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Dio li fa poi li accompagna

Il reparto investigativo del Ris di Parma ha dimostrato tutta la sua incompetenza e i giudici hanno acceso le candeline sulla torta dell’ingiustizia


05/10/2026

di Mario Pinzi


Quando la verità rimane sepolta sotto le certezze.
Nel caso di Garlasco, per diciannove anni, troppe ombre hanno finito per sovrapporsi alla ricerca della verità.
Un delitto terribile, una giovane donna uccisa nella propria casa, un fidanzato finito al centro dei sospetti e, intorno a quella tragedia, una lunga sequenza di indagini, perizie, sentenze, assoluzioni, condanne e nuovi interrogativi.
Oggi, a distanza di anni, quelle ombre tornano a farsi vedere e la domanda che rimane sospesa nell'aria è una delle più inquietanti che possano accompagnare una vicenda giudiziaria: quanto può essere pericoloso trasformare un'ipotesi investigativa in una certezza assoluta?
Perché quando una persona entra nelle forche caudine della giustizia, la sua vita può essere spezzata molto prima che venga pronunciata una sentenza definitiva.
Se nel corso delle indagini vengono commessi errori, sottovalutate tracce, interpretati in modo discutibile alcuni reperti o semplicemente non vengono approfonditi elementi che avrebbero meritato ulteriori verifiche, il rischio è che quei primi passi finiscano per condizionare tutto ciò che viene dopo.
È proprio questo il punto che il caso Garlasco sembra oggi riproporre con una forza drammatica.
Alberto Stasi è stato assolto in primo grado nel 2009 e nuovamente assolto in appello nel 2011, prima che il processo d'appello bis si concludesse con una condanna a 16 anni, poi diventata definitiva nel 2015.
Per anni, dunque, la ricostruzione giudiziaria sembrava avere raggiunto il proprio punto finale, ma la storia giudiziaria, evidentemente, non aveva ancora detto tutto.
Al centro delle nuove discussioni sono tornati anche gli accertamenti scientifici effettuati dal RIS di Parma nel 2007, reparto allora comandato dal generale Luciano Garofano e proprio su alcuni di quegli accertamenti oggi si stanno concentrando nuovi interrogativi.
Uno dei nodi più delicati riguarda il DNA rinvenuto sui pedali della bicicletta di Stasi.
Nel settembre 2007 una prima analisi aveva individuato un profilo genetico attribuito a Chiara Poggi e il giorno successivo, però, due ulteriori analisi sul materiale avevano dato esito nullo.
Secondo la Procura di Pavia, di quelle due corse elettroforetiche negative non è stata rinvenuta traccia negli atti del processo celebrato contro Stasi.
Questo è un dettaglio tecnico soltanto in apparenza, perché dietro una provetta, un tracciato elettroforetico o una traccia biologica può esserci il destino di una persona.
E qui la vicenda diventa ancora più delicata.
Gli attuali consulenti della Procura hanno definito il primo profilo sui pedali un dato solido sotto il profilo della riproducibilità e dell'attendibilità, ma hanno anche osservato che sarebbe stato opportuno approfondire il risultato nullo ottenuto nelle successive analisi.
Dall'altra parte, Luciano Garofano ha respinto l'ipotesi di irregolarità, sostenendo che tutti i risultati disponibili fino a quel momento erano stati messi a disposizione dei consulenti di parte e richiamando un verbale del 24 settembre 2007 sottoscritto dagli stessi consulenti.
Ed è proprio questa contrapposizione a rendere ancora più inquietante la vicenda, perché oggi non siamo davanti a una verità già scritta, ma davanti alla necessità di capire che cosa accadde realmente allora.
Non basta dire che una prova scientifica esiste, bisogna sapere come è stata raccolta, come è stata analizzata, se è stata ripetuta, quali risultati ha prodotto, quali risultati contrastanti sono emersi e, soprattutto, se tutto ciò è stato correttamente portato a conoscenza delle parti.
La scienza forense dovrebbe essere uno strumento per ridurre l'errore giudiziario, non un'autorità indiscutibile davanti alla quale il dubbio deve necessariamente arretrare.
Ed è qui che il caso Garlasco assume una dimensione che va oltre Alberto Stasi.
Per anni il RIS è stato percepito dall'opinione pubblica come una sorta di tempio della certezza scientifica, la tuta bianca, i laboratori, il DNA, le impronte: immagini che hanno contribuito a costruire nell'immaginario collettivo l'idea di una scienza capace di arrivare dove l'occhio umano non poteva arrivare, ma la scienza non è infallibile e soprattutto non è precisa la sua interpretazione.
Una traccia può essere contaminata, un campione può essere degradato, un'impronta può essere insufficiente, un risultato può essere contraddittorio, una prova può assumere un significato diverso quando viene inserita in un quadro investigativo differente.
La stessa vicenda del DNA trovato sotto le unghie di Chiara lo dimostra bene: quel materiale, oggi tornato al centro delle nuove indagini per la sua compatibilità con la linea maschile della famiglia Sempio, nel processo d'appello bis del 2014 era stato considerato inutilizzabile perché ritenuto scarso, degradato e non consolidato.
Questo non significa automaticamente che le conclusioni del passato fossero false, significa qualcosa di più semplice e, allo stesso tempo, più importante: una prova scientifica deve essere sempre sottoposta al dubbio, alla verifica e alla possibilità di essere smentita, perché quando il dubbio viene cancellato, la scienza rischia di trasformarsi in dogma.
Quando il dogma entra in un'aula di tribunale, le conseguenze possono diventare irreversibili.
Oggi, diciannove anni dopo quel 13 agosto 2007, la Procura di Pavia ha chiuso nuovamente le indagini nei confronti di Andrea Sempio, indicando nuovi elementi e nuove valutazioni sulla scena del crimine, sulle impronte, sulle tracce biologiche e sulla ricostruzione della dinamica del delitto, ma anche qui occorre prudenza.
Le nuove indagini non hanno ancora prodotto una nuova verità giudiziaria definitiva.
Esistono ipotesi investigative, consulenze, interpretazioni e contestazioni.
Sussistono elementi che sembrano riaprire interrogativi e altri che vengono invece difesi da chi partecipò alle indagini originarie.
Ed è proprio questa complessità che dovrebbe imporre una riflessione.
Il problema più grande non è soltanto stabilire chi abbia ragione oggi.
Il quesito è capire se nel 2007 ogni possibile pista sia stata perseguita fino in fondo, se ogni elemento sia stato correttamente valorizzato e se ogni risultato scientifico, compresi quelli apparentemente scomodi o contraddittori, sia stato sottoposto alla stessa attenzione, perché una giustizia veramente forte non è quella che non ammette errori è quella che possiede il coraggio di cercarli.
E se un errore è stato commesso, deve essere possibile riconoscerlo senza che l'orgoglio professionale, la reputazione di un reparto o la necessità di difendere una precedente ricostruzione diventino più importanti della verità.
Il caso Garlasco ci consegna dunque una lezione terribile: la certezza può essere pericolosa quando diventa più importante della verifica.
Non è necessario stabilire oggi chi sia colpevole o innocente per comprendere questo principio è sufficiente guardare ciò che è accaduto.
Una persona è stata arrestata, assolta, nuovamente assolta e infine condannata in via definitiva a 16 anni.
Anni dopo, alcuni elementi delle indagini scientifiche sono tornati sotto esame e nuovi accertamenti hanno riaperto interrogativi che sembravano ormai appartenere al passato è questo che dovrebbe far riflettere un Paese intero , perché dietro ogni fascicolo c'è una persona, dietro ogni prova c'è una responsabilità, dietro ogni errore c'è una vita che può essere distrutta e dietro ogni sentenza dovrebbe esserci una sola esigenza: avvicinarsi il più possibile alla verità, senza paura di mettere in discussione ciò che ieri sembrava definitivo.
«Cari lettori, è molto meglio un assassino libero che un innocente in prigione».
Questa è una frase che dovrebbe essere scolpita nella coscienza di chiunque abbia il potere di decidere della libertà di un altro essere umano, non perché la libertà di un colpevole sia più importante della sicurezza della società, ma perché incarcerare un innocente significa infliggere alla giustizia la sua sconfitta più terribile.
Il caso Garlasco, oggi, ci ricorda proprio questo.
La torre delle certezze costruita nel 2007 potrebbe non essere crollata, come qualcuno sostiene, ma certamente presenta crepe che meritano di essere esaminate fino in fondo e quelle crepe, cari lettori, non devono diventare un'occasione per sostituire una verità con un'altra verità precostituita, ma devono diventare, piuttosto, l'occasione per ricostruire ogni cosa da capo, con freddezza, rigore e umiltà, perché la giustizia non dovrebbe avere bisogno di difendere se stessa, dovrebbe avere bisogno soltanto di cercare la verità.
Quando i cittadini cominciano a dubitare che questo principio non viene rispettato, il danno non riguarda più soltanto un processo, riguarda la fiducia di un'intera società e senza quella fiducia, anche la più perfetta delle istituzioni rischia di diventare, agli occhi di chi la osserva, soltanto una porta chiusa dietro la quale la verità potrebbe essere rimasta sepolta.
Ora alla luce di queste nuove verità, vedere che il padre e la madre di Chiara non si costituiranno parte civile, perché non vogliono rimangiarsi l’odio rivolto verso un’innocente, si rimane senza parole…

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