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Due uomini, una bomba, un taccuino smarrito e una pistola

Dalla raffinata penna di Ciaran Carson uno straordinario romanzo. Note vincenti anche per Masella, Witting, Preston & Child e Ivaldi 


20/01/2014

di Mauro Castelli


Un geniale manipolatore delle parole; una penna che graffia senza darlo a vedere; un intellettuale fuori dalle righe che ci regala un sognante e variegato connubio fra realtà e fantasia. Tanto di cappello, quindi, a Ciaran (Gerard) Carson, raffinato poeta (da ricordare, fra l'altro, la splendida versione in inglese dell'Inferno di Dante, che gli è valsa il Premio Oxford Weidenfeld), gran narratore, abile traduttore oltre che esperto di musica, arrivato sui nostri scaffali con Exchange Place, Belfast (Del Vecchio, pagg. 240, euro 14,00). Si tratta di un'avvincente mistery story, elegante e al tempo stesso complessa, che si è avvalsa della brillante traduzione di Eleonora Ottaviani la quale, nella postfazione, tiene a dire la sua su un romanzo che avvince e convince, imbastito sulla vicenda di due uomini e un mistero da risolvere attraverso un taccuino smarrito e una pistola. Scrive infatti la Ottaviani: questo libro "è una fuga; uno spartito da suonare" attraverso "una forma narrativa contrappuntistica e polifonica dei temi esposti, sviluppati, modulati, ripresi e sovrapposti, inseriti nella cornice di due storie alterne, complementari e al contempo inglobate una nell'altra, che si specchiano e si intrecciano come elementi di una scatola rompicapo". In altre parole le narrazioni di due amici scomparsi portate avanti una in prima persona e l'altra in terza, una a Belfast (dove l'autore è nato il 9 ottobre 1948 da una famiglia di lingua irlandese) e l'altra a Parigi. Due storie illuminate dalla sapienza narrativa di Carson (riesce senza fatica a esaltare, direttamente o indirettamente, la ricchezza multiforme della lingua e dell'identità, spesso attingendo a termini di origine latina ma anche giocando con dotte citazioni e sconfinando nelle circonvoluzioni del linguaggio); due storie, si diceva, che confluiscono in un unico filo conduttore creando dipendenza in chi sta leggendo. Lui che ama percorrere - come ha tenuto a sua volta a sottolineare Paola Del Zoppo, direttore editoriale della Del Vecchio - le conoscenze dell'uomo contemporaneo, cercando di stabilire connessioni efficaci e utili fra la nostra vita e quella del mondo. Per quanto riguarda invece la trama, attingiamo dalla sinossi, dal momento che di meglio non si potrebbe fare. John Kilfeather viene allontanato dalla sua casa di Belfast: una bomba, la minaccia di un attentato, ha reso necessaria l'evacuazione della zona. Disorientato, John cerca un taccuino in cui è sicuro di aver appuntato idee e pensieri che lo aiuterebbero a ritrovare i ricordi perduti e gli indicherebbero, forse, dove si trova il suo amico John Harland, scomparso tempo addietro. Da Belfast passiamo a Parigi. Qui John Kilpatrick, autore di libri di viaggio, vaga per la città in cerca di idee per il suo prossimo volume. Incontra, in modo apparentemente casuale, John Bourne - una spia? - e prende ad accompagnarlo in locali notturni e riunioni misteriose. Tramite un rutilante gioco di specchi Carson ci risucchia rapidamente in un intricato labirinto dalle pareti tappezzate di immagini, richiami letterari, personaggi di serie televisive, vite sconosciute e note, parole da ricollocare e riconoscere, Benjamin e il dottor Who, Modiano e Shakespeare, un abito di tweed e un cappello trilby, droghe allucinogene e orologi vintage. Nel cercare e ripercorrere oggetti e luoghi, John e John guardano se stessi, e noi li osserviamo guardarsi, perdersi, dislocarsi continuamente; siamo tentati di inserirci nelle loro conversazioni, di svelare i misteri, tirare i fili della matassa. Perché anche noi abbiamo gli stessi punti di riferimento mutevoli, anche noi, disorientati, sappiamo di essere sempre anche altro. La storia di John e John è anche la nostra, Belfast, attentati, il nazismo, la moda e la letteratura, la televisione. E nel dénouement finale, Carson con maestria lascia il testimone al lettore che, uscito dal labirinto, si trova più sperduto e insieme più definito: il mondo conosciuto non è nulla in confronto al conoscibile, l'universo è una limitazione.
A questo punto attingiamo dalle ultime uscite della Fratelli Frilli, la casa editrice genovese nata nel 2000 che, strada facendo, si è ritagliata uno spazio interessante nel mondo del noir nostrano. «Si tratta di un genere che per noi italiani - tiene a precisare Carlo, prima guida aziendale assieme al fratello Giacomo - risulta molto vicino al giallo. Un genere dove per certi versi l'indagine risulta secondaria rispetto alla narrazione, in quanto si privilegiano il ruolo e i profili dei protagonisti; dove le ambientazioni e il contesto regalano un peso alla storia; dove la trama induce a motivi di riflessione più profondi rispetto al giallo tradizionale...». Detto questo, da dove trovano supporto le pubblicazioni della Fratelli Frilli? «Dal meglio che troviamo su piazza o di quanto ci viene proposto, che analizziamo sempre con estrema attenzione. Come dire lavori legati sia alla penna di autori già collaudati che a quella di promettenti scrittori in cerca di visibilità. In ogni caso sempre a fronte di un impegno - arriviamo a valutare circa trecento manoscritti all'anno - volto a scovare storie originali, che siano raccontate con piacevole scorrevolezza, che si leggano d'un fiato e che, arrivati all'ultima pagina, lascino il lettore con il dolce in bocca». Un grosso impegno, si diceva, che ha portato questa casa editrice a pubblicare ultimamente fra i 50 e i 60 libri all'anno. «Sono stati 55 nel 2013, anche se negli anni precedenti eravamo arrivati a toccare i 100-120. Ma si trattava di ritmi difficili da sostenere a causa delle nostre limitate disponibilità di personale qualificato. Carenze che non ci consentivano di lavorare al meglio le opere e quindi promuoverle di conseguenza». Ma veniamo alla proposta che abbiamo riservato ai nostri lettori, ovvero Mariani allo specchio (pagg. 238, euro 14,90), un coinvolgente romanzo scritto dalla prolifica Maria Masella, che al suo attivo vanta oltre quaranta variegate uscite («Ho sempre desiderato scrivere, ma ho tenuto questa pressione sotto controllo per anni. Poi mi sono arresa...»). Un titolo che, ovviamente, si richiama al nome del protagonista, ovvero il commissario Antonio Mariani, già alla ribalta in altre cinque storie di successo pubblicate dalla Frilli, tanto da essere opzionate - così si vocifera - per la realizzazione di una serie televisiva. A titolo di cronaca, Maria Masella è nata a Genova il 10 febbraio 1948 ed è anche conosciuta sotto lo pseudonimo di Mary M. Riddle. Laureata in Matematica, ha insegnato per molti anni in un liceo scientifico, professione che ha poi abbandonato dopo essersi guadagnata gli onori della ribalta letteraria. A fronte di una carriera che ha avuto inizio con la pubblicazione di alcuni racconti di spionaggio nella collana Segretissimo di Mondadori (sette, per l'esattezza, apparsi a intervalli regolari e con gli apprezzamenti al seguito della compianta Laura Grimaldi), per poi cambiare genere. Approdando cioè al fantasy, al giallo e al rosa (lavori storici, questi ultimi, pubblicati da Mondadori). Detto ciò, ricordiamo che questa scrittrice, tradotta anche all'estero, ha partecipato varie volte al MystFest di Cattolica, risultando premiata nelle edizioni 1987 e 1988. Due suoi racconti sono stati poi finalisti al Premio Tolkien, mentre la giuria del ventottesimo Gran Giallo Città di Cattolica ha "segnalato" il suo racconto La parabola dei ciechi, che avrebbe trovato spazio nell'antologia Liguria in giallo e nero edita dalla Fratelli Frilli. A seguire produzione allargata a un libro via l'altro. Così, dopo la doppietta del 2012 (Per sapere la verità e Celtique. Mariani il passato ritorna, fra i vincitori della nona edizione dell'Azzeccagarbugli 2013), eccola in scena dallo scorso ottobre con Mariani allo specchio. Un lavoro che si nutre di una trama semplice, ma che poi tanto semplice non è. Al nostro commissario è stato infatti proposto un nuovo "delicato" lavoro con relativo avanzamento di carriera. Vorrebbe consultarsi con la moglie, ma lei è in Corsica, con le figlie, ospite di un cliente. E non è, il suo, discorso da farsi per telefono in quanto... Mariani dovrebbe andare quindi a trovarla, ma un omicidio lo trattiene a Genova. È stato infatti trovato il corpo di un uomo, privo di identità, non lontano da Ponte dei Mille. Pochi giorni dopo c'è un secondo omicidio: una donna uccisa nella sua casa in Val Bisagno. I due delitti, come logica narrativa vuole, si intrecciano e spingono il commissario a porsi parecchie domande. Che curiosamente finiscono per incidere su vecchie ferite, anche personali. Non è forse vero che nella vita si perdona, ma non si riesce mai a dimenticare?
Voltiamo pagina. Natale è passato ma la piacevolezza de Il canto di Natale (pagg. 302, euro 15,90), un mistery del 1939 firmato dall'inglese Clifford Witting (pubblicato per la prima volta in Italia), non mancherà di intrigare e coinvolgere il lettore. Come peraltro già successo con Ipotesi per un delitto, un lavoro a suo tempo approdato, sempre nella collana "I bassotti" (la piccola biblioteca del giallo da salvare voluta da Polillo), che vedeva già in scena l'ispettore Charlton, peraltro protagonista di diversi altri romanzi. Di cosa si tratta è presto detto. A Paulsfield, nel sud dell'Inghilterra, la domenica prima di Natale è in corso la tradizionale questua a beneficio di un ospedale del luogo. Mentre un gruppo di cantori si sposta da un angolo all'altro della cittadina intonando carole natalizie, due volontari passano di porta in porta a raccogliere qualche penny o, nei casi migliori, un paio di sterline. Tutto sembra filare liscio come al solito, sennonché, al termine della serata, uno dei due risulta scomparso insieme alla sua cassetta per le offerte. Thomas Vavasour - questo il suo nome - fa il commesso viaggiatore e potrebbe essere partito con grande urgenza per questioni di lavoro. L'uomo, però, non possiede un'automobile e il personale della stazione non lo ha visto salire su un treno quella sera. Perfino sua moglie pare essere all'oscuro dei motivi della sua partenza. Due giorni dopo la cassetta ricompare, vuota, in un parco della cittadina, ma di Vavasour non si hanno ancora notizie, salvo un biglietto ricevuto dalla moglie in cui lui le assicura che sarà di ritorno per Natale. E invece Vavasour non rincaserà mai più... Spetterà quindi all'ispettore Charlton far luce sul misterioso episodio. A titolo di cronaca, Witting era nato a Londra nel 1907 e lì aveva studiato, per poi lavorare 18 anni alla Lloyd Bank prima di andare in guerra e guadagnarsi i galloni di maresciallo. Il suo debutto nella narrativa risulta datato 1937, quando diede alle stampe Murder in Blue. Un lavoro apprezzato anche negli Stati Uniti, peraltro assieme al resto della sua produzione. Una produzione che gli sarebbe valsa anche la presenza fra i membri del prestigioso Detection Club di Londra a partire dal 1958, esattamente dieci anni prima della sua scomparsa.
A questo punto proseguiamo con una affermata coppia, quella composta dagli americani Douglas Preston & Lincoln Child, dei quali Rizzoli ha appena dato alle stampe il loro ultimo romanzo, Nel fuoco (pagg. 446, euro 18,50), a sua volta frutto dell'attento quanto approfondito lavoro di ricerca che li contraddistingue. Di certo ci troviamo ad avere a che fare con due belle penne, che eccellono nel campo dei techno-thriller e degli horror, che sanno come imbastire al meglio trame condite di mistero e di suspense, che intrigano e catturano il lettore dalla prima all'ultima pagina. Due scrittori peraltro dal variegato vissuto. Così Child, nato nel 1957 a Westport nel Connecticut, avrebbe iniziato a lavorare come assistente in una casa editoriale, sino a diventarne apprezzato editor. In seguito avrebbe voltato pagina, accasandosi presso una società di assicurazioni come analista di sistemi. Alcuni anni dopo la pubblicazione di Relic, datata 1990 e portata sul grande schermo nel 1997, si sarebbe infine dedicato alla scrittura a tempo pieno. A sua volta Preston, che è nato il 26 maggio 1956 a Cambridge, dal 1978 al 1985 ha lavorato come scrittore, editor e direttore editoriale per conto dell'American Museum of Natural History di New York, al quale ha dedicato il libro Dinosaurs in the Attic. An Excursion into the American Museum of Natural History. Nel 1986, a sorpresa, si trasferì nel Nuovo Messico per approfondire come fosse avvenuto il primo contatto tra gli europei e i nativi americani, ripercorrendo a cavallo le tracce della folle e infruttuosa spedizione di Francisco Vázquez de Coronado alla ricerca delle Sette città di Cibola. Il resoconto di quel viaggio di mille miglia sarebbe approdato nel libro Cities of Gold. A Journey across the American Southwest. A quel punto la sua anima inquieta lo avrebbe portato a viaggiare in chissà quante altre parti del mondo. Riuscendo a essere il primo occidentale a visitare uno dei templi perduti di Angkor in Cambogia e a entrare nella camera sepolcrale egizia conosciuta come KV5 nella Valle dei Re. Di certo un personaggio fuori dalle righe Preston, che annovera fra i suoi antenati la poetessa Emily Dickinson e - ma sarà poi vero? - il famigerato assassino e fumatore d'oppio Amasa Greenough. Lui che ha fra l'altro dato alle stampe, in collaborazione con il giornalista italiano Mario Spezi, il romanzo-inchiesta sul mostro di Firenze Dolci colline di sangue. Ma torniamo al dunque, ovvero a Nel fuoco, che prende spunto dagli scavi effettuati vicino al vecchio cimitero di Roaring Fork, un luogo di villeggiatura nel cuore delle Montagne Rocciose, dove dal 1858 al 1865 erano stati sepolti dei criminali giustiziati. Scavi che portano alla luce i corpi di un gruppo di minatori uccisi e divorati dagli orsi, che tuttavia non figurano nella documentazione agli atti. Ad analizzare quel che resta degli scheletri è, casualmente, un'aspirante detective, Corrie Swanson, una ex studentessa ribelle (che giocoforza ha dovuto abbandonare i capelli viola, i piercing, l'ombretto scuro e altri dettagli dark per adeguarsi alle regole del college) la quale beneficia dell'ombrello protettivo dell'agente dell'FBI Aloysius Pendergast, che ben presto, su sua richiesta, la raggiungerà. Di fatto quello che, a prima vista, rappresenterebbe un sopralluogo di routine ai lavori per dare vita a un nuovo ingresso della metropolitana, ben presto si trasforma in una scomoda indagine, di quelle che sembrano dare parecchio fastidio ai maggiorenti locali. Così i due si troveranno ben presto invischiati in tutt'altre faccende, in quanto coinvolti nelle malefatte di un piromane che colpisce di qua e di là, a prima vista senza una logica apparente. Ma «indagando più a fondo e sfruttando tecniche non sempre ortodosse, Pendergast scoprirà collegamenti inaspettati tra la storia di Roaring Fork e quella della letteratura, ritrovandosi sulle tracce - ma chi l'avrebbe mai immaginato? - di un manoscritto inedito di Sir Arthur Conan Doyle: un'avventura di Sherlock Holmes che potrebbe aiutare a far luce sulle indagini...». A conti fatti un lavoro incredibilmente fuorviante, con un prologo che si rifà a una storia vera, con sbalzi narrativi che intrigano e catturano all'insegna di una bugiarda semplicità. Insomma, un libro da non perdere.
In chiusura quello che non ti aspetti: un giallo storico d'autore, uscito a sorpresa dalla penna di Roberto Ivaldi, già approdato in libreria con un altro romanzo (La bottega della seta di Giò), ma soprattutto raffinata penna di storia romana e di Medioevo, oltre che esperto di colonialismo: e appunto su questo versante a lui più congeniale ha firmato diversi saggi, fra i quali Storia del colonialismo, La via delle Indie (la controversa e avventurosa storia del colonialismo da Vasco da Gama ai giorni nostri) e Le mura di Roma (un viaggio alla ricerca dell'itinerario completo di un monumento unico al mondo). Detto questo, diamo ora voce a Il mistero dei Còsmati (Exòrma, pagg. 250, euro 15,90), un giallo che si nutre di suspense e di erudizione, che si snoda fra finzione e realtà storica (peraltro ben documentata: così - a margine - curiosamente si apprende che il termine Còsmati rappresenta un'invenzione letteraria del diciannovesimo secolo) e che attinge a un vecchio mistero. Mistero che si rifà, a fronte di tanti tasselli a prima vista discordanti, a una inchiesta minuziosa che via via imboccherà la strada giusta sino ad arrivare alla verità. La vicenda, come da sinossi, si svolge per lo più a Roma tra il 1414 e il 1471 e vede coinvolti appunto i Còsmati, i più noti maestri marmorari del tempo. Protagonista è Braccio del Poggio, umanista di fama e filologo di origine toscana, diplomatico e segretario pontificio, ma anche abile e spregiudicato uomo d'affari che ha vissuto in ambienti internazionali. Ma anche un cacciatore di antichi e preziosi manoscritti che trascrive in segreto, per poi venderne le copie alle biblioteche del tempo dopo aver occultato gli originali. Ed è a lui che si presenta un giorno Luc'Antonio dei Mellini, discendente della confraternita dei marmorari, perseguitata da una lunga scia di morti inspiegabili. Ma chi ce l'ha con i magistri doctissimi e per quale motivo? Luc'Antonio reca con sé una misteriosa tavoletta di alabastro, la cui decifrazione pare essere legata alla soluzione dei presunti delitti e a un intrigo ancora più grande... Ma qual è il segreto di questa tavoletta? Come logica vuole sarà proprio Luc'Antonio a mettere Braccio del Poggio sulla giusta strada quando nel 1425 a Roma, cercando tra le carte lasciate dal nonno in una soffitta della chiesa di Santa Maria in Cosmedin, scopre un manoscritto anonimo dal titolo Historia magistrorum doctissimorum romanorum. Questa «Historia - annota Andrea Sartori - interessa duecento anni della dinastia dei Còsmati, compresi tra l'XI e il XIII secolo, e rivela che la confraternita è stata segnata da lutti misteriosi fin dalle sue origini. Da quando cioè Demetrio Anghelopulos venne incaricato da Desiderio, abate di Montecassino e futuro papa, di portare a Roma l'arte del mosaico bizantino e ridare vigore all'architettura religiosa della città, devastata dai Normanni...». Che dire: un lavoro di raffinata quanto garbata interpretazione, che ci riporta indietro nel tempo come si conviene, facendoci assaporare la vita in essere in quel periodo storico. Un romanzo che intriga e piacevolmente cattura, peraltro a fronte di ambientazioni, contesti (colpisce, tanto per citare, il mozzo di una ruota del carro che sta per spezzarsi in piena notte, e allora mica c'era il soccorso stradale...) nonché personaggi ruspanti, a pronta presa. Ferma restando una robusta leggibilità. Che è poi ciò che più conta.

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