Share |

Il modello cinese come specchio di civiltà

Divorzio e casa: quando il diritto di proprietà viene finalmente rispettato


22/12/2025

di Giuseppe Rizzo


La recente riforma cinese in materia di divorzio e divisione dei beni ha scatenato in Occidente una reazione prevedibile: accuse di arretratezza, attacchi ideologici, giudizi sommari su un sistema bollato come “ingiusto” o “punitivo” nei confronti delle donne. Eppure, osservando con maggiore attenzione ciò che sta accadendo, emerge una domanda che in Europa e in Italia sembra diventata quasi proibita: e se fossimo noi ad aver perso il senso dell’equilibrio?
In Cina, il principio affermato è semplice: la proprietà resta a chi ne è formalmente titolare, salvo prova concreta di un contributo reale all’acquisto o al mantenimento del bene. Non una punizione, non una discriminazione, ma un ritorno a un concetto basilare di responsabilità e diritto. Una regola che tutela entrambi i coniugi e che riduce l’arbitrarietà giudiziaria, evitando che il divorzio diventi un terreno di redistribuzione automatica e spesso ideologica.
In Italia e in gran parte dell’Occidente, invece, da anni si assiste a una deriva culturale che ha trasformato la giusta tutela delle donne in un sistema sbilanciato, dove l’uomo viene spesso presunto colpevole, economicamente sacrificabile e giuridicamente più esposto. In nome di una presunta parità, si è costruito un impianto che troppo spesso produce l’effetto opposto: disuguaglianze, conflitti e un senso diffuso di ingiustizia.
Il problema non è il rafforzamento dei diritti femminili, ma l’averli scollegati dal principio di equità. In molti casi, l’uomo viene trattato come una risorsa da redistribuire piuttosto che come un soggetto di pari dignità. Case assegnate automaticamente, obblighi economici sproporzionati, presunzioni implicite nei procedimenti di separazione: tutto questo ha contribuito a creare una frattura profonda tra giustizia e percezione sociale della giustizia.
La Cina, che l’Occidente ama dipingere come “non evoluta” sul piano dei diritti, sta invece introducendo criteri che puntano alla responsabilizzazione individuale e alla chiarezza giuridica. Non è una battaglia tra uomo e donna, ma un tentativo di riportare il diritto su un terreno razionale, dove conta ciò che è stato fatto, contribuito, costruito. Un sistema che non premia né penalizza per genere, ma valuta i fatti.
Questa scelta dice molto anche di un’altra cosa: i Paesi realmente maturi non hanno paura di correggere gli eccessi. L’Occidente, al contrario, sembra prigioniero di un dogma culturale che impedisce qualsiasi autocritica. Mettere in discussione l’attuale squilibrio significa essere immediatamente accusati di arretratezza o ostilità verso le donne, quando in realtà si sta chiedendo solo una cosa: giustizia.
Forse la vera lezione di civiltà non sta nel proclamare diritti in modo ideologico, ma nel costruire sistemi che funzionano, che riducono il conflitto e che trattano le persone come individui, non come categorie. Se questo oggi arriva da un Paese come la Cina, l’Occidente farebbe bene a smettere di giudicare dall’alto e iniziare, finalmente, a riflettere.

(riproduzione riservata)