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“Mala morte a San Nicolao”: un’indagine archeologica abbinata al racconto di un omicidio medievale

Strane storie scaturite, fra realtà e fantasia, dalla penna di Fabrizio Benente, professore di Archeologia cristiana presso l’Università di Genova (ha condotto scavi e ricerche in diversi Paesi del Mediterraneo), e Mario Dentone, scrittore e saggista, autore teatrale e giornalista


23/03/2020

di Massimo Mistero


L’accoppiata autoriale, così diversa quanto così affiatata, risulta di intrigante curiosità. Per non parlare del loro libro, Mala morte a San Nicolao (Oltre edizioni, pagg. 210, euro 19,00), una indagine archeologica abbinata al racconto di un omicidio medievale in bilico fra fantasia e realtà storica. E di chi si tratta è presto detto: in primis Fabrizio Benente, archeologo e docente presso l’Università di Genova, uno dei primissimi autori (ha firmato documentari, ma anche opere divulgative e di narrativa) della Oltre Edizioni con il libro Appunti di viaggio
Il quale ha condotto per anni gli scavi presso l’Hospitale di San Nicolao di Pietra Còlice, che si trova alle spalle di Sestri Levante sulla diramazione costiera della Via Francigena, i cui risultati sono stati ampiamente pubblicati su riviste specialistiche. Ma, tra i tantissimi ritrovamenti ce n’è stato uno, in particolare, che ha intrigato il nostro professore e i suoi collaboratori: lo scheletro di un uomo morto trafitto da 19 colpi di spada e di pugnale. 
La qual cosa ha scatenato la penna dello scrittore e saggista, da alcuni anni attivo anche in campo teatrale e giornalistico, Mario Dentone. Il quale ha preso a scrivere, su “istigazione” dello stesso Benente, un racconto di assoluta fantasia su questo ritrovamento e le sue possibili implicazioni. Insomma, una specie di cold case medievale. 
In buona sostanza si è così sviluppata l’idea di Mala morte a San Nicolao, un libro diviso in due parti: in altre parole una serrata fiction volta a integrare la relazione scientifica del ritrovamento. Ne è nata così un’opera coinvolgente, che non mancherà di appassionare gli amanti dell’archeologia e, parallelamente, anche quelli della narrativa gialla. 
Tutto parte da uno scavo impegnativo quanto fortunato. “Negli anni fra il 2001 e il 2018 - racconta Benente - ho avuto la possibilità dirigere le ricerche che hanno riportato integralmente alla luce il complesso ospedaliero medievale di San Nicolao, costituito da una chiesa, da un edificio per l’accoglienza dei viandanti e da un’area cimiteriale. Premetto che l’archeologia è, o dovrebbe essere, una scienza fredda, che deve proporre dati oggettivi, senza mai farsi condizionare dalle suggestioni personali. Quando però esistono margini interpretativi da colmare, è bene che lo spazio non sia scientifico e che il narratore non sia l’archeologo. Così è nato questo libro dove io, l’archeologo, propongo nella prima parte alcuni dati del percorso di ricerca, mentre nella seconda il narratore, ovvero l’amico Dentone, colma liberamente le lacune, lasciando ampio spazio all’invenzione e alla fantasia”. 
Tutto parte da una sorta di omicidio rimasto irrisolto, “tema peraltro molto sfruttato dalla fiction televisiva e cinematografica. Abbiamo il corpo, o meglio lo scheletro, possediamo il profilo biologico ricostruito dall’antropologo forense, sappiamo che l’uomo è morto al momento o immediatamente dopo lo scontro (se fosse sopravvissuto anche solo un paio di settimane le ossa lo avrebbero detto), possiamo ipotizzare quale arma sia stata utilizzata per il delitto, ma manca il nome della vittima, il movente e ovviamente l’autore, o gli autori, dell’efferato omicidio. Logico che l’archeologia si debba fermare qui”. 
In compenso la narrativa può prendere le mosse da questi dati, per lavorare con gli strumenti dell’immaginazione e della creatività. E a essersene fatto carico è Mario Dentone, estraniandosi dalla verità storica, ma sarebbe meglio dire archeologica. “Volutamente, quindi, i personaggi di questo racconto non hanno nomi, proprio in rispetto alla pura invenzione, in quanto attribuire a essi identità storico-anagrafica avrebbe alterato la storia stessa. Per quanto, ovviamente, tutto sia identificabile”. 
Risultato? Un lavoro vincente che, da un lato, intriga e supporta a curiosità del sapere mentre, dall’altro, cattura e soddisfa chi ama i delitti rimasti irrisolti nel tempo. Insomma, due filoni narrativi che hanno un loro perché, in ogni caso capaci di regalare soddisfazioni diversificate. 
Per la cronaca ricordiamo che Oltre edizioni è una casa relativamente giovane, avendo iniziato le pubblicazioni - dopo un biennale periodo dedicato alla progettazione delle collane, alla scelta degli argomenti da trattare e all’individuazione degli autori più qualificati a scriverne - nel maggio del 2011. Quasi quattro anni dopo sarebbe entrato a far parte di questa scuderia il marchio editoriale Gammarò, seguito nel dicembre 2017 dal marchio Töpffer dedicato esclusivamente ai libri illustrati. 
La missione di Oltre edizioni è quella di presentare fatti e argomenti da punti di vista originali o, quanto meno, poco frequentati, ma anche mettere in luce conoscenze non ancora adeguatamente indagate dalle attuali discipline letterarie, storiche, scientifiche, filosofiche, antropologiche, artistiche, religiose. 
E appunto per rendere possibile questo cammino di crescita ci si è imposti la regola dell’oltre. In altre parole “andare oltre le comode consuetudini, ampliando gli orizzonti del sapere; oltre gli schemi ideologici; oltre le rigidità dottrinali delle religioni; oltre i chiusi cenacoli delle consorterie filosofiche; oltre la rigidità delle scuole e delle accademie; oltre l’attuale percezione della coscienza e delle rigide convenzioni sociali; oltre l’ignoranza artatamente diffusa, l’oblio consapevole della memoria, la morte programmata della ragione; oltre i miti della razza, del sangue e della forza prevaricatrice degli interessi particolari sul bene generale”. 
Obiettivi non tutti facili da perseguire, ma certamente apprezzabili quanto meno nelle intenzioni.

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