Share |

“La crisi libica? Carta bianca dell’Onu a Putin ed Erdogan con Italia e Ue fuori gioco”

E per quanto riguarda l’Iran, mentre a Tripoli ci si raffronta con un sofferto cessate il fuoco? Secondo Arduino Paniccia, analista di strategia militare e geopolitica, la morte del generale Suleimani è servita a eliminare un personaggio scomodo agli ayatollah. Fermo restando che Teheran farà di tutto per dotarsi del nucleare, con il beneplacito di turchi e sauditi


13/01/2020

di Giambattista Pepi


Arduino Paniccia

Assassini su commissione, diplomazia e bombe. Nel Golfo Persico e nel Medio oriente, regioni contese oggi come nell’antichità da potenze regionali e planetarie, si sta svolgendo un giallo condito da intrighi, complotti, colpi di scena, dove trovano spazio ipotesi non del tutto inverosimili, su assassini di personaggi potenti, ma scomodi, come quello del generale iraniano, Suleimani: la potenza grigia della Repubblica teocratica degli ayatollah. Per non parlare delle bombe mirate e delle rappresaglie concordate tra Usa e Iran. Con spettatori apparentemente disinteressati (Turchia e Arabia Saudita) ai maneggi di Teheran per dotarsi della bomba nucleare. 
E che dire, infine, delle diplomazie al lavoro per cercare un accordo Usa-Iran, che non scontenti il tattico Trump alla ricerca di voti per tornare a farsi eleggere, oltre che a rinsaldare il consenso del popolo iraniani verso i loro leader religiosi nonostante gli effetti negativi sull’economia causati dall’embargo americano? 
Di quanto sta accadendo in Iran, Iraq e Libia (alle prese con una prova tecnica di accordo a fronte di un sofferto cessate il fuoco) abbiamo parlato con Arduino Paniccia, analista di strategia militare e di geopolitica, nonché fondatore e presidente della Scuola di Guerra Economica e Competizione Internazionale di Venezia Asce. 
Ricordiamo che Paniccia è stato impegnato anche in molteplici missioni internazionali nelle aree coinvolte da conflitti come esperto in terrorismo, guerriglia e peace-keeping. Ha preso inoltre parte alle missioni di pace nell’area balcanica, in particolare nelle operazioni di aiuto umanitario nell'inverno 1993-94 nella città assediata di Sarajevo. E ancora: è stato componente della Task Force per la ricostruzione nei Balcani e presidente della Task Force per la ricostruzione in Libia. Ha infine operato, oltre che in Bosnia, anche in Albania, Croazia, Kosovo, Macedonia, Serbia e in numerose missioni in Afghanistan, Pakistan e nell'area del Golfo Persico. 

Quali scenari si possono ipotizzare adesso per il Golfo Persico e il Medio Oriente dopo l’uccisione del generale Suleimani da parte degli Usa e la rappresaglia di Teheran? Trump ha dichiarato di essere pronto a fare la pace, ma nello stesso tempo ha avvertito che tutte le opzioni sono sul tavolo comprese nuove sanzioni. 
Non credo che nell’immediato possano esserci svolte. Penso che succederanno cose intermedie. Innanzitutto sul territorio iracheno che mi sembra sia diventato il primo campo di battaglia, dove, come si è visto, potrebbero svolgersi le rappresaglie iraniane. Una cosa è certa: lo stato maggiore delle forze armate statunitensi non si farà trascinare in una terza guerra dopo quelle del passato combattute in Iraq e Afghanistan. Non credo proprio che appoggerebbe eventuali richieste del presidente di effettuare una ritorsione massiccia. In ogni caso, la reazione da parte di Teheran c’è stata e la risposta del presidente Trump è stata realista. Con tutto ciò questo non può impedire alcune cose. 

Quali? 
Per esempio invece che dell’Iraq il campo di battaglia possa diventare il Libano, e in caso di attacchi la reazione israeliana non si farebbe attendere e gli americani non la fermerebbero. E poi potrebbe esserci una reazione contro l’Iran stesso.

Può essere verosimile che l’uccisione di Sulaimani - indicato come successore di Ali Khamenei della guida suprema dell’Iran - sia servito a “eliminare” un uomo divenuto scomodo dentro e fuori dall’Iran? 
Lo stratega vero dell’Iran era Suleimani. Lui è stato l’artefice vero del rovesciamento sul campo della strategia americana che, ripeto, prosegue al di là delle differenziazioni tra le due amministrazioni americane. Dieci anni fa gli americani erano convinti, con l’ingresso in Afghanistan, con l’attacco in Iraq e le navi nel Golfo Persico, di eliminare il terrorismo e stabilizzare l’area. Suleimani era l’uomo che ha parlato con la Russia: i russi lo definiscono colui che ha convinto Putin ad entrare in guerra in Siria. Insomma è stato quello che ha “internazionalizzato” la guerra. E quindi ha creato l’asse sciita (l’Islam sciita è il principale ramo minoritario dell’Islam. Pur tuttavia esso rappresenta la maggioranza della popolazione in Iran, Iraq, Azerbaigian e Bahrein, mentre in Libano e in Yemen, è una forte e significativa minoranza, con quasi un terzo della popolazione - ndr) che va dal Golfo Persico al Mediterraneo. 
Suleimani è anche colui che ha riportato la guerra vicino Israele attraverso gli Hezbollah (Hezbollah o Ḥizb Allāh, ossia Partito di Dio, è un’organizzazione libanese, nata nel giugno del 1982 e divenuta successivamente anche un partito politico sciita del Libano. Ha sede in Libano ed il suo segretario generale è Hassan Nasrallah, succeduto ad Abbas Al-Musawi a causa della morte di quest’ultimo nel 1992 – ndr) e occupando un pezzo del Mediterraneo. 
Quindi Suleimani ha rovesciato la posizione americana, ridando un ruolo strategico all’Iran, che sembrava alle corde. E il non stratega Trump ha colpito uno stratega iraniano, Suleimani appunto. Il fatto che sia stato un missile iraniano, lanciato dai pasdaran, a colpire l’aereo ucraino ce la dice lunga sulle molteplici sfaccettature e lotte di potere all’interno del regime.

Questo stratega ucciso da Trump ha provocato un dolore così forte e, soprattutto, così sincero? Era un personaggio solo amato o anche scomodo? 
È difficile rispondere alla sua domanda. In realtà dovremmo capire cosa ne pensa Putin di questa domanda. In Siria la Russia ha inviato 63mila soldati, ha subito numerose perdite, un impegno economico enorme e non credo che Putin avesse voglia di farsi dare ordini da Suleimani. E forse neanche gli ayatollah avevano voglia di farsi imporre le linee strategiche da Suleimani. Quindi diciamo che questo resterà al momento un mistero. Non conosciamo il contenuto delle telefonate che ci sono state tra Trump e Putin. Né conosciamo di cosa hanno parlato gli emissari iraniani con quelli turchi. 
Insomma, la situazione non ci è chiara. È assodato, però, che questo generale fosse molto scomodo: che la sua strategia, pur vincente, stesse portando grandissimi problemi all’Iran è anche vero. E ad un certo punto Putin che pure stimava Soleimani era forse un po’ stufo di questo personaggio. Per conoscenza diretta, i russi non sono tipi che si fanno dare ordini dal capo degli Hezbollah o dal generale iraniano quando loro hanno messo uomini, mezzi e risorse. Non solo uno, dunque, ma più persone consideravano Suleimani un personaggio, come detto, scomodo: Erdogan, Putin, gli ayatollah. Ma è obbligatorio credere all’apparenza come se fosse la realtà.

Le grandi potenze sono rimaste alla finestra, o hanno fatto dichiarazioni di circostanza: penso alla Cina e alla Russia. L’Europa in questo momento non conta. Forse non è del tutto inverosimile, anche se non si può provare, che Soleimani fa meno danni da morto di quanto ne avrebbe continuato a fare da vivo. Trump insomma ha fatto un favore all’America, ma anche ai nemici esterni dell’Iran e probabilmente pure a quelli interni. 
Coloro che più attivamente hanno partecipato alla lotta con l’Isis, incredibilmente l’hanno pagato con la vita. Chi sono? I curdi e Suleimani. I prossimi potrebbero essere gli Hezbollah se si azzardassero ad andare a toccare Israele, e così avanti. Quindi si potrebbe pensare che è iniziato un regolamento dei conti post Isis. Noi, lo ripeto, non sappiamo quali accordi ci siano tra Putin, gli ayatollah, Erdogan e Trump. Dietro la morte di Suleimani potrebbero esserci loro. Una cosa è certa: noi italiani non c’entriamo per niente. Su questo, almeno, non si possono nutrire dubbi.

Paesi come Turchia, Israele e Arabia Saudita stanno assistendo allo scontro tra Usa e Iran con indifferenza o hanno motivo di preoccuparsi per l’annuncio fatto dalle autorità di Teheran della ripresa del processo di arricchimento dell’uranio, che porterebbe l’Iran, se non impedito, a detenere bombe nucleari, diventando quindi una minaccia per questi Stati minando gli attuali equilibri nell’area geografica di cui stiamo parlando? 
Il problema di fondo, la questione cruciale è proprio questa: il nucleare. In realtà, a parte Israele, che lo è già, tutti gli altri Stati che lei ha citato ambiscono a diventare delle potenze nucleari. Quindi penso che non appoggerebbero veramente l’adozione di restrizioni forti contro l’Iran perché sono consapevoli che Teheran tenterà - anche sotto traccia - di dotarsi di questa arma micidiale: la considerano una strada per avere anche loro la bomba nucleare negli arsenali. I sauditi sono da tempo alla ricerca del modo per dotarsene e la Turchia la vede come una delle possibilità fondamentalmente per diventare una media-grande potenza regionale. Assistono ma non disperati alla vicenda del nucleare iraniano. Sanno che è molto probabile che, alla fine, l’Iran possa raggiungere questo obiettivo e quindi per Paesi con regimi politici autoritari come la Turchia, l’Arabia Saudita e l’Iran, la bomba nucleare è la panacea, come ha dimostrato KimJong-un, il dittatore della Corea del Nord. Tutti questi paesi guardano a KimJong come ad un faro luminoso. E, dicono, se Saddam Hussein, l’ex rais dell’Iraq, avesse avuto la bomba nucleare gli americani non lo avrebbero attaccato, se l’avesse avuta anche Gheddafi, l’ex leader della Libia, gli Usa non lo avrebbero messo nel mirino. Turchia e Arabia Saudita quindi assistono, senza fare drammi, al tentativo iraniano di dotarsi della bomba nucleare.

Sottoscrivendo l’Iran Deal - voluto da Barack Obama - l’Iran s’era impegnata a sospendere il processo di arricchimento dell’uranio in cambio di un allentamento delle sanzioni. Poi nel 2018 Trump ha deciso di reintrodurle. Questo ha acuito le tensioni tra i due paesi. Come valuta il fatto che due amministrazioni politicamente diverse, una democratica, con Obama, e quella attuale, repubblicana, con Trump abbiano agito con una analoga strategia? 
Gli Stati Uniti nelle loro multiformi attività hanno, però, delle linee che, sia pure con modalità diverse, le amministrazioni portano avanti ugualmente, anche se cambia l’inquilino della Casa Bianca, come lei ha ricordato chiaramente. La verità è che il nemico numero uno degli Stati Uniti è l’Iran. Lo considerava tale Obama, lo vede adesso provocatoriamente Trump, ma la sostanza non cambia: gli Usa sono ostili all’Iran. 

È un’ostilità che risale agli anni Settanta con la caduta dello Shah di Persia, Reza Phalevi, e la rivoluzione khomeinista. Dopo quarant’anni i sentimenti sono gli stessi. 
Sì. Tutti gli americani, anche se i sondaggi parlano solo del 43%, sono convinti che Trump abbia fatto bene a fare ciò che ha fatto. Io ho lavorato nelle forze armate americane e ho potuto constatare che questo è l’atteggiamento nei confronti di Teheran. Gli Stati Uniti non vogliono che l’Iran entri a far parte del club nucleare, cioè degli Stati che possiedono ordigni nucleari perché ciò rappresenta una grave e permanente minaccia per la pace nel mondo. Soprattutto se il nucleare a scopi militari cadesse nelle mani di despoti e dittatori, come si è visto del resto negli ultimi anni con Kim Jong-un, il dittatore coreano, che ha fatto lanciare missili a testata nucleare nel Mar del Giappone allo scopo di dimostrare di essere in grado di usarle anche contro obiettivi militari e civili.

Alcuni autorevoli columnist dei quotidiani americani hanno scritto che Trump voleva un nuovo accordo con Teheran ma alle sue condizioni e, attraverso l’embargo, voleva dare una spallata alla repubblica khomeinista. Questo non è avvenuto. Inoltre l’Iran ha fatto la voce grossa minacciando i Paesi alleati degli Usa nel Golfo Persico e in Medio Oriente. Fin dove possono spingersi i due contendenti? 
Se c’è una corsa al nucleare iraniano, essa viene nel segno di una deterrenza e non di una offensiva. Questo ci dice la dottrina nucleare nell’epoca della guerra della distruzione assicurata di massa. Noi, però, dobbiamo capire che Trump non è un uomo di dottrina, e forse non è neanche un uomo di strategia di medio-lungo periodo. Trump è un tattico, è un operativo. E’ un uomo che usa degli stratagemmi, più che la strategia che fa una bella differenza. La sua azione è tendenzialmente tattica, lui sa - perché qualcuno glielo avrà sicuramente spiegato - che in base alla teoria della deterrenza nucleare l’Iran si fa la bomba per difendersi. Se lei oggi chiedesse perché vogliono dotarsi dell’arma nucleare, gli ayatollah (è un titolo di grado elevato che viene concesso agli esponenti più importanti del clero sciita, talvolta al più autorevole, e ai mujtahidin, la casta dei dotti musulmani. Un titolo che negli ultimi decenni ha assunto una connotazione politica che prima risultava attenuata - ndr) le risponderebbero così: siamo circondati da nemici armati di quest’arma. Non solo Israele, ma da tutti i Paesi più vicini: India, Pakistan, Russia e Cina. 
A questo punto è necessaria anche per noi a scopo di difesa e dissuasione. Ora Trump sta tentando di fare una cosa molto difficile, un’operazione in qualche modo che deve durare un po’ di tempo ed ha delle basi molto tattiche e non strategiche. Quindi Trump agisce dominato dal sensazionalismo, decide di andare sotto i riflettori per far vedere che, comunque, l’America colpisce quando vuole, una dimostrazione che, alla fine, l’Iran, nonostante le sue minacce, probabilmente, non reagirà eccessivamente, come si è visto. Trump tende a spostare avanti nel tempo come tutti i tattici i veri problemi strategici. Attualmente a Trump la disfida con l’Iran interessa dal punto di vista di stratagemma operativo, di teatro e tattico. 

Nell’occasione le chiedo anche un parere su quanto sta avvenendo in Libia: un Paese diviso tra il governo di al Sarraj e quello di Haftar e per di più in guerra. Cosa ne sarà di questo Paese? 
Anche qui ho la sensazione che la Libia sia il pagamento di accordi presi nel corso dell’ultimo biennio da Trump in maniera sotterranea con Putin nonostante il loro rapporto sia contrastato, per cui oggi la risoluzione del problema libico sul campo è dedicato a due potenze che hanno già sperimentato il “modello” Siria nel Mediterraneo orientale dirimendo una situazione paradossale e insostenibile. Ora gli americani ed i loro alleati (Gran Bretagna e Francia, e in qualche modo anche l’Italia, che è quello più coinvolto e che avrebbe forse più chance di mediare tra i due contendenti) hanno delegato la questione libica a due “attori”: il premier turco Erdogan e il presidente russo, Putin. Sono loro a dover tentare di risolvere il problema con un accordo generale. 
La proposta della tregua tra i due contendenti in Libia è stata respinta dal generale Haftar. Adesso Erdogan e Putin dovranno capire se la soluzione più adatta alla Libia è il “modello” siriano, con una parte della Libia, quelle che fa capo ad Al Sarraj protetto dai turchi e il resto del Paese nelle mani di Haftar. O se sia percorribile una opzione come quella della Bosnia Erzegovina: due territori confederati in un regime di tipo bosniaco. O altre soluzioni che possono venire in mente. 
Ma coloro che devono sperimentare sul campo per mandato internazionale celato (con l’approvazione informale dei cinque membri del consiglio di sicurezza dell’Onu: Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Cina e Russia) sono il russo Putin e il turco Erdogan, un signore il cui paese, la Turchia fa parte della Nato, ma chiede di aderire all’organizzazione di Shanghai; un signore che chiede gli F 35, ma ha comprato gli S 400 dalla Russia. Ha detto che era contro l’Isis, ma ha contribuito a stabilizzare l’area.

E l’Italia? 
Per essere dentro i giochi, la nostra priorità oggi non è avere un buon rapporto con Erdogan. È inutile perché la Turchia ci vede come un concorrente. È invece essere realmente capaci di trattare con la Russia e con gli Stati Uniti e incidere nel muro di gomma europeo.

Il nostro Paese quindi ha un ruolo subalterno e la sua presenza è irrilevante nonostante le dichiarazioni di Conte e di Di Maio? 
Siamo irrilevanti, così come lo è tutta l’Europa. Con l’eccezione di Gran Bretagna e Francia perché fanno parte del Consiglio di sicurezza dell’Onu e, come ho già detto, hanno dato una delega a Russia e Turchia per risolvere il problema libico.

Eppure c’è stato un tempo che l’Italia aveva ben altro ruolo in queste crisi. 
L’unica cosa che potremmo fare per rilanciarci e tornare ad avere una possibilità - anche se questo non piace ad una parte dell’opinione pubblica, soprattutto a certi ambienti della sinistra - è stringere forti rapporti con Trump e gli americani. Tutti gli altri tentativi non solo sono inutili, ma addirittura dannosi. Quindi cercare di stringere rapporti con i turchi sarebbe una strategia sbagliata e pericolosa: i turchi hanno paura soltanto di coloro che temono e stimano. Loro sono i turchi e noi siamo veneziani: abbiamo avuto un rapporto con i turchi durato oltre mille anni e dovremmo conoscerli bene per diffidarne. Abbiamo dato denaro alla Turchia per impedire che gli immigrati che giungevano alla loro frontiera non entrassero poi in Europa e non ha fatto niente. Noi possiamo fare solo una cosa: diventare i veri alleati degli americani all’interno della Nato e guardare alla Libia da un’altra angolazione.

L’Italia secondo lei deve tornare ad avere una politica filo-atlantica e filo-americana? 
Sì. Certamente.

(riproduzione riservata)