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“La vita è una ruota, anzi, due”: parola di Ernesto Colnago, il Maestro

Da una conversazione con Marco Pastonesi il ritratto di un uomo che si è proposto come il più grande telaista di sempre


21/12/2020

di LUCIO MALRESTA


“Geniale, perfezionista, sognatore, umano. Bravo, troppo bravo. Unico”. Il copyright è di Fabio Cancellara, grande nome del ciclismo, nella sua introduzione al libro Ernesto Colnago. Il Maestro e la bicicletta (66thand2nd, pagg. 136, euro 15,00), frutto di una conversazione di questo geniale imprenditore con Marco Pastonesi, un ex giocatore di rugby che ha lavorato per 24 anni alla Gazzetta dello Sport. E che di ciclismo ne ha masticato parecchio, avendo seguito 18 giri d’Italia, dieci Tour de France e un’Olimpiade, oltre a quattro Giri del Ruanda e uno del Burkina Faso. 
Già, Ernesto Colnago (con il quale il sottoscritto aveva trascorso una giornata per poterlo inserire nel libro A prova di crisi, un viaggio fra i protagonisti del made in Italy, edito dal Sole 24 Ore). Un personaggio geniale quanto alla mano, concreto quanto meticoloso, schietto quanto determinato, che ha sempre dormito poco e viaggiato molto, che come imprenditore ha sempre fatto quadrare i conti (“Non importa quanto si fattura, ma quanto rimane sul tavolo”), assicurando che la vera ricchezza è rappresentata dalla salute e dalle idee, o meglio, dalle idee che giungono a buon fine. 
Già, il mitico Ernesto delle due ruote: leggendarie, insuperabili. Che arrivano a costare un occhio della testa. E c’è chi è disposto a fare follie pur di averle. Di fatto un uomo che ha sempre creduto nel gioco di squadra, che non ama più di tanto la tecnologia informatica, che si propone leader nel mondo delle bici su misura. Bici che realizza a Cambiago, un paesino a una ventina di chilometri da Milano. 
Lui che - nato a Cambiago il 9 febbraio 1932 - non manca di vantarsi di aver “frequentato l’università della strada”, pronto a giurare di aver dato tanto al suo settore “senza avere mai copiato”. Non a caso la sua Colnago Ernesto & C. si propone come una finestra di genialità sul mondo delle due ruote, un simbolo italiano che, nel suo piccolo - ma all’insegna di tanta, tanta tecnologia - incanta e intriga a tutti i livelli sociali (leggere la prefazione di Vittorio Colao per rendersene conto). In altre parole un numero uno che, “tirando di lima e ferro di saldatura” ha una sua storia da raccontare. Poteva essere diversamente per il più grande telaista di sempre, quello che Gianni Brera aveva definito il Benvenuto Cellini della bicicletta? 
Gioielli che hanno contribuito a scrivere pagine memorabili attraverso nomi - tanto per citare - del calibro di Fiorenzo Magni, Gastone Nencini, Tony Rominger, Giuseppe Saronni, Eddy Merckx (del quale in azienda tiene banco la bici con la quale conquistò il record dell’ora, il 25 ottobre 1972, a Città del Messico). Ma è tutto in tripudio, alla Colnago, di due ruote che hanno fatto la storia e non solo. Come la bici da corsa, in acciaio leggero e laminata in oro, che Ernesto aveva costruito e donato nel 1979 a Karol Wojtyla in Piazza San Pietro. Con una enorme foto a testimonianza dell’incontro della sua famiglia con il pontefice polacco. Il quale non mancò di confidagli che quando abitava a Cracovia, per tre giorni alla settimana, doveva percorrere in bici 38 chilometri per far fronte ai suoi doveri religiosi. 
“E mi confidò anche, dispiaciuto, che per ovvie ragioni quel gioiello non avrebbe mai potuto usarlo. Troppo appariscente per un papa che sarebbe diventato santo. Così gliene costruii una da turismo di colore bianco, che avrebbe più volte inforcato nella residenza estiva di Castel Gandolfo”. Per contro “quella bici da corsa me la sarei riportata a casa quando venne messa all’asta nel 2001, isolandola in una bacheca perché non venisse più toccata. E a visitarla, quasi fosse una reliquia, arriva ancora gente da tutto il mondo”. 
Di fatto, nel suo racconto di vita a Marco Pastonesi, Colnago ha ripercorso le tappe di una vita straordinaria: l’infanzia povera (“A scuola ci andavo volentieri, ma a casa avevano bisogno di braccia anche se ero ancora piccolo. Così di giorno lavoravo e di sera, in cortile, seguivo le lezioni del professor Caprotti con altri due ragazzi, riuscendo a superare l’esame di prima media a giugno e di seconda a ottobre”); l’avventura come corridore (che si era conclusa con una brutta caduta in una volata a ranghi compatti in una Milano-Busseto); l’inizio dell’attività da garzone prima e operaio poi: la dura scalata da meccanico ad artigiano: le creazioni da eccellenza del made in Italy. 
Lui che con la schiettezza senza fronzoli di un uomo che si è fatto da solo, ha esplorato la sua geografia (i Giri d’Italia con Fiorenzo Magni e i Tour de France al servizio di Eddy Merckx, i mondiali di Vittorio Adorni e Giuseppe Saronni), così come ha analizzato la sua scienza (l’età dell’acciaio, l’età dell’alluminio, l’età del carbonio), tra incontri e folgorazioni (con Fausto Coppi, Gianni Brera, Enzo Ferrari...). 
E ancora: pensieri e certezze rotonde, filosofia e religione del lavoro, fino alla clausura per la pandemia e alla nuova esplosione delle due ruote al centro della sua vita, la bicicletta: “Pedalare è un bellissimo verbo di movimento: ci sono i piedi come radice, ci sono le ali come suffisso, e c’è lo stesso infinito - are - di andare e volare, ma anche di pensare e immaginare, disegnare e organizzare”. 
Una storia “leggibile” anche attraverso le gigantografie che si rincorrono ovunque sulle pareti, persino nel magazzino, della sua azienda. E in ufficio attestati a raffica, tesi a sottolineare la sua creatività e la sua inventiva. Una scalata al successo peraltro scandita dalle nomine: cavaliere nel 1973, cavaliere ufficiale quattro anni dopo, commendatore nel 1987, grand’ufficiale nel 1994, cavaliere del lavoro nel 1996. Onorificenza, quest’ultima, che nel mondo delle ruote “era stata assegnata prima soltanto al rimpianto Tullio Campagnolo, colui che si era inventato il mitico cambio che ancora oggi porta il suo nome”. 
Ma la vita di Ernesto Colnago riserva anche tanto altro. Leggere per sapere la sua intrigante storia raccontata appunto da Marco Pastonesi.    

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