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“L’esperienza del cielo”: la racconta, intrigando e giocando a rimpiattino fra scienza e invenzioni, un astrofisico sperimentale

Si chiama Federico Nati, è romano e i dati che ha via via raccolto consentono di studiare le origini dell’universo, l’evoluzione del cosmo e la nascita delle stelle. Lui che, dopo prestigiosi incarichi all’estero, insegna e svolge attività di ricerca presso l’università Bicocca di Milano. Perché il suo futuro lo vede in Italia, assicura. Anche se è appena tornato in Antartide per…


13/11/2019

di Mauro Castelli


Sia chiaro: parlare con un “astrofisico sperimentale” potrebbe sembrare complicato, perché un uomo con la testa fra le… stelle, capace di progettare, costruire e mettere in funzione i più avanzati telescopi per misure di cosmologia, viaggia su una lunghezza d’onda distante anni luce da quella di un comune mortale. Invece chiacchierare con Federico Nati - lo abbiamo fatto mentre in Nuova Zelanda era in attesa dell’imbarco su un aereo speciale con destinazione Antartide - è stato piacevolmente facile. Grazie anche alla sua capacità di spiegare cose difficili in maniera semplice. 
Complice peraltro il suo libro d’esordio, L’esperienza del cielo (La nave di Teseo +, pagg. 202, euro 17,00), arrivato sugli scaffali quasi per caso. In quanto frutto di appunti sul suo quotidiano - durante i soggiorni in Cile e al Polo Sud - apprezzati dal popolo di Facebook e anche da Elisabetta Sgarbi, primadonna in campo editoriale, che lo aveva contattato via mail per proporgli di travasare su carta le sue intriganti esperienze. 
Detto e fatto. “Da qui un azzeccato esperimento letterario, con passaggi scientifici supportati da una storia divulgativa di viaggio e di formazione”. Insomma, un lavoro ben riuscito, tanto è vero che l’autore sta già pensando di concedersi un bis, anche attraverso questo suo nuovo soggiorno in Antartide, che “dovrebbe prolungarsi per un paio di mesi”. 
Per la cronaca Nati è romano (è nato sotto il Cupolone il 9 ottobre 1975) e nella Capitale ha frequentato il liceo scientifico, si è laureato in Fisica alla Sapienza (“Quando un 27 rappresentava una conquista”, ma lui era davvero bravo anche se si schernisce) con un dottorato in Astronomia al seguito. E appunto “con la mia Università, a 23 anni, avrei iniziato a collaborare al progetto Archeops (al quale lavorava un team internazionale guidato da un francese), il cui scopo era quello di far volare un telescopio agganciato a un pallone per acquisire nuovi dati. Un esperimento riuscito, con i citati pallone e telescopio partiti dalla Sicilia e atterrati in Spagna dopo un volo di 15 ore”. 
Nati, si diceva, un uomo curioso (“Altrimenti non farei questo mestiere, visto che spesso sono più interessanti le domande delle risposte”), caratterialmente determinato (“Nel mio lavoro bisogna avere la forza di sopportare le delusioni e i fallimenti, che sono all’ordine del giorno”), che per via dei tanti impegni ha dovuto dare una limatina ai suoi svaghi preferiti (“Mi piace suonare la chitarra, ferma restando la passione per il calcio, lo sci e la vela, sport sempre meno praticati”). Lui lettore onnivoro sin da giovane, quando preferiva testi di filosofia, per poi allargare i suoi orizzonti letterari (“Nelle mie trasferte in capo al mondo mi porto dietro libri in digitale, anche se preferisco quelli su carta”), a fronte di un debole dichiarato - ma è solo un citare - per Gabriel García Márquez, Italo Calvino e Dino Buzzati. 
Lui pronto ad assicurare che il suo futuro sarà in Italia, complice anche la compagna che viaggia sulla sua stessa lunghezza d’onda (“Si chiama Valentina ed è una biologa torinese che ho conosciuto a Filadelfia. Una ragazza che a sua volta aveva scelto di espatriare, lavorando prima a Londra e poi negli Stati Uniti). E così eccoli entrambi di casa Milano, trasferte operative di Federico a parte. Come quella che lo ha riportato in Antartide, nella mega-stazione americana nell’isola di McMurdo, caratterizzata da tre vulcani (“Uno dei quali sempre fumante”), che nella stagione estiva (l’attuale, “che vede il termometro appena sotto lo zero”) ospita “la bellezza di ottocento persone, quando le altre al massimo ne vedono in campo poche decine”. 
Ma come è approdato Nati ai vertici della ricerca sperimentale? Lavorando e dandosi da fare, ci mancherebbe, all’insegna dei sacrifici. Così eccolo raccontare delle sue prime esperienze americane, dopo aver lavorato diversi anni a Roma per la Sapienza: “Era il 2014 quando l’Università di Princeton mi affidò per sei mesi la gestione dell’Acatama Cosmology Telescope, posto a 5.200 metri sulle vette andine del Cile. Poi l’anno successivo, complici alcuni contatti con studiosi nordamericani dell’universo su larga scala (ricerche volte a capire come è nato e come cresciuto), mi sarei trasferito all’University of Pennsylvania di Philadelphia, pià nota come UPenn, dove avrei lavorato alla costruzione del Blast - e qui veniamo al dunque - un telescopio alto otto metri volto a osservare il cielo volando nella stratosfera attorno al polo Sud, appeso a un pallone della larghezza di un centinaio di metri. E questo telescopio avrei contribuito a disegnarlo e costruirlo; telescopio peraltro assemblato (come se dovesse volare) nella base Nasa del Texas, per poi essere rismontato e spedito in Antartide”. 
Logico quindi che i contenuti de L’esperienza del cielo - che l’autore aveva iniziato a scrivere durante la prima campagna antartica dell’esperimento Blast fra il novembre 2018 e il gennaio scorso, si rifanno a “eventi realmente accaduti” anche nei mesi o negli anni precedenti. “Che ho cercato di rispettare - tiene a precisare - tranne che nei rari casi in cui ho deciso di cambiare dei nomi o mi sono preso la libertà di ricollocare temporalmente alcuni episodi”. 
Al riguardo va detto che “non si tratta di un testo strettamente divulgativo”, semmai di una storia di piacevole lettura (e non è da poco), nata da una intrigante serie di esperienze legate alle ricerche nel campo dell’astrofisica e della cosmologia sperimentale. “Esperienze raccontate attraverso le vite di coloro che ne hanno fatto parte, senza beneficiare delle luci della ribalta. Che è poi il destino - ironizza, ma non più di tanto - della maggior parte di noi con in mano il cacciavite, il microscopio, il bisturi, una marea di cavi e gli strumenti che usiamo per esplorare, osservare, setacciare e, in generale, misurare il mondo”. 
Per poi aggiungere: “Siamo quelli che utilizzano la tecnologia per guardare il cielo, per prenderci cura della terra, per guarire le persone e non certo per scopi bellici. Siamo quelli che rinunciano a moltissimo per ottenere pochissimo. Eppure il nostro lavoro rappresenterà una tangibile eredità per le nuove generazioni nel segno della ricerca scientifica”. 
Un libro, quello di cui stiamo parlando, inizialmente supportato da una patina di pessimismo che attanaglia il lettore. A partire da quando Federico Nati - che nel suo scritto si racconta in prima persona - esprime dubbi sull’esito della ricerca che sta portando avanti insieme a un team internazionale di colleghi nella citata stazione di McMurdo. Complice il giorno costante, il fuso orario, la stanchezza del viaggio durato 72 ore e passa (con arrivo in aereo su una piattaforma ghiacciata galleggiante) che gli hanno compromesso il senso dell’orientamento temporale. Tanto da augurarsi: “Spero che anche la mia lucidità sia compromessa, cosicché la netta sensazione del fallimento imminente sia frutto di allucinazioni polari”. 
E via a tracciare la mappatura di dove si trova la base e a raccontare per filo e per segno di quel posto così freddo e ostile (con puntuali annotazioni storiche), ma anche ricordando che, nelle sue tante fissazioni infantili, quella di andare in Antartide non era mai stata in cima alla lista delle sue priorità, e forse nemmeno nella lista. 
Non bastasse, per mettere a proprio agio il lettore, eccolo spiegare quali sono i motivi che spingono gli astrofisici in questo deserto ricoperto di ghiaccio, “uno dei luoghi più aridi del pianeta”. In primis la possibilità per gli scienziati che vogliono studiare il cosmo di sfruttare le caratteristiche dei venti negli strati più esterni dell’atmosfera terrestre, lanciando palloni aerostatici che si liberano in aria sino a raggiungere facilmente la stratosfera. “Dove, immettendosi nel vortice antartico, percorrono una traiettoria quasi circolare, tanto che in un paio di settimane tornano nei pressi del punto di partenza”. Portandosi al seguito una miniera di informazioni che non mancheranno di intrigare e stuzzicare la curiosità del lettore. 
In realtà, quella di Nati e dei suoi compagni di avventura, si proponeva (e si propone) alla stregua di una “missione rischiosa e ambiziosa”: quella di spedire nella stratosfera, vale a dire a 40 chilometri d’altezza (“Da lì si osserva il cielo come se fossimo in cielo”), il citato telescopio, “dotato di un computer e di un software che lavora in maniera autonoma”. Lo scopo? Quello di studiare la nascita delle stelle e le origini del cosmo. Con gli scienziati alle prese con le difficoltà di un lavoro sperimentale, peraltro amplificate dall’ostilità dell’ambiente. Giocandosi in tal modo anni di lavoro e di carriera. 
E Federico Nati nel suo libro - intenso e appassionante come un romanzo d’avventura, nonché corredato da una serie di splendide fotografie - racconta una storia umana e professionale iniziata - come già anticipato - sulle vette dei vulcani nel deserto di Atacama, in Cile, per poi passare per i più avanzati laboratori degli Stati Uniti, sino ad arrivare ai lunghi mesi trascorsi nel bianco deserto antartico. 
Una vita in gioco, insomma, dove gli imprevisti si possono trasformare in esperienza. Dove “nuove scoperte portano a farsi nuove domande…”.

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