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“La ragazza senza nome”: l’ultimo saluto in libreria per la rimpianta Elda Lanza e il suo affascinante Max Gilardi

Una gratificante eredità che ha il sapore amaro dell’addio da parte della prima signora della nostra televisione. Una donna fuori dal comune, femminista ante litteram, che ha dato di tutto e di più in campi allargati. Proponendosi fra l’altro scrittrice di livello. Sempre all’insegna di una innata leggerezza…


06/07/2020

di Mauro Castelli


Elda Lanza non c’è più dall’autunno scorso. Se n’era andata, come molti ricorderanno, nella sua Castelnuovo Scrivia - dov’era andata ad abitare a un certo punto della vita - il 10 novembre 2019. Se n’era andata lasciando però un regalo ai suoi affezionati lettori, ovvero l’ultimo caso (l’undicesimo, se non andiamo errati) legato alle indagini dell’affascinante avvocato Max Gilardi, protagonista di una serie che ha venduto oltre 150mila copie. Titolo del libro La ragazza senza nome (Salani, pagg. 224, euro 16,90), un lavoro ancora una volta giocato sulle atmosfere, sull’arguzia e su una sottile vena di ironia. Quella stessa che le era congeniale anche nella vita, e che non l’aveva certo abbandonata con l’avanzare degli anni. 
La ragazza senza nome, dicevamo, un lavoro condotto con mano sapiente a fronte di una storia gialla capace di ammaliare. Una storia ricca di atmosfere fascinose e di personaggi segnati da un destino tanto crudele quanto imprevedibile. Il tutto a fronte di una piacevolissima lettura. 
Cosa succede è presto detto. Nella roggia di Sanpietro (roggia per modo di dire, semmai soltanto un fosso profondo zeppo di rifiuti di ogni genere) viene trovato un cadavere. Quello di una bellissima e giovane donna. A indagare viene chiamato l’ispettore Roberto Scalzi, della squadra investigativa di Napoli, il quale si rende subito conto che scoprire l’identità della ragazza non sarà semplice. L’esame autoptico accerta che si tratta di una giovane tra i quindici e i vent’anni, deceduta probabilmente per una crisi cardiaca la notte precedente al ritrovamento. Curiosamente, e chissà perché, qualcuno le aveva poi sparato quando era già morta. 
Insomma, un bel mistero. Almeno sino a quando, presso lo studio dell’avvocato Max Gilardi, si presenta Beatrice Longoni, vedova quarantenne con una figlia di sedici. Era stata infatti lei l’ultima persona ad averla vista viva. Era stata lei che l’aveva accolta nella sua casa “durante una notte buia e agitata”. Ma prima di scomparire, inghiottita dall’oscurità, la ragazza le aveva rivelato la sua storia. Tuttavia quella storia Beatrice non aveva fatto in tempo a raccontarla a Max Gilardi, perché proprio quando stava per farlo un’esplosione l’aveva messa a tacere per sempre, coinvolgendo anche Laura Licasi, la socia di Max. 
Secondo logica narrativa, mentre la scia di sangue si allunga inarrestabile, il nostro avvocato si troverà costretto a scendere in campo per indagare su quella misteriosa catena di omicidi in cui niente è quello che sembra e il vero e il falso si intrecciano senza soluzione di continuità. Ma sbrogliare l’intricata matassa risulterà tutt’altro che facile. 
Che dire: una chicca d’addio che lascia il segno, giocata su una studiata semplicità, uno stile elegante, ma anche su una raffinata malizia narrativa. Un lavoro peraltro descritto alla stregua di una favola: C’era una volta una ragazza senza nome… Anche se un nome alla fine l’avrà, ci mancherebbe. 
Detto questo torniamo a Elda Lanza. La ricordo, la prima volta che l’ho intervistata telefonicamente, che aveva già superato i novant’anni (era infatti nata sotto la Madonnina Milano il 5 ottobre 1924). “Beccandola” mentre posteggiava l’auto di ritorno da Milano. Perché guidava ancora lei, forte di quel piglio giovanile che la contraddistingueva e che non mancava di conquistare l’interlocutore. E allora perché non riprendere, a mo’ di omaggio, quanto ci aveva detto in quella occasione? State a sentire. 
Una forza della natura, secondo chi la conosce bene; una capacità fuori dal comune di interpretare il mondo che ci circonda; una garbata ironia, quella stessa che l’ha accompagnata nel tempo; la freschezza narrativa di una ragazzina; la capacità di intrigare senza darlo a vedere; il complesso della bambina diversa a tenere banco (“Non solo ero protestante, ma in pratica non ho mai avuto il piacere di vivere con entrambi i miei genitori. E a scuola questo pesava”); l’eleganza di chi se la può permettere, frutto di una vita segnata dalle luci della ribalta. Lei che ha frequentato collegi al top come quello delle Dames des Anglais di Ginevra o il Reale Collegio delle Fanciulle di Milano, per poi iscriversi come esterna alla facoltà di Filosofia dell’Università Cattolica del capoluogo lombardo, dove si “davano gli esami in piedi e a ridosso dei muri, per via delle bombe. Ma finii per lasciare dopo due anni - io che ero brava in italiano, oltre che bravissima in matematica e fisica - anche perché mamma continuava a ripetermi che a laurearsi in Filosofia erano soltanto le ragazze brutte con gli occhiali… Così sarei approdata alla facoltà di Sociologia della Sorbona di Parigi, allieva di un certo Jean-Paul Sartre”. 
Stiamo parlando di Elda Lanza, giornalista, scrittrice, esperta di comunicazione nonché docente di storia del costume, ancora oggi disposta a calcare le scene televisive in qualità di gradita intrattenitrice: intrigando con la battuta pronta, segnando punti all’insegna del sorriso e del mestiere, in altre parole tenendo la scena come pochi altri. La qual cosa potrebbe non stupire se non fosse per il fatto che questa signora dallo spirito arguto, il prossimo 5 ottobre, compirà la bellezza di 92 anni: è infatti nata nel 1924, figlia della migliore borghesia milanese (“Mio padre suonava, dipingeva, viaggiava e parlava quattro lingue; mia madre, di mezza nobiltà siciliana, era invece un’aristocratica repressa, intelligente ma non colta - si era coltivata da sola -, che teneva molto alle regole. Insomma, eravamo agli opposti”). 
Una numero uno, Elda, che in gioventù aveva lavorato per due anni presso una gioielleria di via Monte Napoleone a Milano. In quanto “volevo l’indipendenza economica e per questo avevo risposto a una inserzione. Così, arrivata lì per il colloquio, quando vidi un responsabile salutare in francese un cliente, mi rivolsi a lui in questa lingua, che peraltro conoscevo bene. Subito assunta e finendo in breve per essere scambiata per una sorella dei due titolari, i fratelli Vassallo…”. 
Quindi si sarebbe messa a scrivere novelle, sceneggiati e a tenere una rubrica di arredamento su un settimanale; lei che ha sempre “saputo ascoltare per poter imparare”; lei che era stata scelta come primo volto, insieme a quello di Fulvia Colombo, della televisione italiana: “Venni ingaggiata dopo 14 provini, anche se non ero una gran bellezza. In compenso ero spigliata e sapevo parlare. La qual cosa mi avrebbe portato a presentare Per lei signora con la regia di Franco Enriquez. Affrontando variegati temi, come quelli della moda, della cucina, della politica e anche del teatro, in abbinata ad attori che sarebbero diventati famosi”. Fermo restando che le sue trasmissioni (“Quando dopo cinque anni rimasi incinta di mio figlio Massimo dovetti infatti lasciare”) influirono, eccome, sulle abitudini degli italiani. 
In seguito, tornata davanti alle telecamere (“La notorietà vera era comunque legata ai programmi serali, visto che i giornalisti di allora snobbavano le trasmissioni pomeridiane. Ma a me andava bene così”) non si sarebbe più fermata. Sin quando “decisi di fare una pubblicità per i Pavesini. Il mega-direttore mi mandò a chiamare e mi disse che non potevo. E io gli ribattei che me ne sarei andata, visto che con sei Caroselli avrei guadagnato più di quello che la Rai mi avrebbe pagato in dieci anni. Ci lasciammo comunque bene, tanto è vero che venni richiamata per rimpiazzare il presentatore di una trasmissione per ragazzi che aveva dato forfait all’ultimo momento. Accettai e andai in onda a braccio. Risultato? Un successo, tanto che mi affidarono il programma Avventure in libreria, trasmissione che avrei guidato per cinque o sei anni. E in totale sarebbe state 24 le primavere trascorse in Rai”. 
Che altro di Elda? Che avrebbe dovuto chiamarsi Hildegarde come la bisnonna austriaca se non fosse stato per le leggi fasciste che non accettavano nomi stranieri; la militanza femminista (“Non andavo in piazza, ma nelle fabbriche. Stupendomi della mia abissale distanza con quelle donne, che ritenevano normale che gli uomini guadagnassero più di loro”); l’abbraccio con la politica tanto da candidarsi, nell’ambito della corsa per la poltrona a sindaco di Milano, nelle fila del Partito Socialista con Carlo Tognoli, per il quale si dava da fare nell’ufficio stampa (“Ricevetti oltre duemila voti, non sufficienti per entrare in aula. Carlo tuttavia voleva trovare l’inghippo, ma io rifiutai. E benché allora in Tv comandassero i democristiani, pur votando sempre a sinistra, non ebbi mai noie per le mie scelte”). 
Tutto questo senza trascurare le sue frequentazioni importanti (ad esempio Giorgio Gaber provava le sue canzoni nel salotto della futura signora in giallo; Dario Fo le raccontava del suo teatro; Walter Chiari la faceva divertire con le sue gag), ma anche il piacere della lettura: “Ho avuto la fortuna di crescere in una casa piena di libri importanti, complice mio nonno Alfeno Varos, tanto è vero che imparai a leggere, a tre anni e mezzo, sulla Divina Commedia. E ancora oggi i classici mi attirano. Mentre, sino ad alcuni anni fa, di gialli non ne avevo letto nemmeno uno, in quanto in casa venivano considerati di Serie B”. 
E ancora: una numero uno che, sorprendentemente, ha sempre vissuto con lo stesso uomo, di due mesi più giovane di lei e della qual cosa ironicamente si rammarica: ovvero Vitaliano Damioli. Di fatto uno dei grandi della pubblicità italiana “che mi sopporta da 69 anni. Lo sposai infatti nel 1955, dopo averlo conosciuto otto anni prima in casa di un’amica comune. E quando andammo a ballare in compagnia lui - che aveva studiato a Brera e che era un ragazzo bellissimo alto più di un metro e ottanta - mi invitò in pista. Per dirmi subito, senza tanti complimenti, che la canzone che l’orchestrina stava suonando era quella preferita dalla ragazza che aveva appena lasciato. E siccome anch’io avevo chiuso con il mio fidanzatino, non mancai di ribattergli: bene, vorrà dire che d’ora in poi questa sarà la nostra canzone…”. 
E così sarebbe stato. Di fatto ancora oggi, pur conscia di certe sue scappatelle, ammette che “quest’uomo mi impegna la testa e il cuore”. 
Insomma, una storia ricca quanto variegata, quella di Elda Lanza. Ma come è scoccata la scintilla per la narrativa di settore? “Per caso: un giorno, mentre mi trovavo nella casa di un’amica al mare, mi sentivo sola e triste. Con il computer acceso sul tavolo, ma inutilizzato. Guardavo le onde e cercavo di sommare e sottrarre i fatti positivi e negativi che avevano accompagnato la mia vita. A un certo punto mi venne in mente, chissà perché e senza peraltro nemmeno ricordarla davvero, una novella siciliana che aveva per protagonista una certa Olga. Così, quasi per gioco, mi misi a scrivere di lei, facendola morire alla seconda pagina e ricamandogliene intorno altre 400. Una specie di presa in giro dei libri gialli, che finì in un cassetto. E lì ci sarebbe rimasto se non l’avessi fatto leggere all’amico Mariano Sabatini, uomo di grande preparazione, cultura e intuito, il quale mi disse che meritava la pubblicazione. Fidandomi di lui, lo mandai ad alcune case editrici. La prima a rispondermi fu Salani, con la quale avevo già intrattenuto rapporti editoriali, ma anche affettivi con il suo fondatore Adriano”. 
E da quel momento, come molti le consigliavano di fare, “dovetti iniziare a leggere anche romanzi del settore, trovando firme intriganti, come quella di Maurizio de Giovanni, di Marco Vichi o di Hans Tuzzi (nom de plume del critico, saggista, bibliofilo, consulente editoriale e docente universitario Adriano Bon), un autore che scrive in maniera stupenda. Anche se i suoi, forse, non sono gialli veri e propri, in quanto hanno una marcia in più”. 
Insomma, una donna fuori dal comune Elda, che nel 1997 si è trasferita da Milano a Castelnuovo Scrivia per vivere più tranquilla. “Successe che incontrai un mio ex diventato un pezzo grosso di Piazza Affari, il quale mi portò in Borsa - visto che volevamo cambiare casa - a visionare un elenco di possibili location. Fu così che, con mio marito, andai a visitare un sottotetto con terrazzo - ho sempre amato le case strane - rimanendo incantata, nonostante la brutta giornata di pioggia, dalla piazza medievale del paese. E ci andammo ad abitare in quella casa, salvo trasferirci in seguito (e sarebbe stato il mio tredicesimo trasloco) in un appartamento più grande che avevano ristrutturato proprio nella citata piazza. Dove tuttora viviamo e dove sono in molti a coccolarci, dandoci la loro disponibilità, visto che non ce la tiriamo”. 
Lei che nel giugno 2014 è stata insignita, per il suo percorso professionale, del titolo di Commendatore al merito della Repubblica italiana dall’allora presidente Giorgio Napolitano; lei che strada facendo, per non farsi mancare nulla, ha pubblicato diversi libri (fra i quali La tavola, I riti della comunicazione, Ho una pazza voglia di amare, Una donna imperfetta, Signori si diventa e Una stagione incerta); lei che ha debuttato nella narrativa gialla nel settembre 2012, alla soglia degli ottantotto anni, appunto con Niente lacrime per la signorina Olga. Guadagnandosi subito gli onori della ribalta, nonché l’apprezzamento di Umberto Eco, che agli esordi aveva lavorato con lei in Rai e con il quale aveva coltivato l’amicizia nel tempo. “Sino all’ultimo abbiamo infatti continuato a scambiarci mail spassose e divertenti, giocando con le parole. Purtroppo con lui è scomparsa la parte più allegra della mia vita…”. E con quella di Elda anche della nostra.

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