Share |

“La Bce faccia come la Fed: prima bypassiamo la crisi e poi rilanciamo l’economia”

Secondo l’economista Anton Brender, la Banca centrale europea dovrebbe detenere nel proprio bilancio il debito pubblico fatto dagli Stati per affrontare l’emergenza legata al Covid-19 per un importo uguale all’ammontare della valuta in circolazione nell’Eurosistema


20/04/2020

di Tancredi Re


Anton Brender

Per affrontare l’emergenza sanitaria causata da Covid-19 la maggior parte degli Stati dell’Unione europea sarà costretta a indebitarsi. È prevedibile che quando cesserà l’emergenza e si potrà tornare alla vita normale i bilanci pubblici, specialmente dei Paesi periferici come l’Italia, la Spagna, la Francia e la Grecia, vedranno aumentare sensibilmente il rapporto tra deficit e Prodotto interno lordo e tra debito e Pil. Inoltre in una fase nella quale il Pil si stima possa scendere in una forbice compresa tra il 5 e il 10% a seconda della durata del blocco delle attività produttive, del congelamento dei consumi e della privazione della libertà di circolazione, l’equilibrio dei conti pubblici è destinato a peggiorare rapidamente. 
In attesa della ripresa, che non avverrà prima del secondo semestre dell’anno, per conciliare l’aumento del debito causato dall’attuale contrazione dell’attività economica occorrerebbe permettere che la Banca centrale europea possa detenere in bilancio il debito pubblico degli Stati per un importo pari all’ammontare di valuta in euro in circolazione. Questo ammontare rappresenta circa il 10% del Pil dell’Eurozona, cioè quasi quanto questa crisi sanitaria potrebbe costare a ciascun bilancio nazionale. Insomma la Bce dovrebbe prendere esempio dalla Federal Reserve, la Banca centrale degli Stati Uniti, che agisce proprio in questo modo. 
Secondo Anton Brender capo economista di Candriam (società di gestione patrimoniale paneuropea, fondata nel 1996 che ha sede a Lussemburgo e gestisce attività per un valore complessivo di 127 miliardi di euro alla fine dello scorso luglio) è questa la strada che l’Eurozona dovrebbe percorrere per uscire prima dalla crisi ed avviare una ripresa che sia solida e duratura. E ci spiega come comportarci in questa intervista.  

Cosa possiamo fare tutti insieme per far fronte alle conseguenze finanziarie di questa pandemia? 
Questa è la domanda che ha fatto discutere così accanitamente nei giorni scorsi l’Eurogruppo formato, come si ricorderà, dai ministri delle Finanze dei 19 Stati membri dell’Ue che hanno adottato la moneta unica. Negli ultimi anni, il divario tra gli Stati del Nord e del Sud sulla gestione del bilancio non è diminuito. Le “formiche” del Nord possono essere orgogliose del fatto che nel corso della “breve estate” di cui hanno goduto le economie europee, hanno accumulato surplus per ammortizzare il deterioramento delle loro finanze pubbliche. Lo stesso non si può dire, purtroppo, per le “cicale” del Sud.

Eppure, è in Paesi come Italia, Spagna e Francia che la pandemia Covid-19 ha avuto e continua ad avere l’effetto più drammatico, e dove le misure di confinamento per ridurre il costo in vite umane produrranno l’impatto economico più grave. 
È vero. L’incombente deterioramento delle finanze pubbliche italiane è particolarmente preoccupante: già prima della crisi le prospettive di crescita del Paese erano scarse e, in assenza di una crescita costante, sarà molto difficile sostenere l’ulteriore onere del debito innescato dalla pandemia. Non sorprende che il Presidente del Consiglio italiano sia stato il primo a chiedere all’Europa di progettare nuovi strumenti di “solidarietà finanziaria”. 

La partita, però, non è chiusa. Il 23 aprile si svolgerà il Consiglio europeo che dovrebbe pronunciarsi sull’intesa raggiunta dai ministri delle Finanze durante l’ultimo Eurogruppo sugli strumenti da utilizzare. 
Anche questo è giusto. La Commissione europea ha risposto proponendo la creazione di un fondo di 100 miliardi di euro denominato Sure per coprire parte del costo fiscale delle misure di breve termine per la disoccupazione messe in atto quasi ovunque. Per il resto, i Paesi più fragili sono stati invitati ad utilizzare gli strumenti già esistenti: la Banca europea per gli Investimenti, la cui capacità di prestito sarà rafforzata, e il Meccanismo Europeo di Stabilità, la cui condizionalità è stata fortemente ridotta, anzi è stata esclusa del tutto se le risorse che saranno prestate saranno finalizzate esclusivamente a sostenere spese e finanziare interventi sul sistema sanitario. 
Non è stata raggiunta, invece, l’unanimità sull’emissione di titoli di debito congiunti in euro volti a finanziare collettivamente le conseguenze della crisi con la garanzia di tutti gli Stati. Percorrere questa strada significherebbe aprire quello che i tedeschi chiamano “il vaso di Pandora” degli Euro bond. Non c'è garanzia che questo tipo di finanziamento, definito “eccezionale”, non diventi la regola in futuro, affondando le speranze che gli Stati membri con alti livelli di spesa si conformino alla disciplina fiscale alla base dei Trattati. 
Se c’è una sola speranza che questa disciplina possa un giorno svilupparsi, i Paesi dell’Eurozona dovranno dimostrare la loro capacità di rispondere ad una crisi senza precedenti con misure senza precedenti.

Mentre tutti gli altri Stati agiscono con tempestività ed efficacia oltreché in maniera massiccia, come gli Stati Uniti, la Cina, il Giappone, l’UE tarda ad intervenire, è divisa, temporeggia. Intanto, torna a riaffiorare nel dibattito politico e scientifico l’incompletezza e i limiti del sistema monetario basato sull’euro. 
Sì. Correggere uno degli errori dei “padri fondatori” della moneta unica potrebbe essere un primo passo in questa direzione. Coloro che hanno progettato il sistema attuale non solo hanno proibito alla Banca centrale europea di acquistare direttamente il debito degli Stati membri, ma hanno anche negato agli Stati le risorse derivanti dall’emissione delle banconote in circolazione. Naturalmente, i profitti realizzati dalla Bce vengono trasferiti ai governi; ma la fonte di finanziamento costituita dall’emissione di banconote non lo è. 
Un modo per conciliare l’aumento del debito causato dall’attuale contrazione dell’attività economica sarebbe quello di permettere che la Bce mantenga in bilancio il debito pubblico per un importo pari all’ammontare di valuta in circolazione, esattamente come fa la Fed. Questo rappresenta ancora circa il 10% del Pil dell’Eurozona, cioè quasi quanto questa crisi sanitaria potrebbe costare a ciascun bilancio nazionale.

Con quali benefici? 
La forte natura simbolica di una tale decisione non sfuggirebbe. Inoltre, metterebbe definitivamente da parte - e fuori mercato - le conseguenze fiscali del dramma che si sta vivendo nei nostri Paesi fissando al tempo stesso un limite meccanico per il finanziamento monetario dei loro bilanci. Che ciò possa implicare l’adeguamento del testo dei Trattati è irrilevante: l’importante è annunciare che, per mantenere lo spirito dei Trattati, siamo pronti a farlo.

(riproduzione riservata)