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Suicidi od omicidi? Troppi incubi di morte in quel di Cambridge

Sharon Bolton fa tremare, intrigando, le segrete stanze del prestigioso ateneo. A seguire i lavori di Percy, Banville, Santamaria, Margiotta e Wynne


30/09/2013

di Mauro Castelli


Da qualche tempo a questa parte (ma, se vogliamo guardar bene, la storia si ripete da chissà quanto) la paludata Università di Cambridge, uno dei templi del sapere inglese (leggenda vuole che sia stata fondata da alcuni studenti nel 1209), si propone come il palcoscenico ideale per imbastire brutte storie di delitti. Con le donne a giocare il ruolo di prime attrici, come nel caso dell'ormai affermata Sharon (J.) Bolton, della quale Mondadori ha dato alle stampe Incubi di morte (pagg. 388, euro 15,90), un lavoro che prende spunto da alcuni casi di suicidio avvenuti negli ultimi anni appunto in questo ateneo. Suicidi dei quali l'autrice ha comunque ammesso, sia pure a fronte delle ricerche effettuate, di non essere venuta a conoscenza dei reali dettagli. Quindi la verosimiglianza fra quanto è accaduto e quanto scritto - la Bolton mette prudentemente le mani avanti - risulta puramente casuale. Detto questo, ricordiamo che la nostra "firma" - prima di tre figli e con il sogno nel cassetto di diventare un'attrice - è nata nel Lancashire qualche tempo fa (alle signore non si chiedono mai gli anni) e che ha lavorato nel marketing e nelle pubbliche relazioni per poi dedicarsi a tempo pieno al settore Educazione presso la Warwick University. Dove ha peraltro incontrato Andrew, l'uomo che sarebbe diventato suo marito e dal quale ha avuto un figlio. Con l'allegra famigliola che ora vive in un villaggio delle Chiltern Hills, non lontano da Oxford. Precisiamo inoltre che la Bolton ha esordito nel nostro Paese con Sacrificio (era il 2008), cui sono seguiti Il risveglio nel 2009 (vincitore del Mary Higgins Clark Award), Raccolto di sangue (2011) e Ora mi vedi (2012). Tutti pubblicati da Mondadori. E per quanto riguarda la trama di questo thriller? Come accennato la location è rappresentata dall'Università di Cambridge, dove avviene una lunga serie di sospetti suicidi sui quali si mette a indagare Scotland Yard. O meglio, per la discrezione che merita il paludato luogo, a entrare in scena (ed è un gradito ritorno) è l'agente Lacey Flint che, sotto copertura, dovrà interpretare il ruolo di una ragazza che riprende gli studi dopo un esaurimento nervoso. Stando a contatto con le compagne delle vittime, Lacey verrà ben presto a scoprire che tutte soffrivano di depressione, stati d'ansia, disturbi del sonno e incubi. Fermo restando che alcune sembravano addirittura drogate ed erano sparite per giorni senza ricordare dove fossero state. Ma di cosa si stavano preoccupando? C'era forse qualcuno che le stava spiando, tormentando o che altro? Sta di fatto che la nostra intraprendente "eroina", supportata da una professoressa di psicologia che aveva avuto in cura le vittime, inizia piano piano a far breccia nei segreti di questa terribile vicenda, "rischiando a sua volta di venire risucchiata in un vortice di terrore e distruzione". Ma fortunatamente riuscirà, come logica narrativa vuole, a cavarsela. Che altro? Ben giocato sull'introspezione psicologica, questo romanzo si avvale di una ambientazione da manuale, di una buona dose di suspense e di personaggi che lasciano il segno, ferme restando le atmosfere cupe e inquietanti del luogo e che, in quanto tali, si propongono drammaticamente coinvolgenti.
Proseguiamo con un autore, il giovane americano Benjamin Percy (è infatti nato nel 1979 a Eugene, nell'Oregon), che al suo secondo romanzo (aveva debuttato con The Wilding) alcuni critici hanno voluto accostare, pur a fronte di una evidente forzatura per regalargli spessore, al grande Stephen King. Tuttavia, anche se in effetti il giovanotto non si identifica nell'alter ego di questo mostro sacro, di certo si propone come una penna duttile ed efficace, portatore di una prosa che cattura, che crea adrenalina pura nel lettore. Una penna peraltro dalle intuizioni brillanti; dalla scorrevolezza narrativa sorprendente; dalla fantasia galoppante, che viaggia a sorpresa fra realtà e angolature fuori dal mondo con il risultato di emozionare e al tempo stesso turbare. In effetti è di questo inquietante status che si nutre Il rosso della luna (Sperling & Kupfer, pagg. 552, euro 18,90), in abbinata a uno spiccato taglio cinematografico. Tanto è vero che i diritti per il grande schermo sono già stati ceduti al Gruppo Gotham, ovvero ai produttori di "Abduction". Ma dove si abbevera questa storia? A una normalità sorretta dall'imprevisto e dall'imprevedibile. Con un ragazzino a prima vista come tutti gli altri "fino al giorno in cui sbarca da un aereo come unico superstite"; con una adolescente che si rende conto di essere diversa quando gli agenti del Governo fanno irruzione nella sua casa ammazzando i genitori (forse perché un telecomando nero viene scambiato per una pistola) e lei capisce che - ricorrendo a una delle sue rare quanto dolorose trasformazioni - se la deve dare a (quattro) gambe levate; con un governatore che rappresenta la gente vera in quanto si è fatto dal nulla, il quale ha giurato di proteggere i cittadini dal "male" che serpeggia fra loro, finendo però per diventare la controparte negativa che ha deciso di combattere. Il tutto a fronte di un preoccupante divenire: come opporsi alla "minaccia", sinora controllata a stento dalle autorità, quando si avvicina la notte della luna rossa, dalla quale potrebbe emergere un mondo nuovo?
Sorprendente, come da tempo ci ha abituato, anche il romanzo dell'irlandese John Banville, Il buon informatore (pagg. 174, euro 15,00), che Guanda ha pubblicato con quasi cinque anni di ritardo rispetto alla prima apparizione in libreria e che, a nostra volta, recuperiamo con colpevole ritardo. Ma ne vale la pena. In quanto ci troviamo ad avere a che fare con un prolifico autore (al suo attivo una antologia di racconti, 27 romanzi introspettivi quanto raffinati - cinque dei quali scritti sotto lo pseudonimo di Benjamin Black - e sei opere teatrali) del quale uno che se ne intende come Don DeLillo non ha mancato di tessere le lodi: «Una scrittura limpida e tagliente come una lama... Un talento quasi feroce nel leggere l'anima degli uomini».  Banville si diceva, nato a Wexford l'8 dicembre 1945 da un addetto a un garage e da una casalinga: una famiglia come tante altre, ma con il dono della narrativa nel DNA. Non a caso anche il fratello Vincent e la sorella Vonnie sono a loro volta scrittori. Lui che non ha frequentato l'università e che inizialmente si è dato da fare come impiegato alla Aer Lingus, per poi proporsi come giornalista prima all'Irish Press e successivamente all'Irish Times,  testata lasciata - visto che aveva bisogno di quattrini - a fronte di una sostanziosa buonuscita. Lui che si sarebbe sposato con Janet Dunham, conosciuta nel 1968 durante un suo soggiorno a San Francisco e dalla quale avrebbe divorziato (una compagna di viaggio che sul suo modo di lavorare ebbe a dire: «Mentre scriveva sembrava un assassino che ritorna da un omicidio particolarmente brutale»). Lui che si è schierato a difesa degli animali e contro la vivisezione. Lui che si è fatto portavoce di una prosa precisa e fredda, spesso condita di un umorismo nero e malizioso. Lui che aveva debuttato nel 1970 con Long Lankin e che da allora in poi non si sarebbe più fermato, facendo centri a ripetizione. Come nel nostro caso, a fronte di una storia imbastita su un grande inviato di guerra finito all'angolo, con una moglie troppo perfetta per essere credibile, oltre al peso di un figliastro paranoico e al diversivo, ci mancherebbe, di una amante. Un giornalista che dall'Irlanda si trasferisce a New York, dove non ce la fa a rifiutare un milione di dollari per scrivere la biografia del suocero, un riccone con un passato nella CIA e trascorsi non proprio limpidi. Sta di fatto che, come logica vuole, mentre il nostro uomo si sta documentando con l'aiuto (per risparmiare fatica) di un informatore, ci scappa il morto. Un omicidio che stranamente rimanda a una morte misteriosa avvenuta vent'anni prima e che si porta al seguito l'arma del ricatto. Ricatto che lo porterà a indagare sul torbido passato della famiglia della moglie e a scoprire che...
Voltiamo pagina con un thriller "partenopeo" imparentato con l'horror, peraltro condito di elementi soprannaturali. Dove a tenere banco sono la rabbia, il dolore, la frustrazione, la vendetta. E, ci mancherebbe, anche l'indagine. Peraltro anomala, fuori dagli schemi. Con in scena il capo del reparto investigativo anticrimine di Napoli, Maurizio Campobasso, un poliziotto alle prese con il male e la "sfortuna" (oltre che a essere accoltellato a una coscia, nello stesso agguato che costerà la vita a quattro agenti perderà anche un occhio) il quale decide di farsi giustizia da solo. Perché è disposto a tutto, anche a dimettersi dalla polizia vista la perdita di fiducia nelle istituzioni, pur di vendicare il brutale omicidio (un'esecuzione in piena regola, secondo gli inquirenti) della giovane figlia, in abbinata a quella dei colleghi. Morti che forse sono collegate fra loro. Così eccolo agire come un giustiziere solitario guidato da oscure intuizioni, tanto misteriose quanto infallibili. Il romanzo di cui stiamo parlando è Io vi vedo (Tre60, pagg. 360, euro 9,90), firmato dalla giornalista (e ovviamente scrittrice) Simonetta Santamaria, che a suo dire attinge fondi di verità nel tratteggiare i suoi protagonisti, "vampirizzando" nomi, cognomi e professioni degli amici più cari. Di certo un bel tipo questa donna, che vive e lavora a Napoli; che adora Stephen King senza comunque perdonargli nulla; che non manca di criticare, nella narrativa di settore, la preponderanza maschile; che ama agghindarsi, tanto per dare spessore al suo personaggio, con teschi e bracciali gotici; che alle sue storie tiene a regalare una cornice partenopea con tanto di gatto fra le righe (anzi due, nel nostro caso), in quanto i gatti rappresentano una costante delle sue trame. Sposata con due figli («Una famiglia, la mia, davvero tollerante, visto che quando scrivo mi isolo e perdo la cognizione del tempo e della cena... Ma si tratta di una contropartita, dal momento che in passato ho dato loro davvero tanto, e non ho quindi sensi di colpa»), Simonetta Santamaria ammette di avere abbozzato la sua prima storia a 14 anni, per poi virare di rotta strada facendo. La qual cosa l'avrebbe portata a vincere il Premio Lovecraft 2005 e il Fantastique 2010 nell'ambito del Fantasy Horror Award. Che altro? Da segnalare, fra i suoi lavori, un'antologia di racconti (Donne in noir), il romanzo Dove il silenzio muore e due saggi: Vampiri - Da Dracula e Twilight e Licantropi - I figli della luna.
Da un'autrice napoletana a un autore siciliano (è infatti nato a Palermo nel 1964), ovvero Salvatore Margiotta, una laurea in Farmacia, una grande passione per le arti grafiche e figurative e un mestiere che di questi tempi merita attenzione e rispetto, ovvero quello dell'imprenditore in campo chimico. Non più giovanissimo, ci mancherebbe, in quanto narratore debuttante con La stirpe dell'Apocalisse (Cairo, pagg. 318, euro 15,00), che con questo suo primo lavoro si guadagna una sufficienza abbondante. Lui che è riuscito a imbastire - a fronte di un incipit che intriga e coinvolge lasciando subito spazio all'immaginazione - un romanzo ricco di suspense e di idee, che si dipana fra New York e Dresda, a fronte di un viaggio nel tempo e nella storia che non mancherà di far riflettere. Più in particolare la trama è legata alla inquietante sparizione di diversi neonati, nel nostro caso della Grande Mela, sulle quali, partendo dalla sparizione di un maschietto caucasico di due giorni al North General Hospital, indagherà l'ispettore di polizia Frank Camarda. Un tipo eccentrico che, accasato in un box in alluminio e vetro della Centrale (ufficio dal vissuto segnato da orribili veneziane sbrindellate), fuma Camel morbide a ripetizione e ha un debole per i Chupa Chups in quanto, "fra sonori risucchi", lo aiutano a pensare. Fermo restando il suo fidato jack russell che al mattino lo sveglia leccandogli la faccia. E sarà proprio Camarda, dopo aver scoperto la via di fuga utilizzata per il rapimento, a rendersi conto di come questa brutta faccenda sia solo la punta di un iceberg. Perché, facendo ricerche, scoprirà il numero esorbitante di bambini scomparsi per i più svariati motivi, dei quali non si è avuta più traccia (traffico di essere umani, accattonaggio, prostituzione, sfruttamento minorile, sogni genitoriali da concretizzare). Sta di fatto che, per capirci qualcosa, il nostro ispettore dovrà allargare il suo raggio d'azione, finendo per approdare - la facciamo breve - in un misterioso cimitero tedesco, dove si troverà a confrontarsi con uno spaventoso complotto che affonda le sue radici in un tragico passato. In altre parole un viaggio nel tempo e nella storia, dalla Seconda guerra mondiale sino ai giorni nostri, che vedrà coinvolti genitori di una certa età alle prese con il loro "nuovo bambino" in abbinata a personaggi di spicco della Guerra fredda, senza dimenticarci di senatori del Congresso americano non proprio immacolati. Ovviamente, come da titolo, la trama allargherà le sue maglie alle forze oscure che minacciano il futuro del pianeta. Una stirpe di superuomini, adepti obbedienti come automi, letali come guerrieri, disposti a tutto. In vista, appunto, del giorno dell'Apocalisse.
In chiusura, quasi da consolidata tradizione, un lavoro datato, di quelli in auge nell'età d'oro del mistery e cari a maestri stile Agatha Christie, per intenderci. Un signor giallo la cui trama risulta incentrata su una anziana donna trovata uccisa accanto al letto (nel castello del fratello sito nelle Highlands scozzesi) con un brutale squarcio sopra una spalla, nessuna traccia dell'arma, le finestre ermeticamente chiuse, la porta della camera idem, con tanto di chiave inserita nella toppa dall'interno. A tenere banco, nei pressi della ferita mortale, soltanto una piccola scaglia di aringa. Si indaga, ma a vuoto. Nessuno, viste le circostanze, può avere commesso quell'omicidio. Eppure non molto tempo dopo un nuovo delitto torna a sconvolgere la vita del castello, anche questo compiuto in circostanze inspiegabili. Si riuscirà mai a scoprire la verità? Leggere, per scoprire, Morte al castello (Polillo, pagg. 310, euro 15,90), un lavoro del 1931 scritto da Anthony Wynne (nato nel 1882 e scomparso nel 1963), pseudonimo (in parte rubato alla moglie Winnifred, detta Winnie, dalla quale avrebbe poi divorziato) dello scozzese Robert McNair Wilson, di professione medico in quel di Londra. Una penna felice che avrebbe trovato numerosi lettori anche negli Stati Uniti e che con il suo vero nome avrebbe firmato articoli di carattere scientifico, la biografia di un famoso cardiologo scozzese oltre ad alcuni saggi storici sull'epoca napoleonica. Da notare che il suo debutto nella narrativa di settore risulta datato 1925 con The Sign of Evil, romanzo nel quale propose il personaggio vincente del dottor Eustace Hailey, un uomo riflessivo seppure all'apparenza distratto, amante della musica e del tabacco da fiuto, sempre pronto all'azione nonostante la mole, che avrebbe tenuto banco - come spalla della polizia, essendo amico di un ispettore di Scotland Yard - in tutti i suoi successivi romanzi. E quindi anche nel libro di cui stiamo parlando, The Silver Scale Mystery nella titolazione originale, in abbinata, non si sa perché, anche a Murder of a Lady. Il tutto supportato da una considerazione del protagonista che non mancherà di sorprendere: "Tutti nella vita, a fronte di circostanze favorevoli, potremmo diventare dei criminali". Come dire, nella vita non si può dare tutto per scontato e non si possono mai dormire sonni tranquilli.

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