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“La costellazione del dragone”: i cinesi d’Italia senza il filtro dei clichè

Sean White, al secolo Zhang Changxiao, svela i segreti delle Chinatown italiane per imparare a conoscere davvero chi sono e favorirne il dialogo e la cooperazione


09/03/2020

di Giambattista Pepi


Otto secoli fa Marco Polo, uno tra i più grandi viaggiatori di tutti i tempi, intraprese un grande viaggio alla scoperta del misterioso Catai, l’odierna Cina. Appena diciassettenne, con il padre Niccolò e lo zio paterno Matteo partì da Venezia, attraversò l’Asia lungo una via terrestre che molti anni dopo sarebbe passata alla storia come la Via della Seta e giunse in quel lontano e favoloso Paese. 
Quel giovane esile, ma dallo sguardo intelligente colpì subito il Gran Khan Kubilai, l’imperatore mongolo, erede del grande condottiero Gengis Khan, che aveva unificato le tribù mongole, conquistando la maggior parte dell’Asia centrale, della Cina, della Russia, della Persia, del Medio Oriente e di parte dell’Europa orientale, dando vita al più vasto impero terrestre della storia umana. Polo divenne consigliere e, in seguito ambasciatore del Gran Khan imparando a conoscere la lingua ed i costumi dei tartari. Godendo della sua fiducia, in quella veste, Polo avrebbe compiuto una serie di sensazionali viaggi dal 1271 al 1295 recandosi tra l’altro in Birmania, nello Yunnan, in Tibet ed in Birmania. 
Dopo un’assenza di 24 anni, tornò a Venezia. Caduto prigioniero dei genovesi dal 1296-1299 dettò le memorie dei suoi viaggi a Rustichello da Pisa (forse suo compagno di cella), che le scrisse in lingua franco-veneta e sarebbe nato così Il Milione
Sette secoli più tardi, nel Novecento, un altro uomo avrebbe compiuto un viaggio all’incontrario: dall’Oriente verso l’Occidente. Ma mentre Marco era andato in Oriente per tornare carico di merci, spezie e oro, quest’uomo guardava all’Europa con mestizia e speranza. Come ogni altro migrante, non aveva altra ambizione che trovare un lavoro per poter mantenere la propria famiglia e coltivava il sogno di poter tornare un giorno nel proprio Paese. Ma quell’uomo fu visto con sospetto e diffidenza, e venne osteggiato e perseguitato. 
Nonostante questo, non si arrese e continuò, testa bassa, a lavorare: creò un’azienda e un ristorante. Strinse contatti con altri connazionali, con commercianti e amici rimasti in Cina. Anche loro giunsero in Italia abbagliati dalla terra promessa, dalla speranza di una vita migliore, di un lavoro che permettesse loro di guadagnare e sostentare coloro che erano rimasti a casa ad aspettarlo. 
Un secolo dopo sono i millennial a venire nel nostro Paese spinti non più dal bisogno impellente di lavorare, per uscire dalla loro condizione di povertà che aveva mosso i loro genitori e i loro nonni, quanto dal desiderio di realizzare un sogno cullato nella loro immaginazione: studiare e poi lavorare nel Paese di Leonardo da Vinci, Giotto, Raffaello, Dante Alighieri. 
Nemmeno stavolta, però, l’impatto sarebbe stato semplice, ma, un poco alla volta, questi giovani nati nella seconda metà degli anni Novanta, hanno cominciato a conoscere il nostro Paese, a studiarlo, a entrare nella sua mentalità, nelle sue abitudini, nei suoi costumi, fino a quando non hanno finito per considerare l’Italia la loro nuova patria. 
Con La costellazione del dragone (Piemme, pagg. 183, euro 17,50), Sean White al secolo Zhang Changxiao alza il velo che nasconde ai nostri occhi le Chinatown d’Italia e, nel farlo, distrugge, uno per uno, i cliché e le falsità sui cinesi, e sulla Cina, così diffusi da noi. Qualche esempio? I cinesi non sono più, o non sono interamente, un popolo di lavoratori indefessi, che sopravvivono con un piatto di riso e dormono in otto nella stessa stanza. Non sono più, o forse non sono mai stati, un popolo che pensa soltanto ai soldi, capace unicamente di copiare le idee altrui. Non saranno mai persone tutte uguali, interscambiabili, fatte in serie. Sono cinesi sì, ma sono italiani, non parlano mandarino, ma il dialetto dello Zhejiang, la lingua della zona di maggior immigrazione. 
In questo libro l’autore (scrittore, critico musicale, presidente del Centro interscambio culturale Italia-Cina, fondatore del Chinaweek di Milano, ha pubblicato Creuza de Mao, il primo volume con il quale ha fatto conoscere in Cina la musica di Fabrizio De Andrè e gli è valso il soprannome di Marco Polo della musica italiana) ci prende per mano e ci conduce alla scoperta di un mondo che non conosciamo se non superficialmente, ma che è destinato a sorprenderci. 
“Un’avventura fantastica” la definisce Roberto Vecchioni in una delle due prefazioni al volume (l’altra è di Mogol) “quella di entrare nel cuore e nel cervello di centinaia di migliaia di essere umani che vivono, lavorano, si innamorano, educano i figli tra noi ogni giorno a Milano, Pisa, Roma, Bologna, Napoli. Ci spiega che gli ineguali tra i popoli fanno la forza, non la debolezza del mondo. Ci spiega che dietro gli stereotipi ci sono traduzioni malintese o, a volte, ragioni complesse e difficili da assorbire”. 
Quella che Changxiao ha tracciato nel libro, scrive nella premessa, “è la mappa per orientarsi nei loro valori, nei loro successi, nei loro affetti, nei dispiaceri e nei fallimenti, nei gusti personali e in quelli della loro generazione, nei loro pensieri, ragionamenti, afflati spirituali o nella loro mancanza. Nella loro identità. Nel modo in cui loro vedono voi e voi guardate loro. In una parola, nel futuro. Il loro e il vostro, che non possono più realizzarsi se non insieme”.

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