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Giancarlo Giorgetti sfida l’Europa

Approvata la nuova strategia che sospende le regole Ue che hanno dimostrato di essere dannose alla prosperità


04/05/2026

di Alberto Alessandri


I debiti non sono numeri. Sono catene. Stringono i polsi di un Paese intero, ne limitano i movimenti, ne soffocano il respiro.
E se davvero vogliamo vedere l’Italia rialzarsi dopo il naufragio della globalizzazione, non possiamo più permetterci esitazioni: ogni quota del debito pubblico deve tornare a casa.
Deve uscire dalle casse della finanza internazionale e rientrare nelle mani degli italiani, gli stessi italiani che custodiscono una ricchezza da 12mila miliardi di euro, oltre quattro volte l’intero debito dello Stato.
Non è una teoria è una direzione.
Da tempo sostengo che dobbiamo guardare al modello del Giappone: un Paese che ha scelto di non dipendere dall’estero per finanziare il proprio debito, ed è proprio questa indipendenza a renderlo libero, capace di muoversi senza vincoli, senza manette.
Oggi questa esigenza non è più solo un’idea, perché sta emergendo anche nelle parole di Giancarlo Giorgetti, che ha ricordato con chiarezza una verità spesso ignorata: un Paese indebitato con la finanza estera non può essere davvero libero di decidere il proprio destino.
Una dichiarazione che arriva nel momento in cui il Documento di finanza pubblica ottiene il via libera del Parlamento e che pesa come un monito.
La realtà è semplice, quasi brutale: il nostro debito è alto, sì.
Ma è comunque inferiore ai risparmi delle famiglie italiane, ed è proprio questa saggezza diffusa che ci rende un caso unico al mondo, un Paese in cui il disavanzo è, di fatto, interamente coperto.
Certo, c’è un dettaglio da non ignorare: circa l’80% di questa ricchezza è immobilizzata nel mattone.
Case, appartamenti, patrimoni silenziosi, ma resta una forza enorme, concreta, utilizzabile in mille modi e in un momento di crisi come questo, diventa lecito porsi una domanda: ha ancora senso rispettare rigidamente il patto di stabilità imposto dall’Unione Europea, o è il momento di sospenderlo?
Nel frattempo, dall’Europa arrivano misure che sembrano andare nella direzione opposta.
La tassa sugli extra-profitti, ad esempio, che rischia di trasformarsi in un boomerang: spinge le aziende a fuggire, indebolendo proprio quell’Unione che dovrebbe proteggere.
Sul fronte interno, il piano casa del governo guidato da Giorgia Meloni prova a intervenire su una ferita aperta.
I numeri parlano chiaro: per chi vive di stipendio, il costo dell’abitazione può arrivare a divorare tra il 33% e il 47% del reddito, una pressione insostenibile.
Il piano si struttura su tre pilastri: recuperare ciò che già esiste, costruire nuove abitazioni di fascia media, e sviluppare anche soluzioni medio-alte.
L’obiettivo è semplice quanto ambizioso: aumentare l’offerta per far respirare il mercato, abbassare i prezzi, restituire accessibilità.
A questo si aggiunge il rifinanziamento del fondo di garanzia per la prima casa, che copre fino al 90% del mutuo per le giovani famiglie nei prossimi anni e poi una misura inattesa: un sostegno economico mensile, tra i 400 e i 500 euro, destinato alle coppie separate.
Un segnale, piccolo ma concreto, verso nuove fragilità sociali.
Il quadro che emerge è quello di un governo in movimento, nel tentativo di ricucire strappi profondi: le conseguenze del referendum, il raffreddamento dei rapporti con Donald Trump, errori di gestione che hanno lasciato dietro di sé sfiducia e distanza.
Ma la fiducia, una volta incrinata, non si ricompone con facilità.
Serve tempo. Serve coerenza e soprattutto, servono scelte che non siano solo giuste, ma inevitabili.

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