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“La regina imperatrice”: intrighi, delitti e passioni alla corte di Victoria

Torna in libreria, all’insegna della storia e del gossip, Antonio Caprarica. Divertendo, intrigando e lasciando la bocca buona al lettore. Ma anche raccontando di quando, nell’ambasciata italiana di Mosca, aveva incontrato la sua futura moglie, la pianista Iolanta Miroshnikova. La sua vera “regina”


11/11/2019

di Mauro Castelli


Giornalista di livello e scrittore accattivante (sa tutto sui reali, inglesi e non solo, con i quali si è spesso confrontato nei suoi libri con tono divertito, scanzonato e irriverente, inducendo peraltro il lettore a riflettere sul loro ruolo in un’epoca come la nostra. In altre parole domandandosi se oggi abbiano ancora un senso oppure no); una figura un po’ dandy e all’apparenza fuori dalle righe, complici cravatte, pochette e atteggiamenti che non mancano di attirare l’attenzione. 
“E dire che da giovane a tenere banco nel mio abbigliamento - tiene a precisare Antonio Caprarica - era il colore nero: tutto, pantaloni, maglione e impermeabile, come imponeva la corrente esistenzialistica in voga in quel periodo. Sin quando, una volta arrivato in televisione, decisi di cambiare look attingendo dalla collezione di cravatte di mio padre Giovanni”. Un modo come un altro per farsi notare dai telespettatori (“Lo ammetto, è stata una piacevole debolezza che mi sono portato al seguito nel tempo”). 
Di fatto un raffinato uomo di mondo, Caprarica: “Un cognome desueto che, da ricerche araldiche ma senza certezze, risalirebbe al Sedicesimo secolo, quando dal Trevigiano arrivarono in Puglia i miei avi. Potrei anche sbagliarmi, ma sono l’unico ancora su piazza a fregiarsene, visto che ho soltanto una figlia adottata, Natasha Korsakova, bellissima e bravissima violinista (doti peraltro ereditate dal padre), oltre che autrice di due romanzi di successo ambientati a Roma. Scritti, per fortuna, in tedesco altrimenti sarebbe stata una temibile concorrente”. Lui che vive fra Londra, Lugano e Leuca, nel Salento, dove possiede “una casetta proprio a ridosso del faro, di fronte alle isole greche”. 
Lui sposato con la grande pianista Iolanta Miroshnikova, incontrata a Mosca durante “una serata all’ambasciata italiana nel corso della quale teneva un concerto”. E bastò uno sguardo per far scattare la scintilla per questa donna rimasta vedova giovanissima con una bambina piccola, scintilla che da allora non lo avrebbe più lasciato. Lui a sua volta amante della musica (“Da giovane suonavo il pianoforte”), con una passione persa per strada per la pittura (“A un certo punto, non avendo talento, mi arresi”). Fermo restando il piacere per i libri, con un debole dichiarato - “Leggo molto in lingua inglese” - per autori del calibro di John Le Carré, Hilary Mantell, Margareth Atwood e Ian Rankin, oltre che per i classici italiani”. 
Un uomo pronto a confessare di non essere facile: “Come diceva un vecchio saggio, chiunque abbia carattere ha un caratteraccio. Fortuna vuole, benché resti allergico alle bugie, che riesca a controllarlo. Anche perché, dopo aver nutrito la mia giovinezza di convinzioni eccessive, ora mi concedo il lusso del dubbio”. Una penna peraltro tutta d’un pezzo capace di affrontare a viso aperto chi non la pensa come lui, prendendosi in ogni caso le sue responsabilità. Così, ad esempio, non mancò di sbattere la porta in Rai il 18 dicembre 2013 a causa di “pressioni ritenute inammissibili e offensive” da parte di un numero uno di viale Mazzini, “non senza averlo denunciato e costretto a un risarcimento danni. In ogni caso la Rai è stata la mia casa per una vita e continuerà sempre a esserla”. 
Già, la Rai. Per la quale Antonio Caprarica, nato a Lecce il 30 gennaio 1951, ha lavorato trent’anni. Lui che, dopo essersi laureato in Filosofia alla Sapienza di Roma, aveva iniziato la carriera giornalistica come commentatore politico per lUnità ed Epoca, per poi diventare condirettore di Paese Sera. Quindi lo sbarco a viale Mazzini a fronte di ruoli diversificati: ad esempio come inviato di guerra in Afghanistan e in Iraq, poi come corrispondente da Gerusalemme e Il Cairo. 
In seguito, dal 1993 al 2006, sarebbe stato a capo dell’ufficio di corrispondenza della Rai prima a Mosca (città per lui galeotta - come detto - dal punto di vista sentimentale), poi a Londra e infine a Parigi. Quindi tre anni a Roma come direttore di Radio Uno e dei Giornali Radio Rai, seguito dal ritorno nella sua “amata Londra”, proponendosi come accattivante portavoce del gossip locale, un ruolo che fra l’altro gli calza a pennello. 
Caprarica, si diceva, una prolifica penna che, a partire dal 1986, avrebbe sfornato - se non andiamo errati - diciannove libri, con i quali si sarebbe aggiudicato numerosi riconoscimenti, fra i quali i premi Ischia, Fregene, Val di Sole, Gaeta, Tigullio e Frajese. Lui che nel novembre 2014 sarebbe approdato al canale albanese in lingua italiana Agon Channel in qualità di responsabile news, conducendo il Tg e due programmi di attualità sociale e internazionale. Ma tempo un refolo di vento avrebbe lasciato, imputando la decisione alla carenza di mezzi tecnici nonché all’esiguità di collaboratori per realizzare un notiziario come si deve. Lui che ora collabora con quotidiani, periodici e soprattutto canali televisivi in veste di opinionista. 
Caprarica che ora torna sugli scaffali per la diciassettesima volta (“Ma di corna vere non ce ne sono state vista l’iniziale scelta di Mondadori”) con la Sperling & Kupfer, un legame di fedeltà e di stima per certi versi raro fra gli autori, casa che ha dato alle stampe La regina imperatrice (pagg. 400, euro 18,50), un lavoro nel quale l’autore si diverte a giocare con gli intrighi, i delitti e le passioni alla corte della regina Victoria. “Lasciando il lettore a distinguere fra realtà e finzione, ma anche a confrontarsi con una donna modernissima e anticonformista a dispetto del perbenismo e del moralismo dell’epoca”. 
A conti fatti un tuffo nella storia, come al solito piacevolmente raccontato, che ci riporta al 1870 in quel di Londra, in un periodo in cui la città ribolliva di scontento e aria di sedizione. Un’atmosfera all’opposto di quella che, trentatre anni prima (il 20 giugno 1837), aveva visto Victoria salire al trono - osannata dal tripudio popolare - quando era ancora una ragazzina. Lei che, all’apparenza senza sforzo, aveva prodotto un miracolo politico semplicemente compiendo i fatidici diciotto anni, diventando cioè “maggiorenne giusto un mese prima che l’augusto zio, il fegato a pezzi per una vita di bevute, si decidesse a togliere l’incomodo”. Un tempismo perfetto che avrebbe evitato “la reggenza della madre della principessina, rendendo più serena l’agonia di William che odiava la cognata, e avrebbe risparmiato al Paese gli effetti perniciosi di una nuova sanguisuga, l’odiato scudiero…”. 
Ma com’era Victoria nel fiore dei suoi anni? Non bella, piccola e rotondetta, con gli occhi blu un po’ sporgenti. Ma si proponeva vivace, intelligente, portatrice di modi accattivanti oltre che dotata di un forte temperamento. Doti che, insieme al sostegno dell’adorato marito Albert, ne avrebbero fatto a lungo una sovrana amata e ammirata. 
Ovviamente, a distanza di tre decenni, è molto cambiata. Chi la riconoscerebbe oggi nella tozza dama infagottata negli abiti neri del lutto, che dalla morte di Albert vive ritirata sull’isola di Wight o in Scozia e si rifiuta ostinatamente di mostrarsi al suo popolo e di presenziare alle cerimonie nella capitale? Così, mentre il figlio ed erede Bertie (ovvero il futuro re Edoardo VII) consuma le notti al tavolo del baccarat o nel letto della demi-mondaine di turno, il prestigio della Corona affonda e il trono vacilla sotto i colpi dei repubblicani. Sarà questo l’epilogo di un regno iniziato magnificamente? 
In realtà l’inizio dell’impero britannico “sarebbe nato proprio con l’affermarsi di Victoria”, una regina vivisezionata dall’abilità narrativa di Caprarica, mischiando da par suo politica e sentimenti, odi e amori, storia e fantasia, a fronte di una capacità per certi versi unica nel parlare anche “al lettore meno forte”. E la frase che spesso gli viene rivolta, “è un piacere capirla”, rappresenta per lui il complimento più gradito.   
Che altro? In questo romanzo di grande respiro, l’autore ha “trasformato - a suo dire - personaggi storici in personaggi da romanzo, liberandoli dalle pastoie ricorrenti”. A fronte di una “scrittura nitida e leggera nel senso calviniano del termine”, ma anche asciutta e diretta, capace cioè di arrivare al cuore della gente. Dando voce garbata quanto efficace a “scandali e passioni erotiche, ai fasti delle dimore nobiliari londinesi e alle sanguinose lotte dei comunardi parigini, alle trame di Corte e agli intrighi dei politici - Melbourne, Gladstone, Disraeli - che hanno fatto la storia britannica”. In altre parole componendo, “attorno al complesso personaggio di Victoria, l’affresco di un’epoca”. 
Il tutto supportato da un’ambientazione accurata (frutto di un robusto lavoro di ricerca) e da una scrittura, lo ripetiamo, brillante e ironica (“L’ironia è un’arma formidabile per affrontare l’esistenza, come peraltro ho appreso dalla cultura anglosassone”). A fronte di una penna capace di dare voce e respiro “all’eccitazione di serate scintillanti e banchetti sontuosi, alle ricchezze dissipate dai cortigiani e alla miseria abietta degli slum e, sopra tutto ciò, alla determinazione di una donna capace di risollevarsi dopo ogni caduta, di sfidare pregiudizi e critiche, di fare del proprio Paese una potenza coloniale e di conquistare, infine, la corona di imperatrice”. 
Victoria, si diceva, una regina del passato che però si contrappone perdente - ci sia consentito di ironizzare a nostra volta - con la regina del presente del nostro autore, ovvero Iolanta. Una donna sempre pronta ad ascoltare i suoi dubbi e a contribuire a scioglierli; capace di sopportarlo “con infinita pazienza” e di regalargli una storia d’amore “profonda e indistruttibile come quella fra Victoria e Albert. Sebbene, grazie al cielo, più felice”.  

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