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“L’Esecutivo ha agito tardi e ora, con il virus galoppante, ne pagheremo tutti lo scotto”

Secondo l’economista Luigi Guiso la paura di ammalarci inibisce i consumi, aumenta la propensione al risparmio e induce le imprese a ritardare gli investimenti: comportamenti che si ripercuoteranno sui tempi e l’intensità della ripresa. E l’efficacia dei ristori? Dipenderà dall’entità e da quando arriveranno. Fermo restando che soltanto l’arrivo del vaccino potrà farci voltare pagina


02/11/2020

di Giambattista Pepi


Luigi Guiso

Italia nella bufera. L’epidemia è in drammatico peggioramento, con la curva epidemiologica che si sta innalzando impetuosamente. Risultato? Il sistema sanitario è nuovamente sotto pressione, con cinque regioni in stato di allerta massima e altre undici in bilico. Il Governo è quindi al bivio: o un nuovo lockdown o varare chiusure localizzate d’intesa con le istituzioni locali. Intanto non cessano in tutto il Paese le proteste (con gravi incidenti e danni, complici infiltrati e antagonisti) degli operatori economici costretti a chiudere o a ridurre la loro attività lavorativa a causa del Dpcm del 24 ottobre. Così l’economia, che aveva rialzato la testa, finirà per pagarne nuovamente lo scotto. 
Sulle scelte del Governo e sulle nostre prospettive di uscire dalla doppia crisi sanitaria ed economica il nostro giornale ha intervistato Luigi Guiso, docente di Economia all’Einaudi Institute for Economics and Finance di Roma, dopo avere insegnato all’European University Institutedi Firenze. È inoltre fellow del Centre for Economic Policy Research, Istituto di ricerca, con sede a Londra, che promuove, produce e diffonde ricerche e progetti su temi di interesse comunitario in diversi campi, tra cui l’economia politica, l’economia monetaria, l’integrazione e la cooperazione di cui ha diretto il Programma di finanza. 
In precedenza questo economista aveva insegnati negli atenei di Sassari, Roma Tor Vergata, nell’Istituto Universitario Europeo, nell’Università di Chicago e nel Graduate School of Business del Politecnico di Milano. Ricordiamo infine che prima di dedicarsi all’attività accademica, Guiso aveva lavorato per 15 anni al Servizio studi della Banca d’Italia.

Siamo nuovamente immersi nella pandemia fino al collo. Ciò che gli scienziati paventavano la scorsa primavera si è puntualmente verificato. Scatta l’emergenza e i Governi stanno richiudendo le attività produttive e limitando la mobilità delle persone. Dovevano agire prima? 
In parte sì. Ma dipende da cosa si intende per previsione. A maggio si poteva prevedere una ripresa così impetuosa dei contagi come quella a cui stiamo assistendo adesso e indicare la dinamica che si sarebbe verificata? Credo di no. Prevedere invece che ci sarebbe stata molto probabilmente la ripresa della circolazione del virus era possibile? Sì. 
Questo era evidente già a metà agosto e le racconto la mia esperienza: ero in Sardegna e fino alla metà del mese il numero di casi positivi accertato era lo stesso di luglio, sostanzialmente prossimo a zero. Il 15 agosto c’è stato un cambio di “regime” e il numero dei casi ha ricominciato a salire. Lì era già evidente quello che stava accadendo: durante le prime due settimane di agosto la gente ha ripreso a uscire, a spostarsi, a riunirsi; sono state aperte le discoteche, il distanziamento sociale è stato “allentato” e il virus che non era mai scomparso ha trovato le condizioni ideali per tornare a diffondersi e a contagiare. 
La velocità con cui questa ripresa avveniva all’inizio era relativamente lenta, perché le misure del lockdown avevano dato risultati, riportando verso il basso la curva epidemiologica. Le misure dell’ultimo Decreto del presidente del Consiglio andavano prese già i primi di ottobre. 
Noi avevamo un privilegio: potevamo osservare ciò che stava accadendo in Francia, Spagna, nel Regno Unito e in Germania, dove la ripresa della circolazione del virus era iniziata prima che da noi. Secondo me non abbiamo reagito prontamente a quanto stavamo già notando nei Paesi vicini.

Per quali ragioni crede che il Governo abbia temporeggiato? 
La mia interpretazione è che ci siamo comportati come la Francia a marzo di quest’anno, quando l’Italia aveva una dinamica dei contagi molto accentuata e Parigi veva se non ignorato, diciamo sottovalutato il fenomeno. Parigi Francia ha quindi reagito in ritardo, quando il virus stava già circolando rapidamente e il numero dei contagi era sfuggito al controllo. 
Sembra che diversi Paesi e i loro Governi si siano preoccupati del virus solo quando ha incalzato le autorità, quando cioè il rischio del contagio era diventato un problema serio. Come ha fatto, ad esempio, la cancelliera tedesca Angela Merkel constatando che ormai la curva epidemiologica era sfuggita al controllo. Quel fenomeno era prevedibile: sapevano da almeno due settimane che avrebbero sperimentato dai 12 ai 13mila casi al giorno, accrescendo la pressione sul sistema sanitario. Perché la caratteristica di questa epidemia - sulla base di ciò che stiamo osservando e da ciò che ci dicono i medici e i virologi - è che una volta che la traiettoria è iniziata, la dinamica è facilmente prevedibile.

Non crede che i Governi e quindi anche il nostro Esecutivo abbiano tardato ad adottare provvedimenti non per sottovalutazione del pericolo che ci sovrasta ma per timore che tornare a limitare la libertà personale e le attività lavorative non sarebbe stato accettato? 
È così. I lockdown sono molto onerosi. I cittadini faticano ad accettarli, finché non ne vedono l’inevitabilità. Fino a quando non c’è abbastanza consenso popolare un Governo difficilmente riesce ad agire, anche perché l’opposizione non ti aiuta. Il cittadino è disposto ad accettare un fermo dell’attività produttiva solo quando c’è un tasso di mortalità così elevato che non se ne può fare a meno. A misure di blocco totale si può arrivare in definitiva solo quando le conseguenze dell’inazione porta a conseguenze drammatiche. A quel punto diventano inevitabili.

I Paesi dell’Oriente, a cominciare dalla Cina dove si è manifestato per la prima volta il virus, sono usciti dall’emergenza sia pure con qualche eccezione (come l’India), mentre America ed Europa continuano a fare i conti con la pandemia. Com’è stato possibile? 
Non sono un esperto di queste cose. Credo che contino due fattori: anzitutto il fatto che questi Paesi anche a livello di popolazione avevano esperienza con queste malattie virali: si pensi alla Sars e alla Mers. Avevano pertanto elaborato dei protocolli non solo a livello di autorità, ma sperimentati nella popolazione. A me in passato capitava molto spesso quando viaggiavo con gli aerei di vedere cinesi con le mascherine e mi domandavo perché lo facessero visto che non risultava che ci fossero in corso epidemie nel loro Paese. Oggi ho capito perché: l’esperienza li ha ammaestrati ad adottare dispositivi di protezione individuali per evitare forme di possibili contagi. E la cosa curiosa è che lo facevano con spontaneità e con naturalezza. 
Per noi europei, e penso anche per gli abitanti degli altri continenti eccetto l’Asia, è stata un’esperienza che non avevamo mai fatto. Il precedente fu l’influenza spagnola del 1918-1919: allora le persone le usarono per proteggersi dal rischio del contagio. Ma ormai è passato un secolo. In secondo luogo abbiamo strutture decisionali diverse: in Cina chi comanda decide cosa bisogna fare e il popolo esegue. Il processo politico democratico nell’Occidente è molto complicato: c’è moltissima polarizzazione nel dibattito politico e quindi prendere decisioni nei Paesi democratici è molto più complicato. 
Un esempio è quello degli Stati Uniti dove il presidente Donald Trump ha sottovalutato il virus e quasi si è fatto beffa dei dispositivi di protezione individuali come le mascherine e del distanziamento sociale. Lo stesso è avvenuto nel Regno Unito dove il premier Boris Johnson sosteneva una linea di condotta completamente diversa da quella adottata dopo essersi ammalato di Covid-19. In Italia l’opposizione, se non toto almeno in gran parte, mi è parsa sottovalutare il fenomeno, non tenerlo in debito conto. Opposizione che, inoltre, critica sempre e comunque tutti i provvedimenti presi dal Governo, chiede di essere coinvolta, ma senza mai essere stata in grado di proporre alternative diverse dalle scelte prese. 
Probabilmente a parti invertite, cioè a dire se i partiti dell’attuale maggioranza fossero stati all’opposizione, avremmo assistito a qualcosa di analogo perché siamo Paesi polarizzati. La differenza tra Oriente e Occidente sta tutta qui.

Nell’informativa in Parlamento sul Dpcm del 24 ottobre, Conte ha sottolineato che “le misure adottate si pongono in continuità con le decisioni, sul piano di merito e di metodo, assunte dal Governo” e sono ispirate ai princìpi di precauzione, proporzionalità e adeguatezza. Ma mai tendenti a sottovalutare la pericolosità e la imprevedibilità della pandemia”. Per poi aggiungere che “sono state adottate di concerto con gli studi dell’Istituto Superiore della Sanità e del Comitato Tecnico Scientifico”. Cosa ne pensa? 
Che siano state adottate di concerto e con il parere scientifico di questi organismi, ottimizzando tutte le informazioni rese disponibili, non c’è dubbio. Del resto misure analoghe alle nostre sono state prese dai Governi francese e tedesco proprio sulla base delle evidenze scientifiche e del parere dei loro Istituti di sanità. Sono anche sicuro che il Governo, di concerto con gli Enti territoriali, la Protezione civile, le Forze dell’ordine, l’Istituto superiore della Sanità, il Comitato Tecnico Scientifico hanno lavorato incessantemente per tutelare la salute pubblica, per contenere i danni provocati dai blocchi e fornire aiuti a tutte le categorie interessate dai provvedimenti di fermo o limitazione delle attività produttive e lavorative, così com’è stato straordinario il lavoro di infermieri e medici negli ospedali. Ma insisto nel sostenere che dovevamo precorrere i tempi, agire quando avevano visto quanto stava accadendo nei Paesi vicini, avendo dalla nostra parte un vantaggio e l’esperienza maturata per primi in mesi durissimi.

Proprio quando l’economia dà segnali di ripresa con il Pil, le nuove misure adottate dal Governo colpiscono duramente una serie di attività produttive e lavorative. Che ne sarà della ripresa? 
Il fatto di bloccare l’attività di una serie di settori ne provoca un rallentamento. La stessa cosa avverrà in tutti i Paesi dove, come da noi, sono stati adottati provvedimenti di chiusura di determinate attività come palestre, piscine, circoli, cinema e teatri e di limitazione degli orari di chiusura e apertura come bar, ristoranti, pasticcerie. Ci sarà quindi un rallentamento ulteriore dell’economia europea e di quella mondiale. Tra l’altro queste cose si rafforzano vicendevolmente. Se la Germania rallenta, rallentiamo anche noi, visto che le due economie sono fortemente integrate. Il problema oggi è la paura che paralizza molte persone, le induce a uscire di meno, a non consumare per timore di potersi ammalare e finire in ospedale o addirittura morire. Il rischio c’è e non va sottovalutato da nessuno.

Eppure l’Istat proprio questa settimana ha detto che mentre la fiducia delle famiglie è diminuita, quella delle imprese è tornata a crescere. 
Sì, ma le imprese che vedevano buone prospettive, magari si stavano riorganizzando per il post-pandemia, alcune stavano recuperando le quote di fatturato perdute durante il lockdown, altre programmavano investimenti per il loro rilancio, adesso sono costretti a chiudere nuovamente. Al danno del primo “blocco” si somma quindi quello di adesso. Anche se solo per specifici segmenti produttivi.

Il Decreto sui ristori varato dal Governo può servire a lenire la loro sofferenza e renderla più sopportabile in attesa di un nuovo allentamento? 
L’efficacia dei ristori dipende dall’entità e dai tempi con cui saranno resi disponibili ai beneficiari. Chi viene garantito è in grado di poter reagire meglio e prima quando potrà ripartire.

Ma questa crisi finirà? 
Sì. Ci vorrà ancora un po’ di tempo, non saprei dire quanti mesi, probabilmente altri cinque o sei, ma è certo che finirà e tutti torneremo a vivere una vita normale. L’economia si riprenderà. È questo il nostro orizzonte.

La crisi riguarda tutti. La risposta dovrebbe essere comune. Come vede i ritardi accumulati nell’approvazione del Next Generation Ue e del Bilancio pluriennale comunitario? 
La mia impressione è che il ritardo riflette il fatto che i Paesi approvano questi strumenti, però poi per erogare i fondi servono altri passaggi, altre approvazioni. Il processo di bargaining (contrattazione) all’interno degli organismi comunitari è molto complicato per cui la tempistica su cui si contava in precedenza, cioè a dire a luglio, quando l’accordo sul programma è stato raggiunto al Consiglio europeo, non potrà essere mantenuto. 
Le regole saranno ancora più complicate dopo questa ripresa della pandemia che colpisce Paesi come Francia, Spagna e quelli dell’Europa dell’Est. Questi ultimi sono meno cooperativi dal punto di vista della coesione e della condivisione di progetti di sostegno e rilancio comuni degli Stati membri dell’Unione Europea. Hanno un potere decisionale esattamente come gli altri Paesi e sono disposti a farlo valere. La mia impressione è che il disegno e la spartizione dei fondi stanziati (750 miliardi di euro - ndr) con il Next Generation Ue fu decisa sulla base dei dati dell’epidemia registrati prima dell’estate. 
Oggi stiamo vivendo per così dire una seconda stagione della pandemia che fino a giugno aveva visto l’Italia come il Paese più colpito: adesso non necessariamente continuerà a esserlo, anche se, purtroppo, restiamo tra quelli che hanno pagato uno dei prezzi più alti alla crisi sanitaria. Ma ci sono anche altri Paesi che vengono colpiti altrettanto se non più duramente dalla crisi: la Francia, il Belgio, la Repubblica Ceca, l’Austria. È probabile, non certo, che debba farsi una ricontrattazione degli aiuti finanziari da elargirei una volta approvato il Next Generation Ue, previa presentazione e approvazione dei singoli Recovery Plan nazionali.

È auspicabile un’accelerazione nella procedura di approvazione del programma di aiuti? 
Sarebbe auspicabilissimo che ci si metta un punto ma è altrettanto auspicabile che gli Stati membri dell’Ue ritrovino un’altra fase di accordo perché l’ondata sta colpendo tutto il Continente. A livello mondiale, l’Europa ha ormai oltre un terzo delle persone contagiate e cresce anche il numero delle vittime. Stiamo parlando di 120mila casi al giorno, mentre gli Stati Uniti sono oltre i 90mila con una popolazione pari a quella del Vecchio Continente. 
Diciamo che la diffusione della pandemia in Europa è più acuta di quella statunitense. L’Europa dovrebbe riuscire a scavalcare gli Usa in termini di capacità di reazione e di predisposizione per il post-pandemia. È stato approvato, anche se non ancora definitivamente, il Recovery Fund ma probabilmente occorrerà rimeditare sulla base dell’esperienza che stiamo maturando in queste settimane e ricalibrare gli interventi da fare. Oltre all’intervento sulle economie, un altro sforzo deve abbracciare la cooperazione in campo sanitario, perché la crisi ha colpito e sta colpendo tutti i Paesi, sia pure con qualche differenza nell’intensità. Le dichiarazioni della presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen in questo senso sono molto positive e condivisibili.

Da quando è scoppiata la pandemia in Europa l’unica istituzione a intervenire tempestivamente ed efficacemente è stata la Bce, mentre le altre, pur avendo varato alcuni strumenti (il Sure, il Mes sanitario e il Next Generation Ue) faticano a renderli operativi. C’è lo stimolo monetario, ma servono anche i fondi per la ricostruzione delle economie danneggiate. 
Al momento lo stimolo monetario continuerà a essere quello di prima: immissione di liquidità, tassi bassi per rendere l’accesso al credito agevolmente conveniente. La Bce farà questo tipo di politica. Il punto non è sostenere la domanda dell’economia, perché non è una recessione standard. Oggi la ragione per cui le persone non consumano è perché esiste un elevato rischio di contrarre il virus. Se uno vuole far riprendere l’economia bisogna sgomberare le nostre economie dalla presenza del virus, quanto meno bisogna ridurre enormemente il rischio della malattia. C’è in questo caso l’impedimento a produrre, da un lato, e il disincentivo a spendere perché non lo vuoi contrarre, dall’altro. Tutto lo sforzo fiscale e organizzativo non va concentrato nel sostenere la domanda interna, come si fa nella maggior parte delle recessioni, ma si deve dedicare per contenere il rischio epidemico, perché quella che stiamo attraversando è una recessione particolare dal momento che il calo dei consumi supera il reddito disponibile.

Il tasso di inflazione è particolarmente basso: rischiamo di cadere in deflazione? 
È una situazione in cui non c’è domanda, l’offerta, invece, più o meno c’è. Non credo che corriamo il rischio di deflazione. Il vero costo che stiamo pagando è che non riusciamo a fare le normali attività con l’efficienza con cui normalmente le facciamo perché dobbiamo metterci al riparo dal virus.

Le speranze della ripresa si appuntano sulla scoperta di un vaccino o di una cura? 
Sì. Prima si scopre e meglio sarà. La mia sensazione è che, una volta che lo avremo scoperto, la ripresa dovrebbe essere rapida. Tanto più si prolunga questa situazione tanto più le imprese soffrono e alcune alla lunga chiuderanno sopprimendo anche i posti di lavoro che garantivano. Ci potrebbero essere degli strascichi che tendono a far perdurare la situazione di crisi e a prorogare la ripresa. 
Lo stesso vale per le famiglie che, al netto degli aiuti che ricevono e riceveranno dal Governo, dovranno dare fondo in molti casi ai loro risparmi. Quindi quando ci sarà la ripresa, le famiglie saranno caute nello spendere dovendo riaccumulare risparmio a scopo preventivo. Bisogna quindi ricostruire la fiducia, ma solo un vaccino o una cura certa e sicura potrà farlo.

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