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Fermiamo il processo di distruzione

Creiamo un’alleanza globale per riportare produzioni e consumi all’interno del Continente europeo


05/10/2026

di Alessandro Sarti


Il quadrante geopolitico globale si delinea attraverso la forza bruta dei numeri.
Da sola, l’India schiera un miliardo e 450 milioni di anime; la Cina supera la barriera dei due miliardi.
Bastano queste due cifre per mettere a nudo il motore immobile della strategia globalista: un disegno mirato a scardinare il Continente europeo, colpevole di difendere un'idea di benessere e tutele sociali che si scontra frontalmente con la cinica filosofia dei mercati globali.
In questa scacchiera, l’Italia occupa una posizione nevralgica e pericolosa.
Custode del risparmio privato più imponente dell'Unione Europea, una cassaforte con 12.000 miliardi di euro e, proprio per quiesto, il nostro Paese porta sulle proprie spalle il destino dell'intero Continente.
Se le forze di destra conquisteranno la guida della nazione alle prossime elezioni, si troveranno di fronte a un bivio storico: dovranno guidare la metamorfosi dell'Europa attraverso una transizione radicale.
La missione è invertire la rotta, riportando la produzione manifatturiera all'interno dei confini sovrani dei singoli Stati e, soprattutto, blindando il debito pubblico nazionale riposizionandolo nelle tasche e nelle mani degli italiani.
È una necessità dettata dall'urgenza della cronaca recente.
L'impennata dei costi energetici ha innescato un effetto domino, trascinando verso l'alto i tassi di interesse sul nostro debito.
Per questo, la prima mossa sulla scrivania del nuovo governo dovrà essere un atto di sovranità finanziaria: nazionalizzare il debito, restituendolo ai risparmiatori interni per sottrarlo alle speculazioni esterne.
L’Unione Europea, che finora ha assecondato i dogmi della globalizzazione promossi dai grandi fondi d'investimento come il colosso Black Rock di Larry Fink, si trova a un punto di non ritorno.
Il cambio di passo deve essere immediato e senza una sterzata netta, l'Europa è destinata a essere fagocitata dal blocco asiatico ed euroasiatico formato da Cina, India e Russia.
Per l'Italia si tratta di una pura lotta per la sopravvivenza, una resistenza che richiede alleanze strategiche di altissimo profilo, saldando l'asse storico con il Vaticano e trovando una sponda geopolitica negli Stati Uniti di Donald Trump, leader che ha già ampiamente dimostrato la propria totale avversione alle dottrine del globalismo sfrenato.
Il fronte globale, del resto, sta già cambiando pelle: oggi i governi di destra guidano complessivamente quattro miliardi di persone, superando il blocco da tre miliardi rappresentato da India e Cina.
Se Larry Fink dimostrasse lungimiranza ed intelligenza strategica, fermerebbe subito la macchina della globalizzazione per virare verso un modello basato sul consumo di qualità.
Un modello che solo il Continente europeo, con la sua storica cultura fondata sul benessere e sulla dignità dei cittadini, è in grado di garantire e proteggere.
E sul terreno della qualità industriale, della manifattura d'eccellenza e del saper fare, l'Italia schiera il suo pilastro più solido e competitivo: il Made in Italy, un marchio identitario che non teme rivali nel mondo…

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