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“L’isolazionismo Usa offre all’Europa la chance di tornare protagonista internazionale”

Secondo lo storico e saggista Sergio Romano, la pandemia è l’effetto della globalizzazione ed è quindi ingiusto accusare la Cina di averla generata. Giuseppe Conte? Ha gestito bene l’emergenza, ma in politica estera non è stato incisivo. L’allargamento a Est dell’Ue? Un errore. E il modernismo di papa Francesco? Aumenta le divisioni nella Chiesa


26/10/2020

di Giambattista Pepi


Sergio Romano

La pandemia non deve sorprenderci: è l’effetto indesiderato ma inevitabile della globalizzazione che ha reso le comunicazioni dei popoli più rapide e intense del passato. Le accuse alla Cina di averla generata sono ingiuste e meschine. Conte è un uomo saggio: il suo Governo ha gestito bene l’emergenza, ma in politica estera è stato poco incisivo perché il Paese è troppo diviso. L’Europa ha fatto passi avanti con la mutualizzazione del debito, ma il processo di allargamento a Est si è rivelato un errore. Il modernismo di Papa Francesco fa bene alla Chiesa, ma accresce le divisioni nel clero. 
Queste, in sintesi, le opinioni di Sergio Romano, ex diplomatico, pubblicista, saggista e editorialista del Corriere della Sera sui principali temi di stretta attualità nell’intervista rilasciata al nostro giornale.

Che idea si è fatto della pandemia? Ci sono ancora lati oscuri che dovranno essere chiariti dalla Cina sulla sua genesi? 
Questo gioco delle accuse reciproche è meschino. Perché tutto si può dire della pandemia tranne che sia sorprendente: non lo è per nulla. È il risultato di un processo di globalizzazione che ha reso le comunicazioni dei popoli molto più rapide e intense di quanto non lo fossero in passato. Lo sappiamo: se nell’antichità e in epoche a noi più vicine ci si ammalava viaggiando da una città all’altra, da una regione all’altra della Terra, è impossibile immaginare che questo non sia ancora più facile oggi che le vie di comunicazione terrestre, marittime e ferroviarie collegano tutto il mondo da un emisfero all’altro. La globalizzazione si è portata dietro la pandemia e, credo, che non dobbiamo lamentarcene più di tanto, perché la globalizzazione ha fatto bene alla maggior parte dei popoli. La pandemia è inevitabilmente quello che avremmo avuto prima o poi. Accusare la Cina di averla provocata è profondamente ingiusto.

Tra lo scetticismo e l’incredulità, i Paesi si sono mossi in ordine sparso. Alcuni hanno adottato misure molto rigorose, altri meno: come, ad esempio, gli Stati Uniti, il Brasile, la Svezia e, almeno in un primo tempo, il Regno Unito. A cos’è dovuta la risposta non univoca dei Paesi alla crisi sanitaria? 
Credo che questo fosse per certi aspetti inevitabile. Non siamo un mondo unificato ma una costellazione di democrazie per lo più, dove esistono classi dirigenti che competono per il potere ed è inevitabile che decisioni importanti destinate ad influire sul benessere quotidiano si traducano poi in una contesa elettorale per la conquista del potere. Per fortuna ci siamo accorti che questa battaglia politica per ottenere il voto è decisiva perché, se si prendono cattive decisioni, se ne pagherà il prezzo. Siccome le elezioni si svolgono in momenti diversi è inevitabile che qualche Governo sperasse di conquistare voti prendendo decisioni meno impopolari di quelli che avrebbe dovuto prendere. Sono gli effetti della democrazia. Così come la pandemia è l’effetto della globalizzazione, così le politiche sanitarie adottate in questa circostanza sono le conseguenze della democrazia.  

In generale, pensa che sia stato fatto il possibile per fronteggiare gli effetti della pandemia? 
Si poteva certamente essere molto più consapevoli dell’importanza di adottare misure severe. Devo dire che i grandi cambiamenti sono sempre stati delle sorprese per chi doveva gestirli: se accadessero periodicamente, allora avremmo più esperienza. Anche questo era inevitabile, perché le epidemie sono somiglianti e comparabili, sia pure con diverse caratteristiche, ma si sta facendo esperienza che servirà speriamo in futuro. 

L’Occidente è ancora preda della pandemia, mentre l’Oriente, a parte i casi di India e Malesia, è uscito dall’emergenza. Com’è stato possibile? Cosa ha fatto la differenza tra loro e noi? 
Anzitutto ci sono molte cose che non sappiamo. Gli organismi umani possono anche reagire diversamente a questi fenomeni: le persone sono diverse, nascono in Paesi con condizioni climatiche diverse, e anche le abitudini quotidiane possono avere conseguenze sulla propagazione di un’epidemia. L’Oriente è stato colpito per primo e se l’è cavato per primo. E’ evidente che oggi la Cina sta meglio di noi, è uscita dall’emergenza, ma all’inizio stava peggio.

La Cina non è una democrazia, ma un regime illiberale e ha potuto adottare misure drastiche che in una democrazia ben difficilmente sarebbero state consentite e tollerate. 
Sì, naturalmente, i regimi autoritari sono sempre più pronti ad assumere posizioni che nei Paesi democratici sarebbero impopolari. Anche la Cina tuttavia ha dovuto stare molto attenta a non prendere certe decisioni.

Parlamento, Commissione e Consiglio europei, ma anche la Bce, hanno fatto quello che andava fatto, o dovevano fare altro nell’affrontare la pandemia? 
In Europa ci sono democrazie. Nelle democrazie si va al potere quando si viene eletti dai cittadini. Per essere votati dai cittadini bisogna qualche volta compiacerli oppure non indispettirli. Già questo basta perché certi Paesi siano arrivati un po’ più tardi, avevano un calendario elettorale diverso da quello di altri. Anche lì siamo alle solite: dovevamo o superare uno scoglio elettorale per essere più liberi e autonomi o si è commesso un errore perché ogni epidemia è un’esperienza nuova e diversa dalle precedenti.

A luglio è stato raggiunto un compromesso faticoso sul programma Next Generation Eu. Nel 2021 potranno essere emesse obbligazioni garantite dal Bilancio dell’UE. E’ la prima risposta unitaria a una crisi simmetrica che ha colpito indistintamente tutti gli Stati membri. Come la valuta? 
Credo che occorrerà pur dirlo: la pandemia ha avuto se non altro il merito di rendere l’Europa un po’ più europea e ha rafforzato il sentimento di solidarietà: tutti insieme abbiamo maggiori possibilità di superare questa fase. Ricordo che, per la prima volta, noi europei abbiamo mutualizzato il debito perché, emettendo obbligazioni su scala multinazionale, tutti gli Stati sono responsabili del denaro così raccolto e poi prestato a chi lo richiede. 
Quindi abbiamo fatto e faremo quello che, per molto tempo, non volevamo assolutamente fare. O, piuttosto, alcuni paesi volevano farlo, ma molti altri si opponevano. Ora si è fatto un passo avanti: e le obbligazioni che saranno emesse penso che saranno bene accolte dai mercati. I mercati stanno reagendo bene già adesso ai bond europei soprattutto ai nostri BTP grazie anche all’intervento della Bce e lo saranno penso ancora di più quando saranno garantiti non dai singoli Stati ma dal bilancio comunitario.

Persistono, però, ancora divisioni tra gli Stati membri: non soltanto sul programma Next Generation Ue che deve ancora essere approvato in via definitiva. L’Europa non ha un Esecutivo autonomo, né un bilancio comune, né una politica estera comune, né identici Testi unici in materia tributaria, fiscale e così via. Manca ancora lo schema unico di garanzia dei depositi per completare l’Unione bancaria. Più che un’Europa sembriamo più Europe messe assieme. Pur non di meno il progetto di Adenauer, Shuman, Monnet, De Gasperi, Spinelli va avanti… 
Noi siamo vittime dei nostri successi. L’Europa con sei membri (Francia, Germania Ovest, Italia, Belgio, Olanda e Lussemburgo - ndr) era molto più omogenea, e continuò a esserlo anche dopo. Il tasso di omogeneità quando con i Trattati di Roma del 1959 si diede vita alla Comunità economica europea era elevato poiché riuniva (eccetto il Regno Unito che sarebbe entrato a farne parte il 1° gennaio 1973 assieme a Danimarca e Irlanda) i Paesi che avevano partecipato alla Seconda guerra mondiale e che, vincitori o sconfitti, erano usciti debilitati dal conflitto. Poi il grande successo del Mercato comune sotto il profilo strettamente economico ha creato ambizioni in Paesi che avevano fatto esperienze politiche diverse come il Regno Unito e che dovevano in qualche modo entrare in questo nuovo organismo per non perdere occasioni. 
Il fatto è che ci entrarono con una mentalità che era ancora extra-europea, addirittura nel caso della Gran Bretagna con la speranza di trasformare l’Ue in una sorta di Commonwealth delle nazioni (l’organismo su base volontaria che riunisce i 54 Stati che un tempo facevano parte dell’Impero britannico - ndr) che sarebbe sopravvissuto a lungo e che la rendeva quindi diversa dagli altri Paesi europei. 
Noi e gli altri Paesi fondatori abbiamo aperto le porte non solo agli inglesi, ma anche a quei Paesi neutrali che avevano avuto una formazione politica e culturale diversa. Infine abbiamo aperto l’Ue, e questo forse è stato il passo più rischioso, agli Stati dell’Europa orientale, gli ex Paesi comunisti satelliti dell’Unione Sovietica.

Dovevamo farlo? In fondo aumentare il numero degli Stati membri serviva a rafforzare le Istituzioni comunitarie e a rendere ancora più stabile e prospera l’Europa. 
Forse sì, forse no, ma i nuovi membri sono entrati in una situazione politica internazionale diversa da quella che si aveva quando nacque la Cee. Per Paesi come la Repubblica Ceca o la Polonia la Nato paradossalmente era ed è molto più importante dell’Unione Europea. Quindi mettere insieme esperienze e ambizioni diverse ha complicato la vita dell’Europa. Parte dell’allargamento è stato un errore.

Finita la stagione della contrapposizione e del sovranismo, l’Italia sembra tornare al ruolo storico di Paese federatore: l’attuale Governo si è battuto per fare comprendere agli Stati membri più riluttanti (l’Olanda, la Finlandia, l’Austria) la necessità di una risposta organica e unitaria alla crisi della pandemia. Gli si può riconoscere di avere avuto qualche merito? 
Secondo me il merito maggiore l’ha avuto la Francia. Il presidente francese Emmanuel Macron ha avuto delle intuizioni europee molto importanti quando noi eravamo ancora condizionati dai partiti sovranisti. Adesso siamo meno condizionati dai sovranisti, facciamo una politica che non è diversa da quella della Francia. Sono almeno quattro i Paesi in Europa che hanno una politica europea rispettabile: Italia, Francia, Spagna e Germania. 
Semmai è la Germania che ora ci potrebbe far preoccupare, perché sta attraversando una fase in cui è attratta anche da altre politiche non soltanto da quella adenauriana (da Konrad Adenaur Cancelliere della Germania occidentale dal 1949 al 1963, leader dell’Unione Cristiano Democratica dal 1950 al 1966 e uno dei “padri” fondatori della Comunità Europea - ndr). È pur sempre un Paese fondamentale per l’Unione Europea ed è quello che si porta sulle spalle la “missione” europea.

Dal superamento dell’emergenza sanitaria alla ripresa economica fino alla capacità di progettare il futuro: questo Governo è stato e sarà all’altezza delle sfide che l’attendono? 
Credo che il Governo ha avuto dei meriti, non c’è dubbio: Conte è un uomo saggio, serio, misurato. Ci sono ancora tracce di sovranismo nella sua maggioranza che non sono state ancora eliminate e il Paese continua a essere politicamente incapace di creare quel tasso di unità nazionale che poi incide sull’efficacia della sua politica estera.

Lei ha pubblicato, con suo figlio Beda, un libro intitolato La Chiesa contro. Dall’eutanasia alla sessualità, tutti i no all’Europa moderna. Eppure con Papa Francesco molte cose stanno cambiando nella Chiesa cattolica. Da ultimo è stata dirompente la sua dichiarazione sugli omosessuali e sulle Unioni civili. È l’inizio o la prosecuzione di un processo di modernizzazione in una società sempre più secolarizzata e agnostica? 
Mi sembra di sì. Non da ieri, però, questo Papa aveva dato segnali in questo senso. Penso si ricorderà quando in viaggio su un aereo durante uno dei suoi viaggi apostolici rispondendo alla domanda di un giornalista proprio sugli omosessuali rispose: “chi sono io per giudicare?”. Sapevamo che questo Papa avrebbe avviato un processo che è per molti aspetti diverso da quello che io e Beda abbiamo cercato di descrivere nel nostro libro. 
Il libro fu scritto in un momento in cui la Chiesa era ancora ferma su posizioni tradizionali. Questo Papa sta perseguendo una politica che, in altri tempi, si sarebbe chiamata modernista, ma il modernismo suscita ancora all’interno della Chiesa cattolica molte reazioni negative. Non dimentichi che la Chiesa ha attraversato momenti difficili. In una situazione in cui era molto più conservatrice di oggi, dal Concilio Vaticano II (voluto e aperto da Papa Giovanni XXIII l’11 ottobre 1962 e chiuso da Papa Paolo VI, l’8 dicembre 1965, fu il più importante concilio ecumenico della Chiesa cattolica dopo quello di Trento che si svolse dal 1545 al 1563 con molte interruzioni - ndr) uscì il vescovo francese Marcel Lefebvre, uno tra i più influenti cattolici tradizionalisti che si oppose alle riforme apportate dal Concilio e, in particolar modo, alla soppressione della messa tridentina, alla dottrina della collegialità episcopale, all’ecumenismo, e alla dottrina della libertà religiosa (fu prima sospeso a divinis nel 1976 e scomunicato da Papa Giovanni Paolo II il 30 giugno 1988 - ndr) che poi creò una Chiesa parallela (la Fraternità Sacerdotale San Pio X - ndr). 
I lefebvriani non sono numericamente consistenti, ma costituiscono una spina nel fianco della Chiesa Cattolica Romana. Adesso sono ancora su posizioni conservatrici per cui non vogliono ritornare nel “grembo” della Chiesa. Il problema è di altri prelati e vescovi che non stanno “digerendo” facilmente la nuova politica di Papa Francesco.

Il caso dell’ex cardinale Giovanni Angelo Becciu, indagato per peculato per un presunto uso illecito di fondi della Chiesa, è l’ultimo scandalo in ordine di tempo che scuote la Curia romana. C’è una questione morale nella Chiesa? 
Non saprei. Non sono portato a esagerare in queste cose. Vede, nella Chiesa circola molto denaro, e dato che c’è denaro, ci sono anche le tentazioni. Avevamo capito da certi comportamenti di Papa Benedetto XVI, per esempio le sue dimissioni, che all’interno della Chiesa stavano accadendo cose che preoccupavano molto le personalità più eminenti. Detto questo, io sono un laico, vedo le cose che accadono nella Chiesa dall’esterno, ma non sarei pessimista. Credo che c’è consapevolezza dei rischi che la Chiesa sta correndo. Ogni qual volta ne parlano all’interno della Chiesa, ammettono e riconoscono che esiste un problema, penso che sia qualcosa di positivo.

Le elezioni americane del 3 novembre evidentemente non interessano solo i cittadini americani ma tutto il mondo. Non le chiedo un pronostico sul vincitore, piuttosto cosa resta del sogno americano? Cosa sono diventati gli Stati uniti oggi? Divisioni, razzismo, violenza, molti più poveri e disoccupati, la messa in discussione di istituzioni create e garantite per decenni: la Nato e le Nazioni Unite. Una politica estera aggressiva: contro la Cina, ma anche contro la vecchia Europa. 
Quando fu eletto presidente Donald Trump, a giudicare dal modo in cui veniva accolto in certi ambienti della società americana, dissi: c’è odore di “guerra civile”. E credo che non avessi sbagliato, i segnali ci sono stati e ci sono. Per carità, faccio molta fatica ad immaginare un Paese che ripiomba nella “guerra civile” che gli Stati Uniti conobbero nell’Ottocento, però c’è un tono di “guerra civile” perché c’è una fortissima tensione. Trump ha creato delle forze di opposizione che non vedevamo da diversi anni, però stupido non è di certo: se dice e fa certe cose, se adopera un certo linguaggio e assume certi atteggiamenti, è perché su questo è riuscito a costruire una popolarità. Adesso vedremo se questa popolarità si traduce in voti, ma certamente ne avrà parecchi. 
Detto questo non soltanto il Paese sta attraversando questa fase controversa,  ma sta anche soffrendo della fine della cosiddetta “guerra fredda” (la contrapposizione politica, ideologica e militare che venne a crearsi intorno al 1947, tra le due potenze principali emerse vincitrici dalla Seconda guerra mondiale: gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica - ndr) perché la popolarità americana nel mondo, l’interesse degli Stati Uniti, il desiderio di avere degli Stati amici dalla propria parte era anche condizionato da un fenomeno che ha occupato grande parte del secolo scorso: il pericolo bolscevico. 
L’America ha costruito la sua popolarità, la sua affidabilità, e la sua autorevolezza sul pericolo bolscevico. Adesso il pericolo bolscevico non c’è più, l’Unione Sovietica è scomparsa. La domanda allora è: abbiamo ancora bisogno degli Stati Uniti? Io spererei che questo fenomeno rendesse l’Europa un po’ più ambiziosa, per se stessa naturalmente, per il ruolo che può e deve avere nel mondo. 
Gli Stati Uniti non sono più così indispensabili: indispensabili era una parola che usava la signora Albright (Madeleine Korbel Albright, nata a Praga, è una politica e diplomatica statunitense di origine cecoslovacca: fu Segretario di Stato degli Stati Uniti durante il secondo mandato presidenziale di Bill Clinton dal 1997 al 2001, prima donna a ricoprire questa carica - ndr) e la cosa buffa è che l’usava in un momento in cui l’indispensabilità diventava sempre meno evidente. C’è, dunque, una chance per l’Europa. Trump stesso proclama l’isolamento americano quando dice America First. Allora se si occupa solo dell’America, non può avere più delle aspirazioni imperiali… Non può essere titolare di una “missione” che va al di là del benessere dei suoi connazionali.

Non mi è sembrato che Trump si volesse occupare solo degli affari del suo Paese perché ha messo le mani sul Medio Oriente, ha fatto uccidere all’inizio dell’anno il generale Qassam Suleimani, l’uomo più potente dell’Iran, un avvertimento contro un Paese che vuole a tutti i costi dotarsi di ordigni nucleari, ha incontrato Kim Jong Un, il dittatore del Corea del Nord, mantenendone l’embargo, ha fatto dichiarazioni sulla guerra civile in Libia. Non sembra che voglia isolare del tutto gli Stati Uniti dal contesto internazionale. 
Trump non vuole isolare gli Stati Uniti, ma la sua prospettiva è sempre nazionale. Parole come Onu, Società internazionale gli suonano strane perché non corrispondono alla sua visione del mondo. Il Paese ha una presenza mondiale accumulata nel corso degli anni della “guerra fredda”: non può esserci un presidente statunitense che volta le spalle al mondo. E’ costretto ad intervenire in tutte le vicende che, bene o male, coinvolgono gli interessi americani. Ma quando lei ha delle ambizioni multinazionali e quando è internazionalista, deve pesare tutto con altre prospettive. Deve accettare il principio che le responsabilità comportano anche obblighi e doveri. Insomma questa non è la mentalità di Trump. Per lui le Nazioni Unite sarebbe meglio che non esistessero. 
Di fatto è un isolazionista, ma l’isolazionismo non appartiene a lui, ma alla storia degli Stati Uniti. E non c’è stato presidente in momenti cruciali che non abbia dovuto in qualche modo cercare di persuadere l’intero Paese perché c’era sempre un pezzo di Paese che non avrebbe fatto né la Prima, né la Seconda guerra mondiale, che non avrebbe sottoscritto tutti i trattati che l’America ha sottoscritto. E allora tanto meglio per l’Europa se gli Stati Uniti si ritirano dalla scena del mondo.

Chissà come saranno gli Stati Uniti con la presidenza di Biden? Torneranno a essere ciò che furono in passato, o il trumpismo ha lasciato il segno? 
Non c’è dubbio che c’è ancora un internazionalismo alla Wilson (Woodrow Wilson fu il presidente degli Stati Uniti che decise di intervenire nella Prima guerra mondiale, partecipò alla Conferenza di Pace di Parigi e determinò l’ascesa degli Usa a ruolo di potenza egemonica mondiale - ndr) e c’è uno strato di classe dirigente a Washington che non ama Trump proprio perché vuole che l’America sia quella di Wilson, Roosevelt, Truman, Kennedy, e questa America c’è e finché continuerà ad esistere, la sentiremo parlare e avrà un’influenza nelle cose che accadono. Ma il presidente degli Stati Uniti in questo particolare momento anche se sarà Joe Biden a essere eletto non potrà completamente ignorare che c’è un’America isolazionista. 

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