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“Una stella a Manhattan”: quella di Lidia Matticchio Bastianich

Ed è lei a raccontare il suo sogno americano, condito d’amore, famiglia e cucina. Partendo da quando era emigrata da profuga negli Stati Uniti…


14/12/2020

di MAURO CASTELLI


Lidia Matticchio Bastianich

“Poche persone al di fuori della ristretta cerchia familiare ne sono a conoscenza, ma per i primi anni della mia vita il mio nome non è stato Lidia, bensì Giuliana. Mia mamma scelse per me questo nome in ricordo della sua terra natale, che allora faceva parte del Friuli-Venezia Giulia. La Seconda guerra mondiale era finita e il comunismo stava arrivando a Pola, cittadina situata sulla punta meridionale della penisola istriana dove viveva la mia famiglia”. Per farla breve, nel rispetto del trattato di Parigi del 1947, “la nostra città e gran parte della penisola istriana - annessa all’Italia dopo la Prima guerra mondiale - erano state cedute alla Jugoslavia”. Nemmeno a dirlo la ridefinizione dei confini provocò un esodo di massa verso l’Italia, mentre molti altri emigrarono in Australia, Nuova Zelanda, Canada e Stati Unti… 
Ecco, inizia così Il mio sogno americano. Una vita d’amore, famiglia e cucina (Solferino, pagg. 426, euro 20,00, traduzione di Valentina Legnani e Valentina Lombardi) dedicato ai suoi cinque nipoti Olivia, Lorenzo, Miles, Ethan e Julia, ovvero la storia di Lidia Matticchio Bastianich che, per milioni di americani, rappresenta da decenni la cucina italiana. Lei - donna gradevole, tosta quanto determinata - che ne è stata infaticabile portabandiera attraverso i ricettari, i popolarissimi show televisivi (in onda su 160 canali a stelle e strisce, ma anche in Australia, Sudafrica e nelle zone coperte da Asia Satellite), oltre che con i suoi ristoranti e i tredici vendutissimi libri, due dei quali dedicati ai bambini.
Che dire: in questa biografia, sincera quanto toccante, Lidia ci racconta la sua personalissima storia, accompagnandoci attraverso le difficoltà e le battaglie che l’hanno condotta alla costruzione di un vero e proprio impero economico. Ma anche a cucinare per due Papi, a svolgere un ruolo di primo piano nella comunità italo-americana, a diventare una madre e una nonna attenta e affettuosa. Senza mai smettere, lungo la strada, di regalare a milioni di persone il piacere insostituibile di un buon piatto da gustare con chi ami. 
Lidia si diceva, il cui nome, per la verità un po’ a sorpresa, aveva fatto capolino a Roma nell’ottobre del 2002, quando l’allora ministro Tremaglia e il premier Berlusconi le conferirono un premio speciale nell’ambio dei riconoscimenti riservati agli italiani che avevano contribuito a esportare cultura e a regalare un’immagine vincente del nostro Paese nel mondo. 


Lei che, per la cronaca, è nata il 21 febbraio 1947 a Pola da Erminia Pavichievaz, insegnante elementare, e Vittorio Bastianich, di mestiere meccanico. Lei che si era subito trovata a far di conto con “una vita da ladri visto che, quand’era piccola, non si poteva parlare italiano, non si poteva andare in Chiesa e si era costretti a frequentare scuole croate”. 
Fu così - come ebbe a raccontarci in una vecchia intervista - che “nel 1955 io, la mamma e mio fratello Franco (un familiare doveva restare a casa, per così dire in ostaggio) che ci recammo a Trieste con la scusa di andare a trovare una zia. A sua volta papà scappò tre settimane dopo e ci raggiunse, non senza aver pagato un robusto pedaggio ai cani di frontiera. L’intenzione era quella di fermarci in Italia, ma risultava difficile trovare un lavoro”. 
Sta di fatto che “con lo status di rifugiati politici ci accasammo nel campo profughi di San Sabba, dove i miei cercavano di darsi da fare con lavoretti saltuari, mentre io proseguivo le elementari presso un istituto di suore canossiane. In quel periodo la zia di mamma, che cucinava per famiglie di un certo livello, iniziò a portarmi con lei prima a fare la spesa e poi a trafficare in cucina, dove io la aiutavo come potevo. Forse fu proprio quella gratificante esperienza a farmi frullare per la testa la voglia di diventare una buona cuoca”. 
Sempre in quel periodo gli Stati Uniti avevano aperto le frontiere all’immigrazione, “così ci mettendo in quota e una volta ottenuti i benestari nel 1948 raggiungemmo New York e finimmo ospiti dell’Associazione cattolica che ci dava anche un po’ di soldini per tirare avanti. Devo ammettere che andò subito bene: papà si trovò un lavoro alla Chevrolet di North Bergen, nel New Jersey, e mamma, visto che sapeva cucire, in una fabbrica di abbigliamento da donna. Con il ricordo ancora vivo di quando, non sapendo l’inglese, si era portata a casa dei biscotti per cani da offrire agli ospiti. E di fronte alla loro ritrosia insisteva che ne mangiassero. Alla fine, a suon di risate, venne però fuori la verità…”. 
A seguire, complice Louis Matticchio, un cugino di secondo grado che aveva sposato un’italo-americana e trafficava nelle trattorie di Mahattan, ci trasferimmo a New York, anche se mamma continuava a fare la pendolare con North Bergen. E siccome arrivava tardi io dovevo preparare la cena secondo le sue direttive. In seguito, volendo frequentare Medicina, per mantenermi mi davo da fare part-time nei ristoranti e in una pasticceria-panetteria. Ma a vent’anni mi innamorai di un altro profugo, Felice Bastianich, che sposai e tempo un anno avemmo Giuseppe”. 
Intraprendenti, due anni dopo i coniugi Bastianich (lui già lavorava nel settore) decisero, con l’aiuto dei genitori e facendo qualche debito, di aprire un ristorantino, 34 posti in tutto, battezzato Bonavia, visto che era localizzato in una strada interessante, Queens Boulevard. E “non essendo io ancora all’altezza di cucinare in maniera adeguata, assunsi un cuoco di origine italiana che, via via, mi avrebbe insegnato il mestiere”. 
Inizialmente il mangiare era quello che era, “all’americana visto che mancavano i prodotti italiani. Poi cambiammo registro. E quando i giornalisti si misero a parlare del nostro locale, dovemmo ampliare lo spazio a novanta posti. Nemmeno a ricordarlo iniziammo a guadagnare bene, la qual cosa mi consentiva trasferte tricolori per portarmi a casa tipiche ricette regionali”. 
Intanto “era nata anche Tanya, avevamo inaugurato un secondo ristorante in zona, il Villa Secondo, ma sarebbe stato il 1981 a rappresentare l’anno della svolta. Vendemmo questi due locali, acquistammo una casetta e aprimmo a Manhattan il Felidia (contrazione di felice e Lidia), un locale molto elegante su due livelli. A fronte di nuovi debiti e dell’aiuto dei nostri genitori, questo locale incominciò a essere frequentato dal bel mondo. Stiamo parlando di grandi attori, come Gina Lollobrigida, Roberto Benigni, Rod Steward ed Eddy Murphy, ma anche di politici importanti, come Bush padre, l’ex inquilino della Casa Bianca”. 
In seguito, era il 1986, Lidia venne invitata da Julia Child, personalità di spicco della televisione, a presenziare a due puntate del suo programma. E siccome da cosa nasce cosa, fra un libro e una comparsata, “nel 1994 debuttai sulla Pbs con un mio show che nel tempo si sarebbe allargato a macchia d’olio su chissà quanti canali”. La strada del grande successo era stata imboccata. Un successo sottolineato da due Emmy Awards; tre celebri ristoranti a New York (oltre al Felidia, anche il Becco e il Del Posto); il Lidia’s Kansas City con la figlia Tanya, sposata Manuali, con la quale è cofondatrice e presidente di Tavola Productions; le aperture di Eataly, con il figlio Joe e in società con Oscar Farinetti, a New York, Chicago, Boston, Los Angeles, Toronto in Canada e a San Paolo del Brasile. 
Un successo che ha voluto condividere anche con la sua Italia investendo, in piena intesa con la famiglia, cifre considerevoli. E sarebbe stato nel nostro Paese (dove ha condotto, assieme a Bruno Barbieri e Alessandro Cannavacciuolo, Junior Masterchef e dove lo scorso anno ha vinto il premio Pellegrino Artusi) che sarebbe esplosa anche la notorietà del figlio Joe Bastianich, con il quale fra l’altro possiede due aziende vitivinicole, una in Friuli e l’altra in Maremma.

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