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“Italia, osservata speciale a Bruxelles: quindi niente passi falsi sul Recovery nazionale”

Secondo l’economista della Bocconi, Carlo Altomonte, serve avviare un percorso differenziato, amministrativo e gestionale, sul modello di quello francese. In ogni caso ci vorranno almeno due anni per riprenderci dalla crisi e non sappiamo ancora come cambierà la struttura industriale


19/10/2020

di Giambattista Pepi


Carlo Altomonte

Complice gli allentamenti e, forse, talora, un atteggiamento se non spregiudicato, almeno superficiale, la curva dei contagi in molti Paesi del mondo, Europa compresa, risulta elevata. Per impedire che con la ripresa in forza dei contagi aumentino anche i ricoveri ospedalieri, i Governi stanno correndo ai ripari con l’adozione di provvedimenti restrittivi della libertà personale e delle attività lavorative. Sono inevitabili? Il comportamento tenuto dagli altri Paesi e in particolare dal nostro è adeguato? In che misura il lockdown ha compromesso la nostra economia e quali sono i rischi se dovesse malauguratamente rendersi indispensabile farvi nuovamente ricorso? 
Economia Italiana.it ha posto queste domande a Carlo Altomonte, professore di Politica economica europea e Macroeconomia all’Università Bocconi di Milano. 

Secondo lei i provvedimenti di restrizione adottati dal Governo Conte sono inevitabili e adeguati allo scopo che di preservare la salute pubblica e la vita dei cittadini? 
Dopo il lockdown e lo stop alla pandemia probabilmente c’è stato un allentamento delle attenzioni da parte della comunità e dai cittadini che ha portato gran parte dell’Europa e anche il nostro Paese nell’attuale situazione. Devo dire che c’è stata anche un calo di tensione da parte del Governo che forse non ha pianificato in maniera adeguata questa seconda ondata in termini di organizzazione della spesa sanitaria, cioè terapia intensiva e posti letto negli ospedali, sia per la gestione del trasporto pubblico. La ripresa della scuola e le elezioni amministrative e il referendum sulla riduzione del numero dei parlamentari si sono messi di traverso facendo perdere del tempo e magari sviando l’attenzione verso la crisi sanitaria. Forse c’è stata un po’ di compiacenza legata al fatto che l’Italia in una prima fase sembrava essere stata risparmiata dalla ripresa dei contagi rispetto a Francia, Spagna, Regno Unito.

Che fare adesso? 
Dobbiamo rassegnarci al fatto che i contagi continuano ad aumentare per almeno altre due-tre settimane, finché le misure adottate dal Governo con il recente Decreto del presidente del Consiglio dei ministri, avranno effetto. Probabilmente il numero e l’aumento dei contagi sarà tale che scatteranno magari altre misure più restrittive che stiamo vedendo in Francia e nel Regno Unito proprio per evitare di ricadere nella situazione critica che ci fu a marzo e aprile alla quale arriveremmo se non facessimo niente.

Il Capo del Governo, Giuseppe Conte, non lo esclude, ma si fa strada l’ipotesi di un nuovo lockdown generalizzato. Ha senso? 
Secondo me il lockdown generalizzato non ha senso e non credo sia necessario. Per due ragioni: anzitutto perché dal punto di vista economico non ce lo possiamo permettere e poi perché l’ultimo rapporto del Fondo Monetario Internazionale ci dice che in realtà le misure di contenimento fatte in maniera rapida e stringente hanno un effetto più incisivo sui contagi di quanto non ne abbia quello generalizzato. Mi spiego: se inizio a restringere la possibilità di incontri fuori casa, la chiusura anticipata di luoghi di ritrovo, se inizio ad obbligare le persone a fare smartworking in maniera più severa, e quindi riduco i volumi di traffico sulle principali direttrici, ho già un effetto importante sul numero dei contagi e non c’è bisogno di fare un lockdown generalizzato, che ha un’efficacia limitata, a fronte di un costo economico molto elevato. Penso che faremo lockdown parziali.

A proposito di economia, si comincia a vedere qualche luce dopo il buio degli ultimi mesi. Quando recupereremo quanto abbiamo perduto in termini di Pil e posti di lavoro? 
In termini di attività economica ci vorranno almeno due anni per recuperare quanto perso quest’anno, e dal punto di vista occupazionale la domanda è aperta, perché abbiamo ancora molte persone in cassa integrazione e non sappiamo ancora come cambierà la struttura industriale. E quindi quanti posti di lavoro verranno creati: questa è la sfida economica e sociale che attende tutti i Paesi occidentali tra il 2021 e il 2022. Ci conforta, tuttavia, il fatto che calo si è rivelato inferiore alle attese. Questa è stata una sorpresa positiva. Tra giugno e settembre abbiamo avuta una ripresa rapida importante. Dopodiché complice la seconda ondata la ripresa ha rallentato. All’inizio pensavamo che l’Italia accusasse un calo del 12% del Pil, poi la stima è stata del -9%, probabilmente chiuderemo il 2020 a -10%.

A luglio il Consiglio europeo ha raggiunto un compromesso sul Next Generation UE, il nuovo strumento della Commissione Ue per emettere obbligazioni garantiti dal bilancio dell’UE per fornire ai Paesi fondi per rilanciare le loro economie. Dimostra una forte volontà politica di supportare il progetto europeo e si può considerare un passo avanti verso una vera Unione economica?  
Diciamo che nel giro di tre mesi abbiamo rotto tabù che ci portavamo indietro da decenni: mutualizzazione del debito e trasferimento di risorse agli Stati membri. La Germania mette sul piatto 70 miliardi di euro netti di trasferimenti, l’Italia ne prende 30 netti. Quindi sicuramente abbiamo creato le basi per un passo avanti verso una maggiore integrazione e per un nucleo di politica fiscale comune. Ovviamente, al momento è tutto temporaneo, perché l’accordo di luglio non è stato ancora definitivamente chiuso. Solo dal 2021 si tornerà a discutere di come rendere permanente questo strumento di politica fiscale.

Cosa ne pensa del Piano nazionale di ripresa e resilienza? Come ha agito finora il Governo? 
Il Governo ha cominciato con il piede sbagliato. L’approccio al Recovery Fund è stato fatto come quando si va a fare la spesa tirando fuori progetti polverosi fermi da anni nei cassetti dei ministeri fino ad arrivare a centinaia di progetti per un ammontare di risorse spropositato. Poi sono uscite le linee – guida della Commissione alle quali dovranno ispirarsi gli Stati nel predisporre i Piani nazionali di ripresa e resilienza. Ricordiamo a tutti che i soldi del Recovery Fund europeo sono in parte a fondo perduto, ma sono sottoposti a rigide procedure, a stati di avanzamento sulla falsariga dell’impiego dei fondi strutturali, come dire che si attribuiscono solo se si va avanti nella realizzazione delle opere progettuali. 
Quindi quello che il Governo ha fatto è di essersi allineato da un lato alle richieste di Bruxelles perché i fondi del Recovery vadano nella stessa direzione: quella della sostenibilità energetica e della digitalizzazione dell’economia. E poi, altra richiesta di Bruxelles, è che i Recovery Plan nazionali devono essere accompagnati dalle riforme che sono sempre state suggerite nei diversi momenti di valutazione delle politiche nazionali da parte della Commissione stessa. Il Governo ha elaborato l’impostazione del Recovery che è corretta e coerente con i desiderata di Bruxelles e in base a ciò che realmente serve all’economia italiana.

Quali rischi si corrono? 
Il rischio è quello della fase di implementazione: perché una cosa è dire che metto dieci miliardi per la ristrutturazione energetica degli edifici e va bene perché stimola la sostenibilità, dà lavoro ad un settore importante dell’economia, ma se poi com’è al momento la legge italiana impedisce di fare assemblee condominiali online, e se non può farle, i lavori non possono mai partire. Per cui l’agenda degli stanziamenti che metteremo in pista può in effetti realizzarsi solo se noi creiamo le condizioni per una loro spedita e efficace realizzazione, dotando anzitutto il Governo di un’unità di monitoraggio. Unità che deve essere messa in grado di superare le resistenze locali o regionali e di tipo amministrative. 

Il Piano è stato giù inviato a Bruxelles. Le sembra congrua e rispettosa dei tempi l’agenda che si è dato il Governo italiano? 
Sì. Il ministro degli Affari Europei, Vincenzo Amendola sta coordinando adesso nella maniera corretta le iniziative in corso assieme ad altre istituzioni: Istat, Ragioneria generale dello Stato, Banca d’Italia. Insomma si sta lavorando alla predisposizione del piano: entro gennaio 2021 sarà avviato il negoziato per chiuderlo entro marzo. Al momento per quanto riguarda le iniziative da finanziare siamo messi bene.

Cosa serve? 
Dove auspico passi avanti è nella struttura amministrativa che deve gestire questo Piano. La Commissione ci tiene. Ad esempio il Governo francese ha fatto in modo che il Recovery Plan sia separato giuridicamente e contabilmente dal bilancio nazionale e quindi vada su un percorso differenziato di spesa affidandolo al ministero dell’Economia. Noi dovremmo fare qualcosa di simile: avviare un percorso differenziato, amministrativo e gestionale, con un’unità all’interno di Palazzo Chigi che possa garantite la corretta esecuzione del Piano in tutte le sue fasi. Il Governo ha già stanziato nella finanziaria 20 miliardi del Recovery Fund europeo del 2021: questi soldi arrivano se abbiamo stati di avanzamento pari a venti miliardi di euro. 

Le modalità e le condizioni che accompagnano il Piano nazionale tengono conto delle sue osservazioni e avvertenze? 
Sicuramente. E non è un caso.

Perché? 
Perché come Università Bocconi abbiamo scritto un paio di documenti inviati a Roma cercando di mediare e favorire il dialogo tra Italia e Commissione europea.

Il Mes è come un fiume carsico: appare e scompare dal dibattito velocemente. Al di là della contrapposizione ideologica, secondo lei, questi fondi sono da richiedere o no? 
La mia valutazione è che siccome i fondi Recovery non arriveranno tutti nella misura e nei volumi richiesti, e siccome l’emergenza sanitaria non è finita, i fondi Mes si possono richiedere anche più avanti perché c’è tempo fino al 2022 per chiederli. Penso che 5-8-10 miliardi di euro di prestiti Mes possono essere chiesti nelle prossime settimane in maniera tale da garantirsi un piccolo buffer di assicurazione nel caso in cui il Recovery Plan non dovesse portare a casa le risorse. Anche perché queste di fatto sono risorse che coprono la spesa sanitaria sostenuta dall’Italia quest’anno. Si può quindi finanziare i soldi spesi “liberando” risorse per prorogare la cassa integrazione e sostenere le imprese in queste nuove restrizioni dell’attività economica per la seconda ondata del virus.

Non avendo spazi adeguati nel bilancio, finora il Governo ha finanziato le manovra a sostegno della crisi scatenata dal Coronavirus indebitandosi. L’Italia così sarà più esposta nel caso in cui gli obiettivi di crescita del Pil non dovessero essere centrati come sono stati previsti nella Nota di aggiornamento del Documento di economia e finanza e nel Recovery Plan?  
Questo è il tema politico del 2021 o del 2022. A fine 2020 avremmo un rapporto debito pubblico-Pil intorno al 160%, di cui circa il 130% sarà sul mercato e il 30% in mano alla Bce, alla fine del 2021 il rapporto sarà intorno al 155%. Mentre non vedo particolari problemi per l’Italia di pagare il debito nei confronti del mercato, il tema oggi è come gestire quello che abbiamo con l’Europa, sia con la Bce, sia con il Recovery della Commissione europea. E questo è un tema politico perché se noi italiani saremo in grado di sapere utilizzare bene le risorse che otterremo attraverso il Recovery Plan, creare valore aggiunto per noi e per il resto dell’Europa, allora l’Ue dirà che quel debito concesso all’Italia saranno soldi ben spesi perché crea domanda, ha mercato; se invece i soldi del Recovery li usiamo male, è evidente che gestire il debito contratto con l’UE diventerebbe un problema. Naturalmente c’è da capire come sarà reintrodotto il Patto per la Stabilità e la Crescita al momento sospeso. 
Va ricordato in proposito che non potrà essere reintrodotto nelle modalità con cui l’abbiamo lasciato: già da un lato la Commissione europea stava lavorando alla sua revisione, che è stata sospesa a causa della pandemia, e dall’altro, quando andremo a reintrodurlo i numeri macroeconomici sono molto lontani dai parametri del Trattato di Maastricht (60% nel rapporto tra Pil e debito, il 2% di inflazione e così via) concepiti negli anni Novanta e non più riproponibili nel quadro macroeconomico odierno. Si aprirà un dibattito sul che e come reintrodurre condizionalità e sorveglianza fiscale, per questo mi fa sorridere quando sento dire che se chiedessi i fondi del Mes, subiremmo condizionalità, in realtà le condizionalità ci saranno anche con i fondi del Recovery Plan: nel senso che se faremo buon uso dei fondi, non ci saranno problemi, altrimenti la situazione peggiorerebbe.

Lei è pessimista o ottimista sul raggiungimento degli obiettivi da parte dell’Italia? Saremo all’altezza di questa sfida? 
Prima ero pessimista, ora sono agnostico, perché vedo che qualcosa si sta muovendo a Roma. Però voglio vedere il nostro Paese all’opera quando sarà necessario implementare le opere. Sono convinto che il Recovery Plan italiano sulla carta sarà molto bello, però poi voglio vedere i cantieri aperti, dove si lavora e che non si fermino.

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