I deliri del Caso Ranucci
Anche le persone più distratte hanno compreso che il finto attentato al conduttore di Report, era finalizzato a rafforzare la sua convinzione politica
21/09/2026
di Brunella Sodati

Il grande Valter Lavitola che, secondo la mia ricostruzione, avrebbe organizzato il finto attentato con l’obiettivo di rafforzare la credibilità di Sigfrido Ranucci il conduttore di Report, in vista delle elezioni politiche del 2027, alla fine è scivolato sulla più banale delle bucce di banana.
Perché quando alla base di un’azione c’è una truffa, cari lettori, prima o poi il buon Dio sembra metterci lo zampino e questa volta quello che voleva essere il più furbo dei furbi è stato preso a schiaffi dalla realtà.
Ma c’è un dettaglio che lascia davvero senza parole.
Dopo gli arresti dei presunti esecutori del finto attentato, in Procura nessuno ha pensato di porre la domanda più semplice e, forse, più importante: quali erano le vere motivazioni del finto attentato?
Perché è stato organizzato e a quale scopo?
Chi avrebbe dovuto trarne vantaggio?
Domande elementari che, secondo quello che è emerso, nessuno ha posto.
A dire il vero, non dovremmo neanche stupirci, perché questa mancanza sembra rientrare perfettamente nella norma di chi prende lo stipendio dallo Stato.
Ancora più sorprendente è ciò che sarebbe accaduto durante l’interrogatorio di Lavitola, dove nessun magistrato, secondo la cronaca giornalistica, gli ha chiesto se il finto attentato fosse stato finalizzato a rafforzare la credibilità di Ranucci e, indirettamente, a favorire la vittoria del Pd alle prossime elezioni politiche.
Anche in questo caso, non possiamo meravigliarci, perché quando si parla di errori investigativi, l’Italia è la numero uno al mondo.
Ogni anno, infatti, nel nostro Paese vengono arrestati ingiustamente circa 3.000 persone e il caso di Garlasco rappresenterebbe uno degli esempi più luminosi delle nostre carenze investigative.
Ma torniamo alla domanda centrale, quella che, ancora una volta, sembra essere rimasta sospesa nel vuoto.
Qual era la vera finalità del finto attentato, perché nessuno ha sollevato il tema della sua possibile matrice politica?
Insomma, la cosa strana e che nessuno avrebbe cercato di capire se quell’operazione dinamitarda fosse finalizzata a rafforzare la credibilità del conduttore di Report in vista della partita elettorale del 2027?
È qui che la vicenda diventa ancora più inquietante.
A Lavitola, molto probabilmente, gli verrà concessa una forma di libertà legata a un semplice pentimento, come è avvenuto nel caso del bengalese accusato di aver violentato una ragazzina in un negozio, mentre comprava dei succhi di frutta.
La mia supposizione, cari lettori, nasce proprio dal fatto che nessuno ha chiesto a Lavitola, quali fossero le vere motivazioni del finto attentato.
Anche questo fatto rientra nelle tante stranezze del nostro Paese e davanti a certe eccentricità, forse, ci conviene sorridere.
Poi arriva l’interrogatorio di Ranucci e qui la scena cambia.
Di fronte agli inquirenti, l’ex conduttore di Report non parla del finto attentato e sposta l’attenzione sulle altre inchieste giornalistiche realizzate dalla sua redazione.
E racconta: “Abbiamo scoperto Marco Mancini, l’ex dirigente dei servizi segreti, che in un autogrill parlava con Matteo Renzi in modo strano” e questa scoperta poteva essere pericolosa.
Poi, sollecitato a raccontare, sostiene che ci sono un mare di altri fatti scoperti dalla redazione di Report molto pericolosi che potevano sfociare in azioni violente.
E con questa affermazione passa in rassegna alcune delle indagini realizzate dalla testata.
“Insomma, Report ha sempre ricevuto minacce di morte e quando è esplosa la bomba davanti alla mia abitazione, non mi sono sorpreso, perché i fatti da me trattati, quasi tutti, potevano sfociare in un attentato dinamitardo” afferma.
Una dichiarazione dopo l’altra, un’inchiesta dopo l’altra e una minaccia dopo l’altra.
Insomma il suo racconto torna continuamente sui casi affrontati da Report, sulle pressioni ricevute, sulle minacce e sulle possibili conseguenze delle sue inchieste.
Ma il punto centrale del mio sospetto non emerge in nessun interrogatorio e questo è un dubbio che fa nascere parecchi interrogativi.
In sostanza per tutta la durata dei colloqui, sembra che non sia mai emersa la mia ipotesi e sembra che abbiano parlato solo dei casi trattati dalla trasmissione e dei leader colpiti da Report che potevano avere una concreta motivazione per vendicarsi.
Eppure, essendo un attentato fasullo, chi lo stava interrogando, avrebbe dovuto chiedergli immediatamente se la matrice politica per ottenere voti fosse una leva da valutare.
Secondo la mia visione, questa sarebbe dovuta essere la prima domanda, ed è proprio qui che il vecchio proverbio “Casca l’asino” prende forza e col lui la verità…
(riproduzione riservata)

