Lo Swatch perde colpi
L’orologio da spiaggia colorato fu un’invenzione commerciale straordinaria, perché aveva coperto una necessita che nessuno aveva mai pensato di realizzare
22/06/2026
di Alberto Alessandri

Negli anni Ottanta, mentre l’industria orologiera svizzera attraversava una delle crisi più difficili della sua storia, Nicolas George Hayek ebbe un’intuizione destinata a cambiare tutto.
La sua idea era semplice, quasi disarmante nella sua apparente banalità: creare un “orologio da spiaggia”.
Non un prezioso segnatempo di alta orologeria, ma un oggetto di plastica, leggero, coloratissimo e accessibile a tutti.
Costava l’equivalente di circa 30 euro di oggi, un prodotto che rompeva con la tradizione svizzera e che molti, all’epoca, considerarono una follia.
Eppure quella follia si trasformò in un successo travolgente.
Hayek comprese qualcosa che nessuno aveva visto prima: l’orologio non doveva essere soltanto un simbolo di prestigio, ma anche un accessorio quotidiano, da indossare ovunque, persino al mare.
L’idea di poter controllare l’ora mentre si era in spiaggia sembrava quasi scontata dopo la sua invenzione, ma prima di allora nessuno aveva costruito un prodotto pensato proprio per quel bisogno.
Il risultato fu straordinario.
Le vendite esplosero, i problemi finanziari vennero assorbiti e il gruppo riuscì a risollevarsi da una situazione che sembrava disperata.
Lo Swatch divenne un fenomeno globale e uno dei simboli più riconoscibili degli anni Ottanta.
Oggi, però, quella magia sembra essersi incrinata.
Nel 2025 il colosso svizzero ha vissuto un crollo drammatico.
L’utile netto si è fermato a soli 25 milioni di franchi svizzeri (circa 27,1 milioni di euro), dopo un anno precedente già segnato da un calo del 75%.
Anche la capitalizzazione di mercato racconta la stessa storia: se dieci anni fa sfiorava i 20 miliardi di franchi, oggi è scesa sotto gli 11 miliardi.
Numeri che fotografano una difficoltà profonda.
La domanda sorge spontanea: come può un marchio che per decenni ha conquistato la classe media mondiale, vendendo milioni di orologi che venivano assorbiti dal mercato in tempi rapidissimi, trovarsi oggi in una situazione così delicata?
Secondo molti osservatori, la risposta va cercata ben oltre il settore dell’orologeria.
La base storica dei clienti Swatch era rappresentata dalla media borghesia: famiglie e lavoratori con una capacità di spesa sufficiente per concedersi un prodotto di qualità senza entrare nel mondo del lusso.
Ma proprio quella fascia sociale, negli ultimi anni, è stata messa sotto pressione da trasformazioni economiche globali sempre più intense.
La globalizzazione ha aumentato la concorrenza internazionale, spingendo molte imprese a comprimere i costi e, in alcuni casi, la crescita dei salari.
A questo si sono aggiunte tensioni geopolitiche, guerre e un clima di crescente incertezza economica che ha reso i consumatori più prudenti nelle spese non essenziali.
Anche la Cina, che per lungo tempo ha rappresentato uno dei pilastri della crescita del gruppo, non è più il motore di una volta e si stima che quel mercato assorbisse circa il 40% della produzione di Swatch Group, ma oggi sta attraversando difficoltà che ricordano, per certi aspetti, quelle vissute dalla classe media europea.
La crisi, dunque, appare ormai consolidata, ma il nodo più profondo potrebbe essere un altro: lo scontro tra due diverse visioni dell’impresa.
Da una parte c’è Swatch Group, una società quotata che deve rispondere alle aspettative dei mercati finanziari e degli investitori istituzionali.
Dall’altra c’è l’eredità di Nicolas Hayek, l’imprenditore che negli anni Ottanta salvò il gruppo dall’invasione del quarzo giapponese grazie a una ristrutturazione radicale e a una capacità fuori dal comune per sfidare le convenzioni.
Oggi la famiglia Hayek mantiene il controllo del gruppo attraverso il 44% dei diritti di voto, pur possedendo circa il 26% del capitale.
Una posizione che la costringe a trovare un equilibrio con i fondi e gli investitori che sostengono la società in Borsa.
I vertici dell’azienda assicurano che il 2026 segnerà una forte ripresa degli utili e l’inizio di una nuova fase di crescita.
Ma la vera domanda è un’altra: basterà una ripresa congiunturale per riportare in vita il miracolo che, quarant’anni fa, realizzò il fondatore con un semplice orologio di plastica colorata?
Su questo punto, i dubbi restano più che legittimi…
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