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“Il vero benessere? È legato alla dedizione al lavoro: perciò il Paese deve voltare pagina”

L’Italia - secondo l’economista Pierangelo Dacrema - deve puntare più sulle proprie doti di determinazione, flessibilità e creatività che non sulle finanze comunitarie. Tutti sono consapevoli del potere ostativo della Pa, ma non c’è politico che in qualche modo non se ne senta ostaggio. Da qui i ritardi sul taglio del cuneo fiscale, sulla lotta all’evasione, alla disoccupazione e…


05/10/2020

di Giambattista Pepi


Pierangelo Dacrema

Lo scorso 21 luglio il Consiglio europeo aveva raggiunto un accordo sull’introduzione di un nuovo strumento, denominato Next Generation EU, oltre che sul quadro finanziario pluriennale dell’Unione europea per il periodo 2021-27. Nell’ambito del Next Generation l’Unione potrà indebitarsi per 750 miliardi. Le risorse raccolte saranno destinate alla concessione di trasferimenti (390 miliardi) e di prestiti (360 miliardi) agli Stati membri, soprattutto a quelli in cui le conseguenze economiche della pandemia da Covid-19 sono risultate più marcate. 
Per garantire il rimborso del debito (che andrà concluso entro il 2058) è previsto l’aumento del limite annuo delle risorse proprie dell’Unione; in particolare è prevista l’introduzione di nuove imposte comunitarie. 
Per essere operativo, l’accordo raggiunto in sede di Consiglio dovrà ottenere l’approvazione del Parlamento europeo, mentre l’aumento del limite massimo delle risorse proprie dovrà essere ratificato da ognuno degli Stati membri secondo le proprie procedure costituzionali. Ma l’accordo potrebbe non essere approvato e in quel caso l’attuazione del Recovery Fund slitterebbe per tutti al 2021.  
Quasi il 90% delle risorse (312,5 miliardi di trasferimenti e 360 di prestiti) verrà veicolato attraverso il Dispositivo per la ripresa e la resilienza; il rimanente 10% sarà utilizzato per rafforzare programmi di spesa del bilancio pluriennale dell’Unione europea. 
Per richiedere i fondi del Dispositivo gli Stati dovranno predisporre “Piani nazionali per la ripresa e la resilienza”; la Commissione europea li valuterà e dopo dovranno essere approvati a maggioranza qualificata dal Consiglio. L’effettiva erogazione dei fondi, che non potrà avvenire oltre il 2026, sarà subordinata al soddisfacente conseguimento di obiettivi intermedi e finali specificati nei Piani. Previa approvazione del Piano, gli Stati membri potranno richiedere un prefinanziamento pari al 10% dei fondi richiesti. 
Per quanto riguarda i trasferimenti del Dispositivo, l’Italia dovrebbe ottenere complessivamente risorse per 208,6 miliardi di euro, di cui 81 miliardi di trasferimenti e 127,6 di prestiti agevolati. 
Il 15 settembre il Comitato interministeriale per gli affari europei ha presentato al Parlamento una proposta di linee guida per la definizione del Recovery Plan italiano, il Piano nazionale di ripresa e resilienza, per rilanciare l’economia dopo la crisi da Covid-19, che appare nel complesso coerente con le indicazioni fornite dalla Commissione. Il Governo prevede in particolare sei aree “tematiche” strutturali di intervento (missioni): (a) digitalizzazione, innovazione e competitività del sistema produttivo; (b) rivoluzione verde e transizione ecologica; (c) infrastrutture per la mobilità; (d) istruzione, formazione, ricerca e cultura; (e) equità sociale, di genere e territoriale; (f) salute. Le missioni saranno a loro volta suddivise in gruppi (cluster) di progetti omogenei di investimenti e riforme. 
Degli obiettivi, della strategia, delle aspettative e delle remore del Piano nazionale di ripresa e resilienza che sarà discusso dal Parlamento nei prossimi giorni, Economia Italiana.it ha parlato con il professore Pierangelo Dacrema, economista e docente Economia degli intermediari finanziari all’Università della Calabria, dopo avere insegnato alla Bocconi, alla Cattolica, alla Nuova Accademia di Belle Arti di Milano e negli atenei di Bergamo, Siena e Messina. Riflessioni su un’economia del malessere. Perché tutto andrà bene se nulla sarà come prima è il titolo del suo ultimo libro edito da AllAround di Milano. 

Nel Recovery Plan il Governo ha previsto sei aree “tematiche” strutturali di intervento: digitalizzazione, innovazione e competitività del sistema produttivo; rivoluzione verde e transizione ecologica; infrastrutture per la mobilità; istruzione, formazione, ricerca e cultura; equità sociale, di genere e territoriale; salute. L’Italia saprà cogliere questa opportunità per ammodernare e fare svoltare la sua economia? 
Nulla da eccepire per quanto concerne la significatività delle sei aree tematiche di intervento. Si tratta di temi e problemi d’importanza centrale che, se adeguatamente affrontati, potrebbero avere un impatto decisivo sulla qualità della vita di un popolo intero nei prossimi anni. Ma intanto basta l’enunciazione di queste “tematiche” a far sorgere almeno due dubbi. Il primo è di tipo interpretativo. Che cosa significa con esattezza, per esempio, rivoluzione verde e transizione ecologica? Che tempi e che interventi implica la realizzazione di una vera “rivoluzione” in campo ecologico? 
È chiaro poi, per fare un altro esempio, come istruzione, formazione, ricerca e cultura debbano essere al centro dell’attenzione di qualunque azione di governo (non a caso sono decenni che qualsiasi governo dichiara più o meno solennemente di voler prendersi cura di questi argomenti, così oggettivamente cruciali). Ma, di nuovo, che cosa significa in concreto promuovere efficaci investimenti in istruzione, ricerca e cultura? Il secondo dubbio, invece, ha a che vedere con un problema vecchio come il mondo, vale a dire la differenza – il cui rilievo è molto percepibile – che esiste tra il dire e il fare una cosa, soprattutto quando è particolarmente facile dirla e particolarmente difficile farla. 

Con la strategia da definire il Governo mira ad aumentare gli investimenti pubblici, portandoli al 3% del Pil (2,2 in media tra il 2017 e il 2019), a raggiungere un valore per la spesa pubblica e privata per ricerca e sviluppo superiore alla media UE (2,2% del Pil nel 2018, contro l’1,4 in Italia), a raddoppiare il tasso medio di crescita dell’economia e ad aumentare il tasso di occupazione di 10 punti percentuali. Obiettivi velleitari o ambiziosi, ma alla nostra portata? 
Così come definiti, gli obiettivi, per quanto ambiziosi, potrebbero essere alla nostra portata. Il fatto che possano diventare velleitari dipende, dipenderà, non solo dall’efficacia dell’azione di Governo ma anche dalla reazione di tutta la collettività al problema che è chiamata a fronteggiare. E del resto è evidente come queste due variabili siano fortemente correlate: un Esecutivo che riesca a meritarsi la piena fiducia di un popolo può fare grandi cose, una società forte e coesa, capace di scegliersi una classe dirigente e un ceto politico adeguati, può dare un grande impulso all’azione di governo e aiutare se stessa anche a prescindere da decisioni politiche opinabili e imperfette. 
ù Al momento, comunque, si può osservare come anche prima - nel contesto di un’economia pre-Covid - si potesse fare molto di più per la spesa pubblica e privata in ricerca e sviluppo e, più in generale, per la crescita. Perché non lo si è fatto? Immaginare che ora si potrà farlo, significa attribuire al “trauma” che abbiamo subito la capacità di farci riflettere, di “svegliarci”, sollecitare pensiero e volontà, oppure la semplice qualità di costituire un’opportunità per aver accesso a fonti di finanziamento straordinarie, l’occasione per avere dei soldi da spendere. Inutile dire che, nel secondo caso, i risultati potrebbero essere relativamente apprezzabili nel breve periodo, ma del tutto deludenti nel lungo. È ciò che temo, che tutto ben presto torni come prima, nel senso più deteriore del “prima”. 

È indispensabile che l’utilizzo di Next Generation EU avvenga in una prospettiva di equilibrio di lungo periodo delle finanze pubbliche. Nonostante le favorevoli condizioni finanziarie a cui sono rese disponibili le risorse del programma, l’Italia, terza economia dell’UE sarà chiamata a contribuire al suo finanziamento. Anche per questo sarà cruciale garantire un impiego efficiente delle risorse… 
Certo l’Europa non cesserà di considerare importante l’equilibrio di lungo periodo delle finanze pubbliche. Per lungo tempo, in Italia, molti hanno sottovalutato il problema rappresentato dalle dimensioni del nostro debito pubblico, destinato a diventare ancora più abnorme a seguito della crisi economica causata dalla pandemia. Ma è evidente come in condizioni normali, un mare, per quanto grande, sia navigabile in tranquillità. E’ quando il mare è in tempesta che fa paura: è nei periodi di crisi che un debito pubblico troppo elevato rischia di diventare una difficoltà insormontabile. 
E così com’è sconsigliabile mettersi in mare senza attrezzarsi per dover affrontare prima o poi il maltempo, è da sprovveduti non prevedere che qualsiasi economia debba attraversare prima o poi un periodo di crisi. E’ chiaro come sia stato un bene che l’Europa abbia preso atto della necessità di allentare i suoi consueti vincoli finanziari in un momento così eccezionale. Ma le discussioni che si sono aperte in Europa sul caso italiano quando si è trattato di aiuti finanziari da concedere ai Paesi più colpiti dal Covid-19 - l’atteggiamento assunto dai virtuosi Paesi del Nord - sono un chiaro sintomo di come un debito pubblico eccessivo possa diventare un ostacolo, un peso insopportabile sulle spalle proprio quando ci sarebbe assoluto bisogno di muoversi leggeri. 
Guai a dimenticarsene. Guai a trascurare il fatto che, se e quando la situazione tornasse a normalizzarsi, il nostro Paese, gravato da un rapporto debito pubblico su Pil cresciuto nel frattempo di qualche decina di punti percentuali, tornerà a essere trattato come l’ultimo della classe. E ciò, naturalmente, a meno che l’Europa non cambi in modo radicale la sua visione in tema di finanza pubblica e la Bce non modifichi il suo statuto a proposito dei suoi doveri in materia di salvaguardia della moneta. Ma questa, più che a una speranza, assomiglia oggi a una vera e propria utopia. 

C’è il rischio che il Recovery Fund possa non essere approvato in via definitiva dal Consiglio europeo e dal Parlamento europeo e quindi i fondi assegnati all’Italia non potrebbero giungere prima del 2021. 
È vero, si tratta di un rischio ben presente. Sempre a proposito di previsioni e di quanto è più o meno ragionevole ritenere possa riservarci il futuro, sono state tante le occasioni che suggeriscono di prevedere sempre, o perlomeno non escludere mai, come il denaro - nonostante la sua proverbiale velocità, soprattutto in un’epoca come la nostra, così dichiaratamente “digitale” - possa rivelarsi lento, lentissimo. E ciò, disgraziatamente, quando sarebbe più acuta la necessità della sua speditezza (basta chiedere, per averne prova, a chiunque abbia varcato la soglia di una banca per avere denaro in prestito). 
Anche per questo sarebbe meglio poter contare sulla nostra capacità di reagire - sulla nostra determinazione mescolata con le nostre doti di flessibilità e creatività - oltre che, e molto più che, sulle risorse finanziarie di fonte comunitaria. I soldi sono molto meno utili dei comportamenti e vengono dopo il lavoro, non prima, in ogni senso. 

Carlo Bonomi, parlando all’assemblea di Confindustria nei giorni scorsi, ha invocato un nuovo Patto da scrivere con il Governo e le parti sociali. Un clima di collaborazione e condivisione di strategia e obiettivi è quel che ci vuole per fronteggiare la grande sfida del cambiamento a cui ci ha indotto una crisi senza precedenti? 
Non stupisce che un presidente di Confindustria si esprima in questi termini. Un imprenditore è il primo a sapere o a dover rendersi conto che un’impresa è, innanzitutto, un luogo di collaborazione, uno spazio in cui si può fare, insieme, ciò che da soli sarebbe letteralmente impossibile fare. Il concetto, oltre che sul piano microeconomico, vale anche sul piano macro. Senza collaborazione tra le parti sociali - e, aggiungo, tra le nazioni - tutti gli obiettivi diventano molto più difficili da perseguire. Lo slogan della modernità, però, è “competizione”, una parola che segnala con insistenza la necessità di vincere, sconfiggere l’avversario, prevalere per avere successo o anche solo per sopravvivere. Detto per inciso, l’esatto contrario degli ideali di comunità e solidarietà sui quali è stata fondata l’Europa. Dovremmo essere molto più prudenti nell’uso di certi termini, e dovremmo smettere di trattare l’economia - una dimensione così ampia e articolata dell’esistenza - come se fosse assimilabile all’agone sportivo. 

Conte non nasconde che la sfida si trova dinanzi un grande ostacolo. “Nessun piano di investimenti potrà conseguire i risultati sperati se non saremo in grado di riformare profondamente la Pubblica amministrazione”. La Pubblica amministrazione è una remora? Può far deragliare il Piano? 
Così dicendo, Conte non ha fatto altro che sottolineare l’ovvio. Quello della frattura tra la capacità di legiferare e l’attitudine ad attuare quanto legiferato è un annoso, gigantesco problema. Non basta emanare leggi e provvedimenti, occorre curarsi di una loro effettiva attuazione. Tutti, a livello politico, sono consapevoli del potere ostativo della Pubblica amministrazione, ma non c’è politico che in qualche modo non se ne senta ostaggio. Occorre, da parte del ceto politico, non solo coraggio ma anche vera e propria capacità di amministrare, gestire, dirigere, ricorrere a un intelligente sistema di premi e punizioni, vigilare sulla sua applicazione. 
Lo ripeto: non ci si può limitare a dire, a declamare, e a fingere di non accorgersi della smisurata distanza esistente tra il dire e il fare. Per non parlare poi di atteggiamenti e comportamenti che hanno consentito a qualcuno, all’indomani di una soluzione normativa discutibile e confusa, di arrivare a dichiarare di aver sconfitto la povertà. 

Il direttore di Svimez, Luca Bianchi, in audizione alla Camera sul Recovery Fund ha invitato il Governo ad abbandonare il modello storico della spesa ordinaria al Sud e passare al nuovo riparametrato al numero della popolazione, introdotto dalla legge De Vincenti, ma non ancora applicato. Con esso la quota di spesa destinata al Mezzogiorno salirebbe al 34% portando il Pil nazionale al 4,38% (4% al Centro Nord e 5,5% al Sud). Condivide? 
Non ho molta fiducia nelle stime che si traducono in numeri, per quanto elaborate con cura e competenza, in particolare quando si avventurano in valutazioni comparative di ipotesi relative a scenari complessi. Ciò premesso credo che il ragionamento di De Vincenti fosse fondato, e che una quota di spesa maggiore destinata al Mezzogiorno possa avere effetti positivi sulla crescita a livello nazionale. E’ una questione politica, non solo economica (non a caso, esistono fattispecie in cui diventa pressoché inevitabile parlare di manovre di economia politica). 

Dalla scorsa settimana è entrata in vigore la “fiscalità di vantaggio” per tutte le aziende del Sud. Tutte le imprese che operano nelle regioni del Mezzogiorno potranno contare su un taglio del 30% del costo lavoro per i loro dipendenti. Una misura che sarà resa definitiva. Potrà servire? 
Rispondo affermativamente per la stessa ragione per cui ho dato la risposta alla domanda precedente. 

Un rimbalzo del Pil fino a +6%, grazie a una manovra da 40 miliardi tra margini di deficit e anticipo dei fondi del Recovery Plan. Il Governo nella nota di aggiornamento al Documento di economia e finanza, che sarà approvata dal Consiglio dei ministri in questi giorni, e discussa dalle Camere a metà mese, comincia a delineare il percorso del Paese per il rilancio economico-sociale. Le dimensioni sono importanti. 
Vero, le dimensioni contano. E per questo si dovrebbe ben sperare. Ma, come si diceva prima, molto dipenderà da come le risorse verranno impiegate, in quali tempi, seguendo quali percorsi, se si tratterà di flussi di liquidità abbastanza veloci e scorrevoli o, viceversa, disturbati e interrotti da “dighe” e deviazioni anomale. Naturalmente, un peso rilevante l’avranno, oltre al comportamento della Pubblica amministrazione, anche le reali intenzioni di chi decide, di chi dirige la spesa, a seconda del fatto che si punti a raccogliere voti nell’immediato o a promuovere vero sviluppo culturale ed economico. 

Le misure. Si interverrà sul fisco attraverso un processo di riforma che si caratterizzerà principalmente per il taglio cuneo fiscale sul lavoro, la revisione complessiva della tassazione verso una maggiore equità, la lotta all’evasione e la revisione del sistema degli incentivi ambientali, di quelli per il sostegno delle famiglie e alla genitorialità e per la partecipazione al mercato del lavoro. Riforme a supporto del Recovery Plan. Si può già valutare il loro impatto in termini macro? 
Taglio del cuneo fiscale, lotta all’evasione e alla disoccupazione, promozione di un sistema fiscale meno iniquo e opprimente per chi paga le tasse, sono tutti interventi su cui qualsiasi governo avrebbe dovuto impegnarsi anche prima del dramma epocale che ci ha colpito. Essere incisivi su questi temi, ottenere risultati concreti al riguardo, significherebbe di fatto avere una politica economica di successo, il che è ottenibile da una buona politica in generale, che nasce a sua volta da un ceto politico responsabile e lungimirante. Non so se è lecito sperare in tutto questo. Bisognerebbe, di nuovo, sperare nel fatto che il trauma provocato dalla peste moderna che stiamo sperimentando abbia generato una sorta di risorgimento politico, economico e sociale. Mi piacerebbe pensarlo. Non lo escludo, ovviamente non ne sono sicuro. 

Concludiamo l’intervista riprendendo il sottotitolo del suo ultimo libro: tutto andrà bene se nulla sarà come prima. Cosa significa? Cosa dobbiamo dismettere per sempre e cosa dobbiamo invece imparare a fare? 
Non è facile credere che andrà tutto bene dopo che è andato tutto male. Volesse il cielo, vien da dire, che nulla sia come prima. Disagi, povertà, sperequazioni e disoccupazione erano drammi abbondantemente preesistenti alla recente sciagura. Magari l’urgenza di affrontare i nuovi e assillanti problemi ci aiutasse ad affrontare meglio anche quelli vecchi, spesso colpevolmente trascurati. Se dobbiamo buttarci definitivamente alle spalle qualcosa, è la convinzione che con il denaro si risolva tutto. Se dobbiamo imparare qualcosa, è che il benessere materiale, e spesso anche quello psichico, viene innanzitutto dall’impegno e dalla dedizione al lavoro. 

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