Il flop dell’elettrico mette in crisi la Porsche
L’ecologia fa disastri anche nei machi d’élite e nel settore automobilistico fioccano i licenziamenti
16/03/2026
di Alberto Descalzi

L’ecologia, presentata per anni come la grande promessa del futuro, sta diventando una leva paradossale: mentre la transizione energetica avanza, anche nei marchi d’élite dell’auto europeo iniziano a moltiplicarsi i licenziamenti.
Nel frattempo, la povertà si espande silenziosamente in molte aree d’Europa.
Il caso più emblematico arriva dalla Germania.
La casa automobilistica Porsche, simbolo globale di eccellenza e potenza ingegneristica, ha registrato nel 2025 un crollo degli utili del 91%.
Di fronte a numeri così duri, l’amministratore delegato Michael Leiters, prima ancora di rinnovare il proprio incarico, ha annunciato una svolta netta: senza esitazioni e senza compromessi, l’azienda tornerà a puntare sui motori tradizionali a benzina, relegando l’elettrico in secondo piano.
Non solo.
Il manager ha dichiarato l’intenzione di snellire una struttura manageriale ormai troppo affollata, aprendo un nuovo confronto con i rappresentanti dei lavoratori.
Secondo le stime, entro il 2029 potrebbero essere tagliati circa 1.900 posti di lavoro nella regione di Stoccarda, cuore storico dell’industria automobilistica tedesca.
Il quadro che emerge è inquietante.
Secondo i dati disponibili, l’utile netto della casa automobilistica sarebbe precipitato del 91,4%, scendendo a 310 milioni di euro, contro i 3,6 miliardi registrati nel 2024.
Un crollo che molti osservatori definiscono senza precedenti.
Dietro questa caduta ci sono investimenti giganteschi legati alla transizione elettrica.
Porsche avrebbe destinato 2,4 miliardi di euro al cambio di strategia industriale, mentre il settore delle batterie avrebbe generato ulteriori 700 milioni di euro di oneri.
A completare il quadro si aggiungono i dazi americani, che aggravano ulteriormente la situazione.
Nel complesso, gli oneri straordinari sarebbero saliti a 3,9 miliardi di euro: una cifra enorme, che pesa come un macigno sui conti dell’azienda.
Le difficoltà non sembrano finite.
Il gruppo prevede per il 2026 un mercato globale estremamente complesso.
In particolare, il mercato cinese delle auto di lusso rimane in una fase di attesa, condizionata dall’evoluzione delle tensioni geopolitiche e dal conflitto in corso in Medio Oriente.
Il risultato è uno scenario che molti descrivono come una crisi profonda del settore automobilistico europeo.
Secondo questa lettura, la filosofia globalista che ha spinto con forza verso l’elettrico avrebbe prodotto conseguenze inattese, trascinando l’industria in una delle fasi più difficili della sua storia recente.
Nel frattempo, sullo sfondo della crescente instabilità internazionale, si profila una mossa energetica senza precedenti.
Per contrastare gli effetti della crisi geopolitica, si starebbe valutando l’immissione sul mercato di circa 400 milioni di barili di petrolio provenienti dalle riserve strategiche.
I Paesi membri dell’agenzia energetica collegata all’OCSE possiedono infatti scorte pari a circa 1,25 miliardi di barili, equivalenti al 30% delle riserve complessive dell’area, a cui si aggiungono altri 600 milioni di barili di scorte industriali obbligatorie.
In questo contesto globale, segnato da tensioni economiche e conflitti internazionali, emerge una riflessione sempre più diffusa: forse è arrivato il momento di ritrovare equilibrio e buon senso, per uscire da una spirale di scelte che molti considerano il risultato degli eccessi della globalizzazione.
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