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Molti i pettegolezzi, ma Niente lacrime per la signorina Olga

Stupisce la freschezza narrativa di Elda Lanza, mentre Grisham si conferma, Smith emoziona e Loevenbruck intriga


11/02/2013

di Mauro Castelli


Si può, a ottantotto anni suonati, avere ancora la freschezza narrativa di un ventenne? Lei che ha visto nascere la televisione e che ne è uscita con elegante discrezione; lei figlia della migliore borghesia milanese ("Mio padre suonava, dipingeva, viaggiava e parlava quattro lingue; mia madre era invece un'aristocratica repressa"); lei che ha studiato in collegi al top, come quello delle Dames des Anglais di Ginevra o il Collegio Reale delle Fanciulle di Milano, per poi seguire Sociologia alla Sorbona di Parigi, sotto la guida di un certo Jean-Paul Sartre; lei che in gioventù ha lavorato presso una gioielleria di via Monte Napoleone, per poi mettersi a scrivere novelle, sceneggiati e tenere una rubrica di arredamento su un settimanale; lei che ha sempre saputo ascoltare per poter imparare; lei che era stata scelta, dopo quattordici provini, come primo volto, insieme a quello di Fulvia Colombo, della televisione italiana ("Ero spigliata, ma non ero una bellezza sfolgorante. In compenso sapevo parlare"); lei che ben presto avrebbe affrontato generi variegati, trattando i temi della moda, della cucina, della politica e anche del teatro, in abbinata ad attori che sarebbero diventati famosi ("In soli due anni le mie trasmissioni - quando rimasi incinta dovetti infatti lasciare, anche se sarei tornata alcuni anni dopo per presentare Avventure in libreria - influirono, eccome, sulle abitudini degli italiani"); lei che in gioventù era stata femminista militante, così come aveva voluto abbracciare la politica tanto da candidarsi, in seguito, nelle fila del Partito Socialista ("In Tv allora comandavano i democristiani, ma io non ebbi mai noie per le mie scelte"); lei che legge ancora molto ("Ho avuto la fortuna di crescere in una casa piena di libri"); lei che, a sorpresa, millanta il piacere di vivere con uno stesso uomo da oltre 64 anni ("Mi impegna ancora la testa e il cuore"). Lei, lei, lei. Ovvero Elda Lanza, nata a Milano il 5 ottobre 1924, giornalista, romanziera, esperta di galateo e di comunicazione, docente di storia del costume, oltre che appassionata di tecnologia ("Guardo poco la televisione in quanto di solito, nelle ore buone, sto al computer a scrivere o a navigare su internet"). E ora, questa instancabile signora, eccola anche nelle vesti di giallista grazie al debutto, alcuni mesi fa, con Niente lacrime per la signorina Olga (Salani, pagg. 414, euro 15,00), libro ben presto andato esaurito e ora ristampato, che ha avuto l'apprezzamento, tanto per citare, di Umberto Eco e Marco Vichi. Un romanzo che le è costato più di un anno di lavoro ("Sono veloce a scrivere e non faccio molte correzioni, ma è stata la ricerca della documentazione a farmi perdere un sacco di tempo"). Così, visto il successo, poteva mancare il bis? Eccola quindi in dirittura d'arrivo con Il matto affogato, la cui uscita è prevista a maggio. Ma torniamo al presente e alla... signorina Olga. Oltre che a un commissario, Max Gilardi, pronto a sostenere che le persone non sono quasi mai quelle che sembrano, vicini di casa compresi. Insomma, un investigatore tanto smaliziato quanto affascinante, inquieto, orgoglioso e per di più per la prima volta innamorato; un poliziotto sempre alle prese con fatti e fattacci quotidiani, che si muove come meglio non si può nel grigiore della periferia milanese. Quella ad esempio dove viene trovata morta, nella sua mansarda del quarto piano (con l'ascensore che arriva soltanto al terzo), l'ottantenne signorina Olga Giannini. Con una fune intorno al collo. E quando al commissario viene detto che hanno ammazzato una vecchia (ma alla signorina Olga questa espressione non sarebbe certo piaciuta) si mette subito in pista. Con alcuni interrogativi a frullargli per la testa: chi avrà mai ucciso questa donna misteriosa, approdata in quel condominio nove anni prima all'insegna della discrezione? E poi perché soltanto ora si scatenano i pettegolezzi del vicinato? Infine, è forse possibile che la poveretta abbia custodito per chissà quanto tempo uno spiazzante segreto? Leggere per arrivare alla verità, seguendo le tracce di un quadro rubato. E in ogni caso sarà un bel leggere.
Dal dovuto omaggio a una scrittrice non più giovanissima (in questo caso gli anni rappresentano però un valore aggiunto) a una conferma che non ha bisogno di conferme: quella di John Grisham, l'autore che con i suoi 30 legal thriller (più un saggio e tre romanzi per ragazzi) ha venduto la bellezza di 260 milioni di copie. Un ex avvocato di appena 56 anni (li ha compiuti lo scorso 8 febbraio) che "non ama i giudici, i pubblici ministeri, i direttori delle prigioni e l'intero sistema giudiziario americano". Uno scrittore le cui trame rappresentano l'ideale per la trasposizione cinematografica (sul grande schermo ne sono già approdati undici, fra i quali Il socio, L'uomo della pioggia, Il cliente e Il rapporto Pelikan). Un gentiluomo - alto, elegante e dagli occhi azzurri - che ha esercitato la professione forense per una decina d'anni abbinandola a quella politica con i democratici. Uno scrittore che (sulla scia emulativa di Mark Twain e John Steinbeck, i suoi autori preferiti) ha debuttato nel 1988 con Il momento di uccidere, forte di una tiratura di appena 5.000 copie dopo che questo romanzo era stato rifiutato da diversi editori. Un numero uno che torna in libreria con L'ex avvocato (Mondadori, pagg. 366, euro 20,00), storia dell'omicidio di un giudice federale, il cui corpo viene trovato nel suo cottage sul lago assieme al cadavere della sua segretaria. Indizi? Zero. Cassaforte aperta e svuotata, nessuna impronta, nessun segno di scasso o di colluttazione. L'FBI brancola nel buio. Ma c'è chi, pur non conoscendolo, sa chi è stato e cosa è realmente successo: un ex avvocato di colore radiato dall'albo, che si trova in carcere in quanto coinvolto in una vicenda di riciclaggio. Ma tutto ha un prezzo e niente è come sembra... Come al solito Grisham riesce, partendo da un canovaccio a prima vista semplice, a intrigare e a mescolare sapientemente realtà e finzione. Ben sapendo coinvolgere, sorprendere e appassionare il lettore al quale, nemmeno a ricordarlo, regalerà l'inaspettato colpo di scena finale.
A seguire un altro re delle classifiche. Ovvero Wilbur (Addison) Smith, incontrastato monarca nel campo dell'avventura e dell'azione, nato il 9 gennaio 1933 nella Rhodesia del Nord (l'attuale Zambia), cresciuto in Sudafrica e attualmente cittadino londinese. I suoi 33 romanzi hanno venduto 122 milioni di copie in 36 Paesi, 23 dei quali nella sola Italia. Non a caso si propone come l'autore straniero più apprezzato dai nostri connazionali per la carica adrenalinica con la quale nutre i suoi lavori. A titolo di cronaca, Smith aveva debuttato, quando aveva 31 anni, con Il destino del leone. E fu un debutto felice, la qual cosa lo portò a dedicarsi unicamente alla scrittura. Sta di fatto che da allora in poi non si sarebbe più fermato e non avrebbe mai deluso. Che altro? A tenere banco nella sua vasta produzione - lui singolare personaggio, che si è sposato quattro volte e ha avuto tre figli - sono principalmente i lavori dedicati ai cicli dei Courteney navigatori, dei Courteney d'Africa, dei Ballantyne e dei romanzi egizi. E ora, al traino de La legge del deserto, ecco approdare in libreria Vendetta di sangue (Longanesi, pagg. 510, euro 19,90), l'ennesimo colpo vincente. Forte di una trama che si nutre dell'odio e del dolore di un uomo che ha perso la compagna che stava per dargli una figlia (l'hanno uccisa, ma la piccola si è salvata). Sarà così la forza della disperazione a portarlo a riunire la squadra di un tempo, i membri della Cross Bow Security, per tornare nella terra del nemico e combattere la Bestia, in altre parole il gruppo di terroristi che credeva di aver sconfitto. Tuttavia gli basterà poco per rendersi conto delle diverse facce dell'avversario, ma anche dei molti segreti di famiglia che la donna che amava non gli aveva mai confessato. Detto questo... Detto questo, buona lettura a tutti.
Voltiamo pagina per tornare indietro nel tempo. Esattamente a Parigi, nell'anno del Signore 1313, dove vive un misterioso uomo senza famiglia, conosciuto come lo Speziale, considerato dalla gente che conta come il numero uno nel preparare pozioni, unguenti e rimedi. E appunto Il segreto dello speziale (Rizzoli, pagg. 772, euro 19,00) è il diciottesimo lavoro - fra thriller, romanzi d'avventura e fantasy - uscito dalla penna di Henri Loevenbruck. Uno scrittore da copertina in Francia (è fra l'altro tradotto in quindici lingue), anche perché cantante e compositore di successo. Insomma, un eclettico personaggio, che ci accompagna in un appassionante viaggio nel Medioevo, a fronte di una trama tanto ben costruita quanto ben ambientata ("Mi è costata oltre due anni di lavoro - sono parole dell'autore - ma il risultato mi ha certamente ripagato). In effetti si sente, eccome, il robusto lavoro di documentazione. Che altro dire di questo autore? Che è nato sotto la Tour Eiffel il 21 marzo 1972, che ha inizialmente portato avanti le sue passioni (quella per il giornalismo e l'altra, appunto, per la musica), che a 26 anni ha pubblicato il suo primo romanzo sotto lo pseudonimo di Philippe Machine. E per quanto riguarda Il segreto dello speziale? Una storia che si nutre del quotidiano di un uomo di scienza bloccato dall'Inquisizione, il quale un bel giorno scopre, dietro una porta mai notata prima, una stanza vuota e in perfetto ordine. Partirà così da quest'ultimo mistero un lungo viaggio in cerca di risposte, nel corso del quale lo speziale si imbatterà in un libro, antico quanto pericoloso, che forse non è mai esistito. Detto questo, il giudizio: un piacevole malloppone che intriga e si legge d'un fiato. Cosa chiedere di più a uno scrittore?
A questo punto, visto che siamo in Francia, restiamoci. Seppure tornando ai giorni nostri e con una storia firmata da una strana quanto collaudata coppia. Quella composta dal ligure di Albenga Maurizio Lanteri (l'allodola che scrive al mattino) e dalla lombarda di Varese Lilli Luini (la civetta che crea dopo il tramonto). Perché strana? Intanto perché lui, un medico chirurgo specializzato in pediatria, ama il mare, la natura e odia la città; mentre lei, laureata alla Statale di Milano con una tesi in Sociologia sulla Scuola di psicoterapia di Palo Alto in California, va in brodo di giuggiole per il caos delle metropoli pur abitando sul Lago Maggiore. Ma anche strana per il fatto di essersi conosciuti dieci anni fa sul web, quando lui aveva da poco pubblicato i suoi primi due thriller (Io ti cerco, seguito a ruota da La notte del Caprano), mentre lei si dava da fare come editor per un sito di scrittori esordienti e a sua volta aveva iniziato da poco a scrivere in proprio (oggi, per contro, si dà da fare anche in campo finanziario). Fu così che in quell'ormai lontano 2003 Maurizio propose a Lilli un progetto a quattro mani, seguito da otto mesi di dispute condite di spassose discussioni. Peraltro senza che i due mai si incontrassero. Risultato? La decisione di proseguire la strada insieme, che si sarebbe tradotta nella pubblicazione di diversi lavori, come La casa del priore nel 2006, Non tornare a Mameson l'anno successivo in abbinata alla raccolta di racconti La contessa del campo dei fiori, oppure La forgia del diavolo nel 2009 e il più recente Bruja, termine che sulla "u" vorrebbe una dieresi (ma come diavolo si fa a metterla se non sei un tecnico?) e in dialetto ligure significa brucia, mentre in spagnolo vuol dire invece strega. E ora eccoli nuovamente in scena, grazie ai tipi della Nord, con La cappella dei Penitenti Grigi (pagg. 436, euro 16,90). Un romanzo nato dalla comune passione per la Camargue (almeno una affinità a quanto pare fra i due esiste), dove appunto si trova la cappella che ha dato il titolo al libro. "Un luogo - tengono a precisare gli interessati - che ha colpito, per i suoi contrasti, la nostra immaginazione fin dalla prima visita ad Aigues-Mortes. Non bastasse, la confraternita dei Penitenti Grigi esiste realmente, benché i segreti svelati nel libro siano frutto della nostra immaginazione". Detto questo, di cosa si nutre la trama del libro? Di una giornalista parigina uccisa; di una ricercatrice della Sorbona sospettata; di una città ricca di storia e di segreti; di una confraternita che nasconde un oscuro passato; di una serie di morti ammazzati; di una spasmodica quanto rischiosa ricerca della verità. Insomma, ce n'è abbastanza per togliersi lo sfizio. Che altro dire: si tratta di un ottimo lavoro, anche se sarebbe opportuno non scomodare (si veda la quarta di copertina) scrittori del calibro di Glenn Cooper, James Rollins e James Patterson per definirlo misterioso, emozionante e avvincente. Lo è. Punto e basta.
In chiusura, quasi una sorpresa per i lettori italiani, note dedicate a una "penna" austriaca, che è nata nell'agosto 1968 a Vienna, assicura di aver iniziato a scrivere quando aveva appena sei-sette anni, ha lavorato come editor in una casa editrice di medicina, ama la fotografia e la musica, vive con un compagno e una figlia. Ovvero Ursula Poznanski, che dopo aver debuttato con un libro dedicato ai ragazzi (Erebos) non si è più fermata, peraltro diversificando anche su temi di tutt'altro genere. Così oggi eccola in libreria con una storia che brucia adrenalina. Un concentrato noir che lascia con il fiato sospeso dalla prima all'ultima pagina e che, a fronte di un incipit mozzafiato, si abbevera all'omicidio di una donna nei pressi di Salisburgo alla quale, sulle piante dei piedi, sono state tatuate delle coordinate geografiche. "Coordinate che rimandano a un luogo dove è nascosto un macabro reperto: una scatola contenente una mano mozzata e un foglietto". E questo, naturalmente, è soltanto l'inizio, in quanto strada facendo il canovaccio si nutrirà di una lunga serie di omicidi, senza alcun nesso apparente fra loro, con l'assassino a cercare di "pilotare", in un drammatico puzzle di morte, i due "sbirri" che si occupano delle indagini. Tutto questo e molto altro ancora in Cinque (Corbaccio, pagg. 402, euro 16,40). E Cinque, che nella grafica di copertina diventa 5, si propone come un thriller di avida lettura, imprevedibile e deviante, duro e crudo quanto basta.

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