farsi partecipe di intrighi e situazioni al limite. 
Che altro sarebbe uscito dalla penna di questo autore appassionato di grandi firme, come quelle di Balzac, Zola, Dürrenmatt e Simenon? La trilogia partita nel 2017 con Commedia nera n. 1, proseguita con La clinica riposo & Pace. Commedia nera n. 2, e ora arrivata sugli scaffali con la terza puntata intitolata L’atroce delitto di via Lurcini (pagg. 188, euro 13,00). 
“Un lavoro nero - tiene a precisare Recami in una nota - che si rifà alla riscrittura, come si capisce dal titolo, della commedia L’Affaire de la rue de Lourcine scritta da Eugène Labiche nel 1857. D’altronde via Lurcini a Firenze non esiste, e questo evita problemi in partenza”: Fermo restando che “nel corso della stesura il testo si è discostato sempre più dal modello, tanto che adesso definirlo riscrittura pare proprio fuori luogo. Non si potrebbe neanche usare l’espressione da una idea di. Ma l’attribuzione andava fatta”. Insomma, anche in questo la capacità di prendersi in giro dell’autore, sia pure furbescamente, appare evidente.   
Ma veniamo alla sinossi di questa nuova “scorrettissima storia” che prende di mira “il mondo dell’arte e dello spettacolo”, dando voce a una riuscita “satira dei costumi sociali in chiave di umorismo nero”, a fronte di “una comicità basata sul paradosso, sul contrario, sul grottesco”. 
La scena tiene banco in un edificio fatiscente occupato da miserabili di ogni estrazione etnica, sociale o criminale. Su questa corte dei miracoli regna dispotico un furfante, un feroce imprenditore della miseria, che affitta ai senzatetto piccoli spazi, sfruttandoli quanto si può. Quando il gaglioffo, ubriaco, “si sveglia e trova su di sé le tracce inequivocabili di un delitto sanguinoso, comincia a compiere le azioni più ingegnose e orripilanti per non essere scoperto. Ma i suoi piani vengono sconvolti dal coreografo di fama mondiale Netzer, il quale inscena nello stanzone l’ultimo suo capolavoro, utilizzando i senzatetto come danzatori e attori della loro tragedia. Titolo: Gli Ultimi”
In ogni pagina di questo lavoro “è offerto lo spettacolo delle continue peripezie che affaccendano individui che hanno qual cosa da nascondere: imbrogli o truffe non previsti, crimini inutili, sporche slealtà, colpi bari del caso, equivoci intrecciati con nuovi equivoci. Ma non c’è spazio, volutamente, per nessuna vera solidarietà sociale. L’umorismo è sarcastico, lo sguardo cinico senza vergogna. I personaggi sono picari, volgari, che non hanno tempo per i buoni sentimenti perché devono solo occuparsi di sopravvivere”. Il loro destino è pertanto quello di inscenare la cosiddetta farsa dell’esistenza. 


L’ultimo consiglio per gli acquisti è legato alla penna di Cocco & Magella, una coppia il cui nome sembra essere stato preso in prestito da un fumetto e che invece attinge dalla realtà. In effetti abbiamo a che fare con il medico legale Amneris Magella, nata a Milano nel 1958 (dove peraltro esercita la professione), e Giovanni Cocco (a sua volta nato a Como nel 1976, cresciuto a Proserpio e attualmente di stanza a Castelmarte). Lui laureato in Storia alla Statale del capoluogo lombardo, specializzato nella promozione e nell’insegnamento della lingua e della cultura italiana agli stranieri. 
Il quale Cocco era approdato alla narrativa, dopo aver frequentato la scuola di scrittura creativa di Raul Montanari, nel 2004 con Angeli e perdere (firmato con lo pseudonimo di Johnny99), un libro di racconti accompagnato da un Cd musicale dei Sulutumana, per poi concedersi il bis nel 2013 con La caduta, finalista al Campiello, seguito da Il bacio dell’Assunta e da La promessa (fra i finalisti del Viareggio)
Sempre nel 2013 Giovanni avrebbe deciso di far coppia con Amneris, proponendosi sugli scaffali come Cocco & Magella in un poliziesco intitolato Ombre sul Lago, finalista al Premio Camaiore per la letteratura gialla, nel quale avevano fatto debuttare il commissario Stefania Valenti (una donna di 45 anni forte e determinata, alle prese però con una vita privata complicata). Risultato? Un lavoro ben accolto sia dalla critica che dai lettori, seguito a ruota da Omicidio alla stazione Centrale e Morte a Bellagio, tutti editi da Marsilio e tradotti negli Stati Uniti e nei principali Paesi europei. 
Marsilio che ora propone La sposa nel lago (pagg. 206, euro 17,00), quarto appuntamento della serie: un lavoro, come i precedenti, dal taglio cinematografico, capace cioè di conciliare “il noir mediterraneo con l’impianto del thriller di stampo anglosassone”. 
Protagonista, come si diceva, è Stefania Valenti, una donna dura e testarda ma dai modi gentili, divorziata con una figlia (Camilla) e con un nuovo compagno (Luca) che riesce ad accettare i suoi impossibili orari, stando peraltro vicino alla ragazzina che in ogni caso ha un padre naturale che la adora. Ed è un bene così, in quanto la nostra protagonista sta attraversando un periodo complicato, presa com’è dai fattacci che sconvolgono le atmosfere idilliache del lago di Como e la vita della tranquilla borghesia cittadina. 
Ad esempio, nella zona industriale della città, accanto all’ex Ticosa, viene trovato il corpo di un clochard, detto “Il Professore” per il suo modo di proporsi e di parlare, che sembra essere stato portato lì da chi lo ha ucciso fracassandogli la testa. Succede inoltre che alle prime luci di una gelida giornata di febbraio, nella suggestiva cornice dell’abbazia cistercense di Piona, sul ramo orientale del lago, un giovane monaco di nome Bassano rinvenga accanto al pontile del priorato il cadavere di una ragazza, bellissima, avvolta in un lenzuolo bianco. 
Si tratta di Ginevra Bassi, studentessa di 19 anni della Tremezzina, scomparsa da alcuni giorni. Si scoprirà che la giovane è stata uccisa in circostanze strane (il suo corpo presenta numerose ferite inflitte post-mortem) dopo aver passato una serata tra amici in un noto locale sulla sponda opposta del lago. 
Le prime indagini, che vedono contrapposte le procure di due province, mettono in luce la doppia personalità della studentessa, le sue ambigue relazioni e la complicata liaison che aveva con un uomo di vent’anni più anziano, il milanese Sergio Tagliaferri, pilota di linea per una nota compagnia di voli low cost, la Ryanair. Lei che si era lasciata con il fidanzato Alessio, il quale però non mollava la presa, telefonandole in continuazione e mandandole messaggi WhatsApp. Insomma, il sospettato ideale… 
I due omicidi, apparentemente slegati tra loro, segnano l’inizio di una nuova indagine per Stefania Valenti che, insieme ai fidi Piras e Lucchesi e al commissario capo Giulio Allevi, dovrà fare luce su un’intricatissima vicenda di passioni ed eredità contese, fattacci delittuosi e miserie umane. Fermo restando che il movente, ancora una volta, si nasconde nel recente passato, dove un filo invisibile lega le due persone ammazzate. Un mistero contraddittorio la cui soluzione si potrebbe annidare nei dettagli. 
In buona sostanza, come da note editoriali, il lettore si troverà a far di conto con “una convincente e attualissima versione del romanzo poliziesco deduttivo - reso celebre da Agatha Christie e Sir Arthur Conan Doyle - in cui le due seducenti sponde del lago di Como tengono il lettore con il fiato sospeso fino all’inaspettato colpo di scena finale”. Il tutto a fronte di una scrittura garbata, complessa quanto accattivante. E non è da tutti.

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