Il Femminicidio deriva da una violenza psicologica
Il generale è in torto quando afferma che chi uccide la propria compagna è un omicidio come un altro, perché nel 90% dei casi, chi commette quell’atto si elimina
22/06/2026
di Roberto Baresi

Il primo gigantesco errore di Roberto Vannacci arriva durante l’assemblea costituente di Futuro Nazionale, quando afferma che «il femminicidio è un omicidio come tutti gli altri».
Un’affermazione che si scontra con la verità e non evidenzia l’errore della legge 181 del 2025, dove introduce nel Codice Penale l’articolo 577-bis, configurando il femminicidio come un reato punito con l’ergastolo.
A mio avviso si tratta di un errore madornale, perché, nella grande maggioranza dei casi, l’omicidio della propria compagna rappresenta l’epilogo di un lungo percorso segnato da una continua violenza psicologica.
Questa convinzione trova, secondo me, conferma anche in ciò che accade dopo il delitto.
In oltre il 98% dei casi, questi uomini arrivano a togliersi la vita, un gesto estremo che, nella mia lettura, evidenzia la profondità della disperazione che li ha accompagnati fino a quel punto.
Non intendo giustificare nessuno, un omicidio resta un omicidio e non può essere in alcun modo legittimato.
Tuttavia, ritengo necessario sottolineare un aspetto troppo spesso ignorato: la violenza psicologica può essere persino più devastante di quella fisica, una realtà scomoda, ma che non dovrebbe essere esclusa dal dibattito e dalla condanna.
Per questo motivo resto sorpreso nel vedere l’ondata di reazioni politiche provocata dalle parole di Vannacci.
La risposta più netta è arrivata dalla senatrice Giulia Bongiorno, presidente della Commissione Giustizia del Senato che è stata tra le promotrici della legge approvata all’unanimità dal Parlamento.
Il vero problema, però, non dovrebbe essere stabilire se la morte di una donna pesi più o meno di quella di un uomo.
La questione centrale dovrebbe essere comprendere e valutare le cause profonde che spingono una persona a uccidere.
Eppure, su questo punto, il silenzio appare quasi totale.
Senza questa riflessione, si continua a rafforzare l’idea che nel nostro Paese la giustizia non affronti davvero le radici dei problemi, ed è una questione che, a mio giudizio, il governo Meloni dovrebbe affrontare prima delle prossime elezioni.
Colpisce inoltre vedere come una deputata di Futuro Nazionale, che in passato aveva votato quella stessa legge quando militava nella Lega, oggi condivida le parole di Vannacci.
Una posizione che, secondo la mia interpretazione, evidenzia una mancanza di coerenza, di autonomia e di giudizio.
Ancora più sorprendente appare la presa di posizione delle parlamentari del Movimento 5 Stelle presenti nella Commissione bicamerale d’inchiesta sul femminicidio, dove hanno definito le dichiarazioni del generale inaccettabili, sostenendo che il nuovo reato serva a evidenziare una violenza di possesso.
Una lettura che considero profondamente distante dalla realtà dei comportamenti che si intendono analizzare, al punto da apparire, ai miei occhi, completamente scollegata dai fatti.
Il tempo, però, continua a scorrere e se il governo Meloni non vuole arrivare impreparato alle elezioni del 2027, dovrebbe impegnarsi maggiormente nel comunicare ai cittadini ciò che ritiene essere la verità su questi tragici episodi, che troppo spesso finiscono per distruggere interi nuclei familiari, lasciando dietro di sé soltanto dolore, macerie e vite spezzate
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