Gli autogol della Meloni
Spendere 2,3 miliardi per abolire temporaneamente il bollo delle auto di bassa cilindrata è un errore che evidenzia la necessità di un giornalista-comunicatore nel suo cerchio di potere
21/09/2026
di Mario Pinzi

Giorgia Meloni non deve tradire le aspettative degli elettori, soprattutto di quelli che guardano al futuro del proprio Paese con timore e inquietudine.
Questa è una delle condizioni fondamentali per continuare a governare.
Ora cerco di valutare la decisione della Meloni finalizzata ad abolire, dal 2027, il bollo auto per le vetture di piccola e media potenza, fino a 80 kW, compresi i motoveicoli.
Il provvedimento prevede una compensazione alle Regioni per circa 2,3 miliardi di euro.
Una scelta che ha offerto alla sinistra un argomento politico concreto per descriverla come una misura dal sapore propagandistico, legata alla campagna elettorale.
Desidero ricordare che in passato una cosa simile fu fatta da Matteo Renzi e legittimamente Giorgia Meloni lo giudicò un “venditore di pentole”.
Diciamoci la verità: proprio perché la politica vive anche di percezioni, sarebbe utile che qualcuno avesse il coraggio di dire alla Presidente del Consiglio quando una errata scelta si trasforma in un errore politico.
Non per indebolirla, al contrario, per proteggerla e soprattutto difendere il suo governo.
Anche dagli errori si può uscire, se si ha la lucidità di trasformarli in un'occasione politica.
Una possibilità potrebbe essere quella di spostare immediatamente l'attenzione su una questione che tocca direttamente i giovani e il futuro del Paese.
Matteo Salvini, ha proposto di tassare gli extraprofitti delle banche, un annuncio antieconomico che andrebbe immediatamente cancellato attraverso una proposta futuristica utile a salvare il nostro Paese: “Imporre agli istituti di credito di finanziare i giovani italiani che desiderano costruire una propria attività, eliminando rigidità e ostacoli nell'accesso al credito”.
Questo sarebbe un messaggio economico completamente nuovo che rappresenta anche un segnale politico.
In sostanza aiutare le future generazioni ad aprire un’impresa si fermerebbe la fuga dei giovani all’estero, si creerebbe nuova ricchezza e lavoro ben retribuito.
Questa scelta potrebbe trasformare una difficoltà in una narrazione diversa: non soltanto meno tasse, ma più opportunità, non soltanto un risparmio immediato, ma un investimento sul futuro.
Ed è proprio sul terreno della comunicazione politica che, a mio giudizio, si trova un altro passaggio delicatissimo: il rapporto con il generale Roberto Vannacci.
Chiudere la porta a Vannacci si rischia di trasformare una questione interna che dovrebbe ricadere soprattutto sulle spalle di Matteo Salvini, in un problema politico più ampio e se gli alleati di governo non si fidano del generale, il problema comunicativo va studiato con molta attenzione.
In questo momento la frase più giusta della Meloni dovrebbe essere prudente e lungimirante: «Io sono pronta ad accogliere qualsiasi suggerimento favorevole a migliorare il futuro degli italiani».
Una frase apparentemente innocua, ma, in politica, spesso sono proprio le porte lasciate socchiuse a evitare le fratture irreparabili.
Cari lettori, la prudenza non è debolezza, ma strategia.
Secondo il sondaggio Euromedia Research, l'attuale maggioranza, senza considerare Vannacci, viene stimata al 41,7%, contro il 43,2% attribuito alla sinistra.
Io stimo Futuro Nazionale intorno al 9-10%, rispetto al 7,4% indicato nel sondaggio.
Tuti sappiamo che le esplorazioni non sono sentenze, sono solo fotografie possibili del futuro, sono istantanee di un momento e, come tali, possono cambiare.
Proprio per questo meritano attenzione, perché quando la distanza è così ridotta, ogni scelta politica può assumere un peso enorme e allora la domanda diventa inevitabile: “Quanto è disposto a sacrificare un governo per difendere una posizione e cosa è pronto a sacrificare per proteggere un progetto politico più grande?
Se l'obiettivo è continuare a governare e realizzare le riforme che ancora non sono state completate, ogni scelta deve essere valutata anche alla luce degli equilibri della maggioranza.
C'è poi una questione di comunicazione che riguarda direttamente Vannacci.
Affermare che «un traditore non si pente mai delle proprie scorrettezze» è una frase che dovrebbe essere pronunciata da Salvini, che lo ha accolto nel proprio partito, non dalla Presidente del Consiglio.
Giorgia Meloni, nella sua posizione, non può permettersi troppi dietrofront e proprio per questo, un bravo comunicatore avrebbe potuto suggerire una strada diversa: “Non chiudere definitivamente la porta, ma lasciarla aperta”.
In politica un l’uscio aperto non significa necessariamente un accordo, significa lasciare spazio al futuro e oggi il futuro della maggioranza passa attraverso i numeri.
La nuova legge elettorale approvata dal Senato prevede un sistema proporzionale con premio di maggioranza: “il premio scatta se la lista o coalizione ottiene il maggior numero di voti e supera il 42% in entrambe le Camere.
Il premio si ottiene con 70 deputati alla Camera e 35 senatori.
È dentro questa architettura che ogni voto può diventare decisivo, ed è per questo che Vannacci, piaccia o non piaccia, rappresenta nel ragionamento politico della maggioranza una variabile che non può essere semplicemente ignorata.
Secondo le stime il FdI avrebbe 91 deputati, Forza Italia 26 e la Lega 19.
Con Vannacci, l'attuale maggioranza può recuperare un numero significativo di seggi e rafforzare le proprie possibilità di raggiungere la soglia necessaria per il premio di maggioranza. Sono numeri da leggere con prudenza, perché una proiezione elettorale non equivale a un risultato sicuro.
Quando un Governo, si trova davanti a una soglia decisiva, ogni consenso diventa importante e allora la domanda che sorge è la seguente: “Vannacci va preso o allontanato?”
Lasciare il Paese nelle mani della sinistra si va dritti verso il disastro, con Vannacci, si apre la possibilità di governare portando compimento alle riforme promesse.
Giorgia Meloni ha davanti a sé un problema molto più grande della singola polemica politica, ha dinnanzi un Paese che chiede risultati, un Paese che ha attraversato anni difficili, governi tecnici, crisi economiche, pandemia, guerra, inflazione e trasformazioni profonde imposte dalla globalizzazione.
Cinque anni, davanti alla quantità di problemi accumulati, possono apparire pochi per ricostruire ciò che altri hanno lasciato incompiuto.
Se l'obiettivo è salvare l'Italia, serviranno sacrifici, ma dovranno essere sacrifici intelligenti.
Scelte difficili, ma soprattutto scelte capaci di guardare oltre il consenso del giorno, perché alla fine della legislatura gli italiani non ricorderanno soltanto ciò che un governo ha promesso, ricorderanno ciò che è riuscito davvero a cambiare, ed è lì che si misura la differenza tra una stagione politica e un progetto destinato a lasciare un segno.
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