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“Il referendum? Blandisce il populismo. Meglio sarebbe superare il bicameralismo”

La consultazione - secondo il giurista Carlo Fusaro - è importante, ma poteva farsene a meno visto che la legge era stata approvata a larga maggioranza. In ogni caso, con meno componenti, Parlamento e Commissioni lavoreranno più celermente all’insegna del risparmio. E la riforma elettorale? Accentuerà il proporzionalismo a scapito della stabilità e della durata dei Governi


14/09/2020

di Giambattista Pepi


Carlo Fusaro

Cresce l’attesa per le elezioni regionali e amministrative del 20 e 21 settembre, giorni in cui si svolgerà inoltre il referendum confermativo della legge costituzionale che prevede la riduzione del numero dei parlamentari. Approvato in via definitiva dalla Camera l’8 ottobre 2019, il testo di legge prevede il taglio del36,5% dei componenti di entrambi i rami del Parlamento: da 630 a 400 seggi alla Camera dei deputati, da 315 a 200 seggi elettivi al Senato. 
Intanto è partito alla Camera l’iter legislativo per l’approvazione della riforma del sistema elettorale, detta Brescellum. Il testo base della legge è stato adottato dalla commissione Affari Costituzionali in una seduta caratterizzata da un confronto vivace tra il Centrodestra e il presidente Giuseppe Brescia, da cui la riforma prende il nome. A votare il testo sono stati soltanto i parlamentari di Pd e M5S. Italia Viva non ha partecipato al voto. Si sono astenuti Leu e Più Europa. Mentre l’opposizione ha abbandonato i lavori al momento della votazione in segno di protesta. 
Sul significato politico del voto referendario e sugli effetti nella composizione del Parlamento e nella formazione delle future maggioranze con l’approvazione della legge di riforma del sistema elettorale, Economia Italiana.it ha intervista Carlo Fusaro, giurista, costituzionalista e uno tra i più ascoltati esperti di sistemi elettorali e parlamentari in Italia. 
Nato a Basilea da madre di origini svizzere e tedesche e da padre italiano, Fusaro è stato docente di Diritto pubblico nell’Università di Firenze dove ha insegnato anche Diritto elettorale e Diritto parlamentare.  Ha iniziato la sua carriera scrivendo il libro Guida alla Costituzione nel 1976, pubblicato dalla casa editrice fiorentina Laurus. È inoltre autore del volume Principio Maggioritario e forma di Governo e del Corso di diritto costituzionale scritto a quattro mani con Augusto Barbera, giunto alla sua decima edizione ed edito dal Mulino di Bologna. Nel 1983 è stato eletto deputato al Parlamento nelle file del Partito Repubblicano.

Qual è il significato del referendum confermativo della legge costituzionale che riduce il numero dei parlamentari di Camera e Senato? È importante? E se lo è, perché? 
Tutti i referendum sono importanti perché quando si convoca l’intero corpo elettorale si hanno delle conseguenze e degli effetti. Personalmente ritengo un grave errore da parte di quella ristretta minoranza di senatori appartenenti a molti gruppi ma rappresentanti solo di sé stessi che hanno richiesto questo referendum. Che è il primo referendum di tipo populistico dopo che in una prima fase l’azione dei parlamentari era stata proposta dalla maggioranza giallo-verde (M5S e Lega). Poi con il mutamento della maggioranza, le strategie istituzionali dei partiti sono in parte cambiate e il Pd e il Movimento 5 Stelle, che sorreggono il Governo Conte 2, hanno concordato una strategia diversa. Il M5S ha rinunciato ad alcuni suoi progetti, il Pd ne ha avanzati altri, e - nel contempo - si è pronunciato a favore della riduzione dei parlamentari, votata da tutta la Camera dei deputati, come i lettori sanno, pari all’88 per cento dei suoi componenti: praticamene tutti i gruppi parlamentari tranne quello di Più Europa che ha votato contro. Quindi questo è un referendum su una legge già approvata dalle Camere dal significato populistico. 

I favorevoli dicono che, approvando questa riforma, l’erario risparmia e il Parlamento funziona meglio. I contrari sostengono, invece, che il risparmio è risibile, il miglior funzionamento è tutto da vedere, mentre è sicuro che viene minato il principio della rappresentatività. Come valuta questi argomenti? 
Non c’è ombra di dubbio che Parlamenti e Assemblee meno affollati potenzialmente funzionano meglio per ragioni che sono abbastanza intuibili: meno persone che devono parlare, meno persone che devono farsi notare e vedere, commissioni meno popolate nelle quali mettersi d’accordo o meno, ma certamente in minor tempo. Direi che su questo non dovrebbero esserci dubbi, sebbene nessuno oggi possa dare garanzie di migliore funzionamento del Parlamento. Questa dovrebbe essere l’occasione per rivedere i regolamenti parlamentari che risalgono a 50 anni fa. Questo è uno dei motivi fondamentali che dovrebbe generare vantaggi in termini di riduzione dei tempi degli iter legislativi. 
C’è poi l’argomento dei risparmi. Qui si fa un poco il gioco delle parti. I fautori del referendum tendono a esaltare questi risparmi; i contrari, invece, li minimizzano, sostenendo che il risparmio sarebbe l’equivalente del costo di un caffè l’anno per ogni cittadino. Le cose non stanno così: è bene precisare. È verissimo che subito dopo l’applicazione della riforma il risparmio sarà modesto, perché non è che dopo la riduzione dei membri delle Camere, si provvede a licenziare su due piedi i dipendenti del Parlamento, oppure si eliminano i rapporti locativi con i proprietari degli immobili presi in affitto dove sono stati realizzati uffici e sedi dei parlamentari. Oggi il costo della Camera dei deputati si aggira sui 970 milioni di euro l’anno, quello del Senato è di 540 milioni. Con il taglio dei parlamentati, a regime, il risparmio secondo le mie stime sarà fino a un quarto dei costi attuali. Il risparmio dopo due o tre legislature si aggirerà intorno a 300-400 milioni l’anno. Quindi probabilmente parliamo di 2 miliardi. 
Quanto alla rappresentatività, ne esistono due: quella territoriale e quella politica. Intanto c’è da dire che alla Camera difficoltà non ce ne sarebbero: saranno 400 in caso di conferma della legge al referendum. È un numero cospicuo, quindi in grado di poter dare un’adeguata rappresentatività sia ai territori che ai partiti. Invece al Senato, dal punto di vista partitico, nelle regioni dove i senatori sono da 3 a 5, rispetto a quelle in cui sono da 6 a 8, qualche problema di rappresentatività potrebbe esserci. I partiti più piccoli potrebbero non avere alcun rappresentante al Senato in tutte le regioni, ma potrebbero averli solo nelle regioni più popolose che eleggono molti più senatori.

Non sarebbe stato meglio puntare al superamento del bicameralismo? O, almeno, differenziare le funzioni del Senato, facendone una Camera delle Regioni e delle Organizzazione e Associazioni economiche e di interesse collettivo, sopprimendo il Cnel? 
Modifiche come queste sono state già bocciate dagli elettori nel 2006 e nel 2016. La dottrina è unanime nel ritenere utili riforme che superino il bicameralismo, ma gli elettori sono di tutt’altro avviso e non ritengono di voler fare a meno di una delle due Camere. Peraltro il superamento del bicameralismo non fa parte dell’agenda di questa legislatura.

Con la riforma elettorale viene confermato il modello proporzionale sia pure corretto dalla soglia di sbarramento. Perché questa scelta? Quale logica la sottende? 
Effettivamente già oggi abbiamo un sistema elettorale a larga prevalenza proporzionale con la legge detta Rosatellum. Con quella in discussione in Parlamento si vuole accentuare la proporzionalità per la semplice ragione che le forze della maggioranza attuale (Movimento 5 Stelle e Pd) vogliono allontanare o ridurre o ridimensionare quella che considerano un danno per il Paese, cioè la vittoria delle Destre guidate dal senatore Matteo Salvini alle prossime elezioni politiche. Cercano, cioè, un sistema che dia a chi vince il minor numero di seggi possibile. Questa è l’unica ragione che non ha niente a che vedere con la riduzione dei parlamentari. 

Ma votando a maggioranza una riforma che dovrebbe interessare tutti, non si introduce surrettiziamente nell’ordinamento una regola secondo la quale chi è al Governo del Paese è legittimato per così dire a farsi la legge elettorale che più gli aggrada? 
Penso che lei abbia ragione. Diciamo che non si introduce ma piuttosto si conferma. Il primo che lo fece fu Silvio Berlusconi (presidente di Forza Italia ed ex presidente del Consiglio dei ministri - ndr) nel 2005 quando era al Governo e fece approvare la legge elettorale Calderoli. Successivamente, ma con maggiore dignità perché inserita in un disegno riformatore più organico, lo si fece con la legge chiamata Italicum (legge 6 maggio 2015 n.52 - ndr), mentre nel 2017-18 quando è stata varata la legge attualmente vigente (legge 3 novembre 2017, n. 165 e comunemente nota come Rosatellum bis o semplicemente Rosatellum, dal nome del suo relatore Ettore Rosato - ndr) fu la registrazione di una serie di indicazioni belle o brutte che fossero, che venivano dalla Corte Costituzionale. Io non sono favorevole a questa riforma elettorale proporzionale della quale si parla.

Chi garantisce che l’attuale riforma possa contemperare il principio della rappresentatività con quello della stabilità? 
Non lo concilia affatto. Questa riforma elettorale, il Brescellum, andrà tutta a danno della stabilità. O, meglio, l’unica attenuazione è la previsione della clausola di sbarramento, ma sono disposto a scommettere che non sarà al 5%. Per quanto riguarda la domanda, vorrei precisare però che è verissimo che i governi italiani sono durati poco. Ma bisogna distinguere due fasi. Fino al 1993 erano durati undici mesi, successivamente, la durata è raddoppiata. 

Se lei fosse chiamato a rimettere mano al sistema politico, quali sarebbero le sue priorità? 
Penso che il superamento del bicameralismo sarebbe una priorità. Un Senato trasformato sul modello tedesco, il Bundesrat, dove sono rappresentati coloro che governano le regioni e non i cittadini. Poi penserei a un rafforzamento del Governo attraverso un’investitura diretta del Presidente del Consiglio. Sono tentativi di razionalizzare le istituzioni vigenti senza stravolgere l’impianto complessivo del nostro ordinamento.

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