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Se nel gioco perverso c'è la mano curiosa del cronista

Massimo Lugli torna a graffiare insieme agli spagnoli David Monteagudo e Alicia Giménez-Bartlett


14/01/2013

di Mauro Castelli


Uno stile asciutto, che coinvolge e appassiona; un linguaggio che non lascia nulla al caso; una grande attenzione per i dettagli che non manca di intrigare; una galleria di personaggi credibili e ben caratterizzati, con un colpevole che non è colpevole; una trama, a tratti pruriginosa, ben congegnata e condita di colpi di scena, pronti a rincorrersi nei meandri di una storia che si nutre di omicidi, torture, trasgressioni e giochi erotici. Anche perché, come ha scritto l'economista e saggista francese Jacques Attali, "all'uscita di ogni labirinto l'uomo troverà sempre nuovi labirinti da attraversare". E così anche in questo caso, dove dalle pratiche bondage (la sessualità estrema) ci si allarga al mondo della malavita d'oltreoceano, luogo deputato al mercato della droga. Il tutto supportato - ulteriore testimonianza dei progressi compiuti dalla nostra narrativa di settore - dalla mano calda del cronista, quella dell'inviato speciale della cronaca romana del quotidiano La Repubblica Massimo Lugli. Un autore con la faccia da duro, che ben si sposa con la sua passione per le arti marziali (le pratica sin da quando era ragazzino, tanto da proporsi oggi come istruttore di "tai ki kung"). Ma un duro di 58 anni, nativo della Capitale, più di facciata che per altro in quanto, conoscendolo, si capisce subito che in lui tiene banco anche una buona dose di umanità. "In realtà - tiene a precisare - sono stato portatore di un bel caratterino. Ma nel tempo ho cercato di smussare gli angoli, di diventare più accomodante. Guai se fossi rimasto il picchiatore di un tempo, quando fra i diciassette e i vent'anni, con una spranga in mano, ho fatto parte di due gruppi estremistici: quello che faceva capo a Mario Capanna e l'altro etichettato Stella Rossa". Lugli, si diceva, che ancora una volta, se mai ce ne fosse stato bisogno, conferma la sua abilità nel farsi largo nel sottobosco del perbenismo borghese, provocando e allo stesso tempo appassionando il lettore. Semmai riprendendo slancio ("Questa volta ho voluto privilegiare l'intreccio e puntare sul colpo di scena finale") dopo un breve periodo di appannamento, avendo saputo fare tesoro di un suggerimento: quello di "immergere il personaggio di Marco Corvino (il suo protagonista di riferimento) in ambienti decisamente torbidi" per insaporire nonché dare spessore al racconto. Ed è quanto ha fatto in Gioco perverso (Newton Compton, pagg. 412, euro 9,90), senza comunque perdere per strada l'innato gusto dell'ironia, il sorriso strappato fra le righe della storia, la capacità di coinvolgere, di farsi leggere tutto d'un fiato. Detto questo, spazio alla trama: una bella e ricca signora cinquantenne, che ha acchiappato l'allocco pieno di soldi e che "scopa tutte le sere, chi c'è c'è e il marito lascia correre, magari neanche l'aspetta", viene trovata morta nel proprio studio, sospesa al centro della stanza, strangolata, con le mani e i piedi legati da un lungo nastro di seta rossa. Indosso soltanto briciole di biancheria sexy e una parrucca bionda. Non ci vuole molto a capire che si è trattato di un gioco sadomaso finito male. Ma la cosa non convince Marco Corvino (un cronista inaffidabile, per sua stessa ammissione, che ci regala però sprazzi di vita vera in redazione: e in questo si sente molto il ruolo vero dell'autore) il quale, oltre a seguire le indagini della polizia, si metterà a indagare in proprio sul mondo del sesso estremo. Un mondo che lo porterà ben presto lontano, tanto più che il partner della vittima, a fronte di un eccesso di superficialità degli inquirenti, viene subito ritenuto colpevole. Caso chiuso, quindi? Nemmeno per sogno. Perché siamo soltanto agli inizi.
Voltiamo pagina, proponendo quello che non ti aspetti. Vale a dire un romanzo il cui titolo, anziché la Fine, rappresenta soltanto l'inizio, in quanto l'autore ha scritto dieci libri in otto anni, lasciandoli però nel cassetto sino a quando nel 2009 qualcuno si è reso conto del suo talento e lo ha "portato" in libreria. Un autore-operaio di quarant'anni che ci propone una specie di favola amara, condita di ombre e di ossessioni, attraverso "uno sguardo desolato sul mondo". Di certo lo spagnolo David Monteagudo non mancherà di sorprendere, a partire dal suo privato: vive infatti in un appartamentino di quaranta metri quadrati sommerso dai libri e si dà da fare in una fabbrica di confezionamento ("È un lavoro meccanico, un po' alienante, ma lascia un sacco di tempo per pensare"). E ancora oggi prosegue nel suo tran-tran quotidiano - da uomo concreto e con i piedi per terra qual è non si è infatti licenziato - nonostante sia stato baciato dal successo. Così come non manca di continuare a vivere all'insegna della riservatezza. Anche perché ritiene che Fine (Guanda, pagg. 344, euro 18,00), il suo romanzo, rappresenti più un punto di arrivo che di partenza. Una specie di approdo nel mondo del mistero e delle ossessioni, peraltro sorretto da una scrittura semplice quanto essenziale. A fronte di una trama a sua volta lineare, ma allo stesso tempo complessa, che si nutre dell'incontro, in un rifugio di montagna, di un gruppo di amici (portatori di fallimenti e delusioni) che non si vedevano da chissà quanto tempo. D'altra parte sono lì per onorare un'antica promessa. Ma all'appuntamento non c'è il più timido della compagnia mentre al mattino successivo, dopo che a mezzanotte gli apparecchi elettrici avevano smesso di funzionare, ne mancherà un altro all'appello. Sarà questa la prima di una serie di misteriose sparizioni che si porterà al seguito, mentre tutti si dannano l'anima in cerca di risposte, l'inquietante assenza di ogni traccia umana nella zona...
E spagnola è anche Alicia Giménez-Bartlett, autrice che non ha invece bisogno di presentazioni, in quanto da tempo sulla breccia con diversi lavori dedicati alla narrativa non di genere, saggi compresi, oltre che ben posizionata nei polizieschi-noir, romanzi conditi di dialoghi da commedia brillante, spruzzate di humor, ambientazioni "molto femminili", nonché personaggi variegati, a volte malinconici e frustrati, quasi sempre unici. Tutti, in ogni caso, a fare da corollario a quella prima donna che è Petra Delicado, l'affabile ispettrice della polizia di Barcellona con tanto di attributi al seguito, nonché al suo assistente, Fermin Garzón, a sua volta un uomo aspro e gentile al tempo stesso. Che altro dire di questa autrice? Che è nata ad Almanza il 10 giugno 1951; che si è laureata in letteratura e filologia moderna con un dottorato al seguito; che ha insegnato per 13 anni letteratura spagnola prima di dedicarsi unicamente alla scrittura; che nel 2011 ha vinto il Premio Nadal con un lavoro dedicato alla figura di Teresa Pla Meseguer, detta La Pastora, ermafrodito ed esponente della resistenza antifranchista (si tratta di Donde nadie te encuentre, ovvero Dove nessuno ti troverà secondo Sellerio); che alla "sua" Petra ha già dedicato dieci romanzi, l'ultimo dei quali è Gli onori di casa, anche questo, come gli altri, pubblicato da Sellerio (pagg. 512, euro 15,00). Di cosa si tratta? Di uno "spartito" che si rifà a un omicidio vecchio di cinque anni. Quello di un facoltoso imprenditore ucciso nel suo appartamento, luogo deputato alle scappatelle con giovanissime prostitute. Caso peraltro archiviato con una soluzione di comodo: la condanna del protettore della fringuella di turno, a sua volta implicata nella vicenda (la quale non manca però di accusare a spada tratta un italiano sparito nel nulla). E quando l'ancor giovane vedova del morto ammazzato riesce a far riaprire le indagini, Petra si butterà con entusiasmo nella mischia. "Tutti pensano - annota infatti al riguardo la protagonista - che l'intervento della polizia debba essere rapido, tempestivo, risolutivo, e che il sangue versato quanto prima si asciuga meglio è. E invece no, perché il passato non è territorio esclusivo di storici e poeti, ma appartiene anche a noi piedipiatti. Il crimine ha (infatti) la sua archeologia". Così basta togliere un poco di polvere dalle vecchie scartoffie "per rendersi conto di alcune incongruenze e rimettersi a indagare". Senza trascurare nulla, spulciando fra le motivazioni e i risvolti di una verità non facile da far affiorare. Il tutto a fronte di una "caccia" che parte da Barcellona per sbarcare ben presto a Roma, in quanto è lì che portano le tracce del fattaccio (d'altra parte l'autrice ama l'Italia, questo si sa, anche se con qualche scivolatina al seguito. Un esempio? "Di tutte le birre italiane quella che preferisco è la Moretti. Trovo buffissima l'etichetta. Un tizio col cappello e la faccia da mafioso. Strano che i fabbricanti abbiano scelto questa immagine"). E in Italia i "nostri" si troveranno ad avere a che fare con i loro alter ego nostrani. Un rapporto non facile, che consente di regalare al contesto maggiore incisività, se non ulteriori motivi di riflessione. In conclusione: ennesima riprova delle qualità di Alicia Giménez-Bartlett, che della semplicità narrativa, fresca quanto accattivante, sa fare virtù.
Di tutt'altra farina risulta invece impastato L'uomo sbagliato (Fazi, pagg. 594, euro 17,50), un thriller psicologico firmato nel 2006 dallo statunitense John Katzenbach, un autore tradotto in 21 Paesi e i cui lavori (sinora ne ha scritti una dozzina) sono stati in parte "regalati" con successo al grande schermo. Di certo una mano calda della narrativa di settore, peraltro legata alle sue esperienze giornalistiche che lo hanno visto parte attiva nel raccontare le vicende di cronaca nera sulle pagine del Miami Herald e del Miami News. Senza sottacere l'innata capacità  di Katzenbach nel fare sua la mente dei criminali, nel mutuarne subdolamente passaggi e comportamenti, ma anche nel gestire come si conviene le situazioni portandole al limite della drammatizzazione. In altre parole cosa può succedere a una piacevole studentessa di storia dell'arte che, complice qualche bicchierino di troppo, si trova fra le braccia - una botta e via - di un avvenente giovanotto conosciuto in un pub? Quello che non ti aspetti: che la poveretta finisca sotto assedio dell'apparente normalità di un pazzo, quanto mai abile nel trascinarla in una ossessiva ragnatela di violenze, dove ben presto resterà avviluppata anche la sua famiglia. Il tutto a fronte di minacce e menzogne che trovano spazio e nutrimento fra le pieghe della grande rete, ovvero internet. Detto questo, riuscirà la nostra fanciulla a reagire a un simile intrigo, quando ogni via d'uscita sembra sbarrata e il persecutore si propone come un avversario indecifrabile e senza scrupoli?
E ora largo a un debutto col botto: quello di Mark Roberts, nato a Liverpool nel 1961 (quindi non più un giovincello di primo pelo), dove ha insegnato in una scuola superiore "prestando particolare attenzione ai ragazzi con problemi di approfondimento". Un debutto vincente, si diceva: non a caso Il giorno del sacrificio (Nord, pagg. 322, euro 16,90), poco tempo dopo essere stato proposto agli editori dal suo agente letterario, è stato venduto per una uscita in contemporanea, oltre che in Inghilterra (dove sono già stati acquistati i diritti del suo prossimo romanzo), negli Stati Uniti, in Germania, in Olanda e in Italia. D'altra parte non c'è da stupirsi: Roberts si propone infatti come una penna innovativa nel campo dei thriller, abile com'è, a fronte di un ritmo incalzante, innovativo e al tempo stesso inquietante, nel dare corpo e spessore a personaggi ambigui e sfuggenti, condendoli con "sfumature di occultismo". Per contro in scena ci si deve confrontare con quattro donne rapite, tenute prigioniere, barbaramente uccise e fatte ritrovare nel centro di Londra (e mai un indizio che sia un indizio sulla scena del crimine a supportare i lavori di indagine, anche se i delitti seguono sempre uno stesso schema). A tenere banco, inoltre, c'è anche un sacerdote, il quale si rende conto che l'assassino si rifà a un macabro rituale di vecchia data che prevedeva il sacrificio di sei donne, rituale da portare a termine a qualsiasi costo. Incaricato delle indagini è un disincantato detective il quale, strada facendo e dopo averne mandate giù tante, riuscirà a capirci qualcosa. Il che gli consentirà di agire a modo suo contro... l'oscurità.    
A questo punto, tornando al made in Italy, proseguiamo con Alessia Gazzola la quale, dopo il successo ottenuto lo scorso anno con L'allieva, bissato da Un segreto non è per sempre, si ripropone con Sindrome da cuore in sospeso (Longanesi, pagg. 144, euro 11,60), romanzo nel quale racconta in che modo la protagonista dei due precedenti lavori, Alice Allevi, si sia avvicinata alla medicina legale. Niente di nuovo sotto il sole, in quanto la giovane autrice messinese (nata nel 1982 e tanto precoce da dichiarare, con una certa esagerazione, di aver scritto il suo primo romanzo a soli cinque anni e da allora di non essersi più fermata) è un medico chirurgo con specializzazione appunto in medicina legale. Le viene pertanto facile proporsi per interposta persona, proiettando il suo alter ego - c'è da supporre - nei meandri della fantasia. Così ecco la giovane Alice, mentre si sta ancora chiedendo quale strada debba seguire, trovarsi a far di conto, in famiglia, con il brutale omicidio di una giovane badante russa. La qual cosa le spianerà la strada verso una specializzazione che la lasciava dubbiosa, complice una sbandata per un collega che incontra sul luogo del delitto, tanto bello quanto scostante, nonché un corollario di quotidiano rappresentato da una saggia nonna e da una coinquilina giapponese che parla come un cartone animato e che le richiede "qualche piccolo sacrificio di adattamento". Tirate le somme: un lavoro che si nutre di un racconto garbato pronto a rapportarsi con una piacevole freschezza narrativa. Sufficienza meritata, quindi, in attesa comunque, visto che la stoffa c'è, di ulteriori margini di miglioramento. Magari allargando gli orizzonti in termini di intrecci, suspense e caratterizzazioni.
Altro giro, altra penna in salsa tricolore: quella di Roberto Riccardi, colonnello dell'Arma, per la quale dirige la rivista Il Carabiniere. Barese per nascita ma oggi di stanza a Roma, Riccardi ha lavorato per anni - riprendiamo dalle sue note biografiche - in Sicilia e in Calabria, per poi comandare la Sezione antidroga del Nucleo investigativo della Capitale, svolgendo indagini a livello internazionale. Dopo aver esordito nella narrativa con un lavoro imbastito su un sopravvissuto ad Auschwitz (Sono stato un numero), in quello stesso anno (il 2009) è sbarcato nel filone dei thriller con Legame di sangue, i cui personaggi si ritroveranno nei Condannati. E ora eccolo di nuova in libreria con Undercover. Niente è come sembra (Edizioni e/o, pagg. 220, euro 16,00). Una storia di fantasia che sembra vera, in quanto raccontata con tutti i santi crismi di uno che se ne intende. La trama? Semplice quanto intrigante. Due ragazzi crescono insieme in un paesino dell'Aspromonte, sin quando le loro strade si dividono: uno diventerà infatti un undercover (agente infiltrato) della direzione antidroga, l'altro finirà a far parte degli esponenti di spicco di una cosca dedita al traffico di stupefacenti. In altre parole finiranno per confrontarsi, nel linguaggio malavitoso, il coltello e la chiave, l'Onorata società e lo Stato. E poi a seguire, nemmeno a dirlo, gli sviluppi di una storia ricca di colpi di scena, con passaggi inediti su tutto quanto riguarda il mondo della droga. Con personaggi che hanno "molta paura. D'invecchiare e di non riuscire a farlo, di morire e soprattutto di vivere". In buona sostanza ci troviamo di fronte a un romanzo ben strutturato, altrettanto ben scritto, che coinvolge dall'inizio alla fine.
In chiusura le dovute scuse ai lettori di questa rubrica, in quanto forse eccessiva in termini di lunghezza. Magari rifacendoci a Mark Twain il quale, a proposito di una lettera scritta a un amico, si giustificò in questo modo: "Mi spiace che sia così lunga, ma non ho avuto il tempo di accorciarla".

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