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“Tu sei un colibrì perché come il colibrì metti tutta la tua energia nel restare fermo”

Parlando di tradimenti e di amori mancati, di avversità e di speranze, Sandro Veronesi ha dato voce a un romanzo struggente, che incanta e al tempo stesso commuove. Addentrandosi, attraverso il suo protagonista, fra le pieghe di una vita che spesso può riservare anche amare sorprese


27/01/2020

di Valentina Zirpoli


Si chiama Marco Carrera il protagonista del nuovo romanzo di Sandro Veronesi. Un piacevole scricciolo, da piccolo, tanto da essere soprannominato Colibrì a causa di una carenza dell’ormone della crescita. Sin quando una cura, nel giro di pochi mesi, gli avrebbe fatto conquistare prodigiosamente sedici centimetri di altezza. Ma i nomignoli, si sa, sono duri a morire. E Il colibrì (La nave di Testo, pagg. 366, euro 20,00) è appunto il titolo di un romanzo incalzante, divertente e serioso al tempo stesso, che parla di amore e di dolore, di tradimenti e di rinascite. 
Un lavoro peraltro ricco di citazioni letterarie, musicali e cinematografiche che vengono trattate in termini di debiti in chiusura di libro. Come nel caso di Sergio Claudio Perroni - per l’autore un caro amico che si è tolto la vita il 25 maggio scorso a Taormina, dove abitava - alla cui magistrale prosa poetica ha voluto rendere omaggio. 
Ma chi è Marco Carrera, protagonista del romanzo? È il figlio di un ingegnere (una brava persona) e di una snob di professione architetto (che lo tradisce a man bassa), il quale si era trovato a vivere la giovinezza con un fratello, Giacomo, e una sorella, Irene, che però morirà tragicamente. Per non parlare del suo grande amore che sarebbe però rimasto congelato in un ricco rapporto epistolare. Da qui un trascorso all’insegna della nostalgia, del dolore e del rimpianto. 
Ma lui è anche il Colibrì che si propone come uno degli uccelli più piccoli al mondo, capace di rimanere quasi immobile a mezz’aria (Come scrive Luisa, la donna amata, tu sei un colibrì perché come il colibrì metti tutta la tua energia nel restare fermo. Settanta battiti d’ali per rimanere dove già sei. Sei formidabile in questo. Riesci a fermarti nel mondo e nel tempo…). Un uccellino che peraltro sembra essere sempre sul punto di precipitare, anche se non succede mai, forte della possibilità unica di poter volare all’indietro. 
Appunto come nel caso di Marco, sbeffeggiato da una vita struggente di perdite, di dolori assoluti e di strane coincidenze. Il quale, una volta diventato adulto, eserciterà - da specialista in oftalmologia - la professione inappagante di oculista, trovandosi, sin dalle prime pagine della storia, a incassare un gran brutta notizia da parte dello psicanalista della moglie. Il quale lo porta brutalmente a conoscenza che la sua cara metà è incinta, ma che a provvedere in merito non era stato lui. 
La qual cosa lascia subito intendere un percorso narrativo ricco di sorprese. A fronte di una vita di perdite e di dolori, segnata da troppi lutti per un uomo solo, alle prese con un passato che sembra trascinarlo sempre più a fondo come un mulinello d'acqua: eppure Marco Carrera non precipita. E in questo sta la bravura dell’autore, capace come pochi altri di rendere intriganti anche passaggi banali, di poco conto. Dando voce a una serie di personaggi che toccano l’anima, inquilini perfetti di un’architettura romanzesca perfetta come i meccanismi di un orologio, che “si muove tra i primi anni Settanta e il nostro futuro prossimo nel quale, proprio grazie allo sforzo del colibrì, splenderà l’Uomo Nuovo”. 
In altre parole, come ha avuto modo di spiegare lo stesso autore in una intervista, “ho dato voce a un personaggio diverso rispetto a quello messo in campo in Caos calmo e riproposto, anche se con minor successo, in Terre rare. Volevo infatti mettere in scena una figura impostata diversamente, che mi fosse più vicina dal punto di vista generazionale per sfruttare il mio punto di vista: l’ho quindi scelto della mia stessa età, e certe vicende che vengono attraversate durante il romanzo sono viste attraverso i suoi occhi grazie al fatto che sono gli stessi occhi che avevo io a quel tempo”. È nato così Marco Carrera, un uomo che non si fa travolgere dagli eventi. Che sa soffrire tutto quello che c’è da soffrire, ma rimanendo sempre se stesso. 
Detto del libro, spazio al privato di Sandro Veronesi, padre di cinque figli, nato a Firenze il primo aprile 1950 (città dove si sarebbe laureato in Architettura con una tesi su Victor Hugo e la cultura del restauro moderno), il quale risulta oggi accasato a Roma. Lui fratello maggiore del regista e sceneggiatore Giovanni, e ovviamente autore di peso. Basti ricordare che con il suo romanzo La forza del passato nel 2000 aveva vinto il Premio Campiello, il Premio Viareggio ed era stato tradotto in una quindicina di lingue. Altro colpo vincente con Caos calmo, sbarcato in venti Paesi, che nel 2006 si era aggiudicato il Premio Strega e due anni dopo, in quel di Parigi, il Prix Fémina e il Prix Méditerranéee. 
Lui che aveva esordito nel 1988 con Per dove parte questo treno allegro, seguito due anni dopo da Gli sfiorati e, dopo una pausa quinquennale, da Venite, venite B52 ispirato alla letteratura statunitense e più in particolare a Thomas Pynchon; lui che complessivamente ha firmato 24 lavori, ma anche nove fra introduzioni, saggi e interviste; lui che ha tradotto in italiano vari autori e poeti americani, oltre ad aver fondato, insieme a Domenico Procacci, la casa editrice Fandango; lui che attualmente collabora con il Corriere della Sera. Lui, infine, che strada facendo ha avuto modo di raccontare i nostri tempi con una grande quanto approfondita lucidità, atout che è soltanto nelle corde dei grandi scrittori.

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