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Cresce la violenza adolescente

Nel 2025 sono stati arrestati 33 minorenni per porto abusivo d’armi, con nel cuore il desiderio di uccidere il compagno di banco non simatico


07/04/2026

di Carlo Caruso


Ancora sangue nelle scuole.
Non è solo un titolo. È un’eco. Un rumore sordo che rimbalza nei corridoi, nei bagni, nelle aule dove dovrebbe crescere il futuro — e invece si insinua la paura.
Cari lettori, oggi non raccontiamo semplicemente due episodi di violenza giovanile. Oggi guardiamo in faccia qualcosa che lascia senza parole.
A Scampia, in uno spazio ristretto e anonimo come il bagno di una scuola, un ragazzino viene aggredito.
Nessuna via di fuga, nessun tempo per capire, solo il gesto improvviso, violento: una lama che colpisce una gamba.
Non è una ferita mortale. Ma è un segno. Un segnale.
Poi Perugia. E qui il silenzio si fa più pesante.
Un ragazzo di 17 anni non agisce — pianifica.
Immagina. Costruisce nella sua mente qualcosa di ancora più oscuro: una strage nell’istituto dove studia. E dopo? Il vuoto. “Dopo la strage mi uccido.”
Parole che gelano. Parole che trasformano un luogo di arte e crescita, il liceo artistico “Misticoni” di Pescara, in un possibile teatro di morte. Uno spettacolo, sì — ma della distruzione.
Di fronte a tutto questo, la domanda nasce inevitabile, quasi urlata dentro di noi:
Da dove nasce tutta questa violenza giovanile, che nel secolo precedente non esisteva?
La risposta, per molti, è semplice, brutale nella sua chiarezza: con lo sfascio delle famiglie è sparita l’educazione ed è venuto meno quell’accompagnamento psicologico fondamentale, quella guida silenziosa ma costante che genitori e nonni offrivano. Un tempo si cresceva dentro uno sguardo.
Oggi, troppo spesso, si cresce nel vuoto, un vuoto voluto dalla globalizzazione.
Un processo che ha voluto abbattere i vecchi equilibri, smantellare i riferimenti, per lasciare spazio a un controllo più ampio, più sottile.
Il risultato? Una società disorientata, dove le radici si spezzano e i giovani restano senza bussola, per servire il potere.
È in questo contesto che si inserisce il caso del 17enne.
La sua “ispirazione”, si dice, arriverebbe da una tragedia lontana ma ormai impressa nell’immaginario collettivo: la carneficina avvenuta in Columbine High School.
Un evento simbolo, nato in una realtà dove — secondo questa interpretazione — il nucleo familiare era già profondamente indebolito.
Un riflesso. Un’eco che attraversa oceani e anni.
E allora torna una frase, già scritta, già detta, ma oggi più pesante che mai:
L’uomo e la donna sono stati creati per completarsi come l’acqua e la sete. Soli non siamo niente, uniti siamo tutto.”
Parole che suonano come un richiamo. O forse come un rimpianto.
Infine, torniamo a Scampia.
Un accoltellamento tra compagni di classe, non gravissimo, si dirà.
Ma profondamente tragico, perché non è solo la ferita sulla pelle è ciò che rappresenta.
Quella lama non colpisce soltanto una gamba. Colpisce un’idea di scuola, di comunità, di crescita.
Colpisce chi crede ancora nel buon senso, in un equilibrio che sembra sfuggire.
E mentre il sangue si ferma, la domanda resta, aperta, scomoda, irrequieta.
Perché, qualcosa si è rotto e non basta dire dove.
Bisogna capire se — e come — può essere ricostruito.

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